Norvegia verde smeraldo

E così alla fine ce l’ho fatta, ma…cominciamo dall’inizio.

Il Nord Europa mi affascina da sempre. Era la mia quarta volta in Norvegia. Sempre con vacanze puntuali, forse sempre troppo brevi, ma che mi hanno sempre lasciato il ricordo del “perché” avevo scelto di andarci. La prima volta a Oslo e Bergen, per vedere quelle tipiche casette lungo i fiordi. La seconda volta il Trolltunga, per un trekking mozzafiato. La terza volta su, fino alle Svalbard per vedere l’orso polare. La quarta volta, questa, per l’aurora boreale.

Un viaggio che continuavo a rimandare per tanti motivi. Poi…poi è arrivata la fine del 2021 e quella voglia di progettare viaggi è tornata prepotente e allora dovevo ricominciare con il botto, con qualcosa che era nel cassetto da tanto. Ne parlo con Gigia, la mia compagna del viaggio alle Svalbard, non può. Ne parlo con Silvia, la mia compagna di viaggio del 2021, dai monti a Zante, c’è spazio per convincerla. Pian pianino il viaggio diventa realtà, bisogna scegliere dove. Le Lofoten tanto pubblicizzate (sicuramente a ragione) scartate per questione di voli aerei e budget. La Lapponia svedese o finlandese ci attirava, ma con la scommessa di voler vedere l’aurora, se non l’avessimo vista sarebbe stata una vacanza troppo relax per noi. Nel frattempo si aggiunge Gianluca, un amico di Silvia. Tromsø e dintorni sembrano fare al caso nostro. I voli sono parecchi, le possibilità di vedere l’aurora pure, la natura circostante sembra regalare scorci interessanti. Si parte, è deciso.

L’organizzazione più complessa degli ultimi viaggi fatti. Lo ammetto, nemmeno la Cina mi ha fatto incasinare tanto. Un po’ le idee, un po’ i caratteri diversi.

L’arrivo è a Tromsø, in tarda serata, e il giorno dopo si parte con l’auto (con gomme chiodate, le consiglio!) per andare a Senja.

Giovedì, Tromso – Fjordgard (mappa)
Senja è un’isola a 3h di guida da Tromsø. Per nulla turistica, rispetto alle più rinomate Lofoten. Eppure ha un suo perché. Guidare lungo i fiordi obbliga a un sacco di stop. La magia che c’è ad ogni curva fa innamorare, quando si vedono per la prima volta queste montagne (innevate) che si specchiano nel mare. La strada non è monotona, ma guidare in Norvegia è lungo, i limiti sono bassi, sull’asfalto c’è neve e ghiaccio, sferzate di vento e pioggia ci accompagnano per il percorso. Arriviamo a Fjordgard nel tardo pomeriggio, con il cielo bianco/grigio che quasi si mischia alla cima dei monti innevati. Fa freddo e siamo anche abbastanza affamati. Il meteo il giorno dopo non è dei migliori, siamo un po’ scoraggiati, poiché abbiamo in mente di fare una camminata su uno dei monti lì vicino. Continua a piovere, continua a esserci vento, per oggi niente aurora, ma cominciamo a scaricare app per cercare di capire come andare a caccia nei giorni successivi.

Venerdì, Hesten
La giornata conferma un meteo così-così, il cielo è coperto, ma non sono previste precipitazioni. Decidiamo quindi di mettere le cose essenziali nello zaino e le ciaspole ai piedi per incamminarci verso Hesten e Stavelitippen. La salita non è particolarmente faticosa, anche se la neve rende più pesante il camminare. Davanti da noi Segla, dietro di noi il mare. Quasi si scollina e ancora, a destra altro mare, a sinistra il monte e il mare. Questa è la bellezza dei fiordi, quel zigzagare del mare tra le terre scandinave.
Con qualche difficoltà in più del previsto, arriviamo in cima e ci godiamo il panorama, prima di divertirci a scendere usando le ciaspole come se fossero un bob, scivolando verso valle. Ci attendono un caffè caldo e una merenda con il brunost, quel formaggio-non formaggio tipico della Norvegia dal colore marroncino e dal gusto mou.
La giornata passa lenta, lenta. Attendiamo il buio. Guardiamo la app (io ho usato My Aurora Forecast) quasi compulsivamente “danno solo il 15% di possibilità di vederla”, “ora la mia dice 24%”, “ma il cielo sembra sempre nuvolo”. Si susseguono commenti così, tutti volti a quella luce per cui siamo venuti fin qui. Una passeggiata dopo cena, un ombra verdastra, il telefono che la fa vedere un po’ più chiaramente: l’aurora boreale! Prendiamo l’auto per allontanarci dal piccolo centro abitato e ci mettiamo con il naso all’insù. La vediamo danzare, come spesso si sente dire, nelle sue sfumature di verde, viola, bianco.

Sabato, Fjordgard – Lyngseidet (mappa)
Il mattino sucessivo è tempo di un altro trasferimento. In Norvegia il tempo dedicato agli spostamenti è il viaggio stesso. La giornata è strepitosa: sole, sole, sole. Quando era stato deciso il periodo era stato deciso marzo per poter dire “se non vedessimo l’aurora, almeno avremo modo di goderci le giornate”. Così è stato. Lungo il percorso diverse fermate per ammirare scorci di fiordi e montagne, appuntite o a panettone, i laghi e il paesaggio riflesso. Una volpe ci attraversa la strada.

Arriviamo sulle Lyngen Alps e poi all’appartamento di Lynseidet ed è una meraviglia, un po’ in collina, si scorge il mare, il cielo si sta tingendo di rosa. Dopo cena si esce ancora, le previsioni dicono che anche oggi l’aurora dovrebbe essere visibile sulle nostre teste. Indossiamo le ciaspole, ci incamminamo tra le case vicine, cercando di allontanarci dal centro abitato. Il rumore delle ciaspole sulla neve è quasi disturbante nel silenzio totale della sera. Prima ancora di raggiungere la pista da sci di fondo immersa nel bosco, il bagliore verde nel cielo. Sì, oggi è proprio sopra di noi, squarcia il cielo, fluida, verde smeraldo. Ci dividiamo, ognuno vuole vederla da un’angolazione diversa, ognuno cerca il punto perfetto, ognuno perso tra i propri pensieri si gode questo fenomeno atmosferico per cui siamo partiti da casa. Passa qualche minuto, forse sette, forse dieci, forse quindici, non saprei dire, mi sembrava di essere in un tempo e in un luogo tutto mio. Decidiamo di andare nel bosco e goderci ancora qualche ora fuori. Il freddo sembra avere tonalità di colore diverse, buio, stelle, alberi, neve. E ancora, in lontananza, dietro queste montagne che sembrano racchiudere il segreto di questa magia, il cielo si tinge ancora di verde.

Domenica, Skyhytta e Rorneshytta
Escluse le escursioni in motoslitta o slitta dei cani (Silvia e Gianluca avevano pareri diversi) e esclusa per me l’esperienza dello sci alpinismo (di domenica troppo complesso il noleggio dell’attrezzatura), ci mettiamo in marcia per un’altra escursione con le ciaspole.
Decidiamo di andare “dietro casa” e passo dopo passo incontriamo poesie lasciate sugli alberi e orme di animali sulla neve. Chiacchieriamo e raggiungiamo per prima il rifugio (non so bene come definirlo) Skihytta, una casetta rossa che si affaccia sul fiordo. Credo che per accedervi sia necessario prenotare presso qualche ufficio informazioni, noi ci accontentiamo di sbirciarne gli interni. Riprendiamo la marcia e, salendo un po’ a caso (diciamo che forse siamo noi, o forse no, i tracciati non sono proprio segnati, bisogna andare a sentimento e…una mappa con gps aiuta), vedendo anche in lontananza escursionisti in con gli sci, arriviamo al secondo rifugio: Rorneshytta. Anche lui rosso, anche lui chiuso, ma…ha un’anticamera/atrio in cui si può accedere. Si firma il libro (dal sapore del libro di vetta) e prendiamo in prestito un paio di cuscini: fuori ci sono panche e tavoli ed è ora del pranzo. Ci rilassiamo, ci godiamo il sole, facciamo anche la foto con la bandiera norvegese e sullo sfondo il fiordo. Un classicone. Non ci sarà stata l’adrenalina della salita in cima o del grande dislivello, ma il panorama è incredibilmente appagante.
Si torna giù, per la stessa strada dell’andata, a tratti anche oggi usiamo le cisapole come bob e la discesa appare meno monotona. Andiamo a goderci un tramonto lungo l’altro lato del fiordo (per tutta la giornata abbiamo guardato verso Est, è tempo di guardare verso Ovest) e a casa ci aspetta un’altra cena casalinga e, poi, ancora una caccia all’aurora.
Prendiamo l’auto, guidiamo qualche chilometro più a nord, alla ricerca del buio. Ci sistemiamo vista fiordo e aspettiamo. Aspettiamo. Controlliamo la app sul telefono e aspettiamo. Ci illudiamo vedendo un alone verde. Arriva? No. Aspettiamo. Niente, oggi si torna a casa un po’ delusi.
Ci mettiamo in pigiama e…fuori dalla finestra, eccola! Una piccola magia anche oggi. Così, gasati e sorridenti per questa aurora dell’ultimo minuto, è tempo di addormentarsi.

Lunedì, Lyngseidet – Tromsø (mappa)
Oggi giorno misto: al mattino un’escursione, al pomeriggio il traghetto che ci avrebbe portato a Tromsø. Si rifanno le valigie e si parte, in direzione Blaisvatnet, il lago azzurro. La camminata è molto molto facile, tutta pianeggiante e ha un non so che di dolceamaro. Vedi queste montagne che ti circondano, questi picchi innevati, queste radure con ruscelli semi ghiacciati e…non hai fatto fatica, hai camminato, come se fossi andata a fare la spesa. L’arrivo, anche questo, è dolceamaro. Il lago (non che non lo sapessimo) è totalmente ghiacciato e quindi ci sono queste sfumature di bianco e grigio che catturano tutto il campo visivo che è bello, bello, ma poi ti chiedi quanto belli devono essere i colori qui, in primavera.
Ci fermiamo, sulla via del ritorno, sedendoci su tre massi, a mangiare il nostro pranzo e a goderci, ancora una volta, il silenzio totale di questi posti.
Ripresa la macchina, si guida fino al porto, dove si attende il traghetto e la piccola traversata per raggiungere i sobborghi (prima) e la città (poi) di Tromsø. Saliti a bordo, come bambini che lo vedono per la prima volta, siamo gli unici a scendere dall’auto e a salire sui due ponti per guardare fuori, prendersi tutta l’aria in faccia e girare, come trottole in quel continuo guardarsi attorno, cercando di fotografare con gli occhi ogni scorcio.
Siamo infine in città, raggiungiamo l’ostello e dopo una meritata doccia, andiamo a cercare un ristorante in cui mangiare. Chi non mangia in un ristorante indiano in Norvegia?

Martedì, Tromsø
Per l’ultima giornata niente di particolare in programma. Una colazione in un bar centrale, qualche dialogo sulla possibilità di fare qualche escursione organizzata (ma ormai è troppo tardi) e infine la scelta di camminare per andare a prendere la funivia che porta in cima a una collina da cui si domina la città. A parte che io ero vestita da città e ci siamo ritrovati praticamente in montagna (santi ramponcini sempre nello zaino) la vista è stata magnifica. Una giornata di sole, la città sotto e all’orizzonte i piccoli fiordi nei dintorni. Del resto ricordo poco, qualche camminata in centro città, un pranzo improbabile ad un orario da merenda, in ostello, con qualche avanzo dei gironi precedenti, qualche souvenir acquistato. Una passeggiata serale, al molo, nella mia solita ricerca di murales (con scarso successo), ma che ci ha regalato una vista sul ponte e sulla cattedrale, in lontananza, e un gioco di luci e riflessi. Una pizza, perché anche oggi, chi non mangia in un ristorante italiano in Norvegia? Infine si torna in ostello, si va a dormire e il giorno dopo, si parte.

Mercoledì
Si torna a casa, io di prima mattina, gli altri nel primo pomeriggio. Io torno a casa, in Italia e dal finestrino non posso che guardare giù e dare un ultimo sguardo a questi fiordi color panna montata.
Penso al viaggio che è stato. Come ogni volta, tiro le somme e rivivo i giorni vacanzieri. Porto a casa l’aurora boreale che era lo scopo del viaggio, non sono soddisfatta però del tutto.
È un viaggio che consiglierei? Non lo so. Il paesaggio è magnifico, ma le ore e i chilometri in auto sono tanti e il costo non è trascurabile.
L’aurora boreale merita il viaggio? Forse sì, ma mentirei se dicessi che mi ha lasciata appieno senza fiato.
C’è un qualcosa che non mi ha convinta, che non mi fa dire “sì dai, riandiamoci tra un paio d’anni”. O forse è stato il contesto, di un viaggio non perfetto.
Di certo sono contenta di essermi tolta tutti gli sfizi “norvegesi” che avevo accumulato negli anni. Questi viaggi sono stati puntuali e forse a loro modo troppo brevi, chissà, magari la prossima volta decido per una Scandinavia più svagata, più libera, più selvaggia. Facciamo però che la prossima volta però cambiamo bandiera, e se sarà, sarà la prima volta in Finlandia. È una promessa che mi faccio.

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“Esercitare la meraviglia, cura il cuore”

Quante volte ci si può meravigliare? Di quante persone, oggetti, luoghi lo si può fare? Il meravigliarsi è il sorprendersi dell’inatteso. E sì, questo è un blog di viaggi, ma è un blog di miei viaggi e quindi racconto il mondo … Continua a leggere

“Non di solo barocco è fatta Palermo”

Ad Aprile andai a Mantova un po’ per caso. Un po’ per caso quindi nacque l’idea di Palermo. Si scherzava sul meteo, si scherzava sul tempo in Lussemburgo e in Sicilia.
Si scherzava e “ma a Santa Lucia c’è la festa dell’arancina!”
Si scherzava e “beh ma allora ci vengo!”
Loro pensavano io stessi scherzando, e invece…e invece no, dopo poche settimane io comprai il biglietto per Palermo, per un weekend lungo di dicembre. In tutto questo, Niccolò Fabi, uno dei miei cantanti preferiti, mise la data palermitana proprio per il 13/12. Segno del destino!
Comunque rotto il ghiaccio io, mi seguirono Viviana e Daniela (che poi non riuscirà a venire, mannaggia), poi Paolo e Massimo, infine Sara. Le Sisters e Alessandro ci aspettano! (Anche Cinzia, che non riuscirò a conoscere, ma ci saranno altre occasioni)

Un gruppo whatsapp nato ad hoc e via, ci si comincia ad organizzare in autunno. Le aspettative, mangerecce e non, sono altissime.
Per prima cosa si prenota il B&B Canceddi. È il B&B del cugino di Michela e Maria Rita e gli occupiamo tutte le stanze. Poi i dettagli pratici per muoversi dall’aeroporto alla città, infine un video per imparare a dire arancinA (che è femmina!) e a cosa saremmo andati incontro se l’avessimo pronunciata al maschile e finalmente il giorno della partenza arriva. 

Chi parte da Milano (che non potrebbero essere definiti proprio “milanesi”) parte al mattino e arriva per l’ora di pranzo. Dal gruppo Whatsapp seguo i loro spostamenti: B&B con cannolo di benvenuto, Michela li raggiunge per accompagnarli al Mercato del Capo per scofanarsi pane, panelle e crocché e arancine. Oggi è Santa Lucia ed è la festa dell’arancina per cui sarebbe un sacrilegio non mangiarne.
Io…ehm…io son persa nel mio viaggio della speranza per raggiungerli: bus da Lussemburgo per Charleroi, qualche ora di attesa e poi aereo che mi fa arrivare a Palermo per le 15.30 e in città per le 16.30.
Un abbraccio con tutti; la bellezza di rivedere visi conosciuti per poche ore qualche mese prima, ma ben presenti nella memoria, la bellezza di rivedere visi più conosciuti che ogni volta fan nascere un sorriso più grande.

Relax in B&B e poi fuori a fare una passeggiata tra la Cattedrale illuminata e via Vittorio Emanuele, dove arriva Alessandro. Fa staffetta con Michela che va a recuperare Maria Rita. Noi andiamo verso i Quattro Canti e piazza Pretoria. Infine il Teatro Massimo, bello eh…ma a dirla tutta un po’ tascio nella veste natalizia serale. 
Sono le 19.30 e io e Sara abbiamo appuntamento con Maria Rita e Michela per andare al Teatro Golden per vedere il concerto di Niccolò Fabi. Lasciamo gli altri ad una cena da Fud e noi saliamo in auto. Prima però…tappa arancine da KePalle per una degustazione (ne avrei mangiati pure di più): io al maialino dei nebrodi e un classico abburro, Sara abburro e alla norma (di cui ne ho mangiato metà), Michela alla norma, Maria Rita al salmone.
Con la pancia piena, il concerto si gode di più, ma c’è più rischio di addormentarsi mi dirà qualcuna quando scopre che siamo in primissimissima fila.
Per me Niccolò, sì, lo chiamo come se fosse un amico, è pura magia. 2h di musica e parole (poche, lui è così). Prima l’album nuovo, con delle immagini in sfondo che rubano gli occhi e ti cullano insieme alla musica. Nel blu è splendida.
Poi le canzoni del passato che raccontano una storia: quelle lente, quelle introspettive, quelle commoventi, quelle leggere. Infine una canzone che è più un addio che un arrivederci, ma che in realtà forse è solo una “chiusura”. Una chiusura in cui ci si chiama tutti a raccolta sotto al palco e in cui Maria Rita ruba a me e Sara una foto splendida.
Il concerto finisce e, non so se per non farmi un torto o meno, Sara, Maria Rita e Michela sono soddisfatte dello spettacolo. 

Torniamo al B&B e aspettiamo il rientro degli altri.
È ora delle chiacchiere, quelle tra amici, che non finiresti mai, che hai quasi paura a dire “vado a letto” perché si crea quell’atmosfera che vorresti non finisse mai, anche se sai che in futuro ce ne saranno probabilmente altre decine di serate così, il fatto di abitare lontani amplifica il non voler mettere fine. Si parla di noi, si parla della lingua sicula e della lingua palermitana in particolare. Si parla di passato, di presente e di futuro. Si parla… ed è ora della buonanotte, l’indomani qualcuna lavora e noi dobbiamo fare i turisti.

La sveglia suona e interrompe sogni, la tavola nell’area comune è imbandita di leccornie dolci e salate. Un’ora e mezza conviviale, prima di prepararci per andare a visitare il Palazzo Reale e la Cappella Palatina. Si torna verso il Mercato del Capo, tappa alla Chiesa dell’Immacolata Concezione e pranzo presso la pescheria Isgrò: antipasti, primi, fritti…e un dolcino per non farsi mancare nulla.
Passeggiata per digerire verso il Teatro Massimo e ci ricongiungiamo con Alessandro, per rivedere con luce diurna qualche posto visto la sera prima. Alla Fontana Pretoria facciamo fotografie che fan divertire noi (e qualche altro turista) e poi tiriamo il tramonto sul tetto circondante la cupola di Santa Caterina. Si vede il mare, con cui io ho un rapporto di rispetto più che di amore, ma che adoro osservare, si vedono i tetti, dettaglio che io amo di qualsiasi città. Ci riposiamo sulle panchine del chiostro intanto che Sara e Viviana fanno acquisti di dolciumi e poi bisogna scegliere che fare. Noi turisti chiediamo di fare tappa al B&B per recuperare energie e sulla via del rientro facciamo qualche acquisto.

…e prima di rientrare ci facciamo un autista! Che esperienza! Un boccale riempito con succo di limone, mandarino, acqua frizzante e un bel cucchiaino di bicarbonato. Che ve lo dico a fare, potete immaginare il seguito che ci ha garantito una digestione perfetta.

Un’oretta di relax prima di riprendere le strade verso l’Osteria Mangia e Bevi, per la cena. Nel camminare verso il ristorante attraversiamo piazze e viuzze fino a Piazza San Domenico e l’ingresso della Vucciria e poi…di nuovo con le gambe sotto al tavolo.
Un po’ di delusione per la mancanza di pannelle e sfincione, ma ci rifacciamo con altri antipasti gustosi e dei buoni piatti (niente dolce però). Il pasto è sempre convivale e dopo decidiamo di attraversando la Vucciria by night (santo cielo quanta gente!) e camminiamo prima prima verso la Cala (il porto) dove c’è anche il murales di Falcone e Borsellino e successivamente verso il Teatro Politeama. Nel mentre prendiamo un po’ in giro Viviana per la sua caccia al tesoro di geocaching, ma ora Michela, tutte le volte che passerà dai Quattro Canti, la penserà.
Rientriamo al B&B cotti, Paolo e Massimo si fanno un secondo autista, salutiamo Sisters e Alessandro e prima di andare a letto ci concediamo un bicchierino di ottimo liquore al fico d’india.

La domenica è l’ultimo giorno per i ”milanesi” e cominciamo di buon’ora (sulla carta, che in pratica ci siamo persi un po’ via, ma siamo in vacanza, che ce ne frega!) con una colazione a base di Sette Veli al cioccolato.
Per smaltire, giretto al mercato di Ballarò dove invece di camminare e basta, facciamo aperitivo a base di polpo, sfincione, olive, pane. Io compero sei finocchi e ne ridiamo, poi acquistiamo tutti pistacchi, origano, frutta secca, salse per condire pastasciutte e ricordarci i sapori palermitani. Tiriamo mezzogiorno abbondante e ci ritroviamo sotto al B&B con Alessandro per andare in auto a Mondello.
Cosa dire…per me il mare d’inverno ha un’atmosfera ben più bella del mare d’estate. Io che in mare non faccio un vero bagno dal 2016 (possibile?! Oh mamma, dai devo rimediare!). Io che il mare non lo considero mai come destinazione vacanziera. Io…io davanti al mare ci starei le ore come davanti alle montagne, ma così, a rimirarne la grandezza e l’immensità, i suoi rumori, i suoi odori, i suoi colori. Ed inverno mi piace di più, perché c’è meno confusione, è diciamo “per pochi”.
Arriviamo alla fine del molo e facciamo cinquantamila foto, passeggiamo lungo mare e prenotiamo un posto per pranzo (anche se sono le due), altre foto e altro pasto conviviale. Camminiamo sulla spiaggia, sfioriamo il mare con le dita. Il cielo si tinge di rosso e rosa, i tramonti lasciano sempre senza parole. 

Nei piani c’era di salire al Monte Pellegrino, ma il tempo è tiranno e si deve rientrare in città a recuperare i bagagli e andare in aeroporto. C’è traffico e ci mettiamo più tempo del previsto; un pit-stop al B&B e poi di nuovo in auto e…troviamo un incidente in autostrada, quindi l’arrivo in aeroporto ha quel brivido di rischio ritardo e perdita del volo.
Scendiamo dalle auto ed è tempo di un ultimo abbraccio tra tutti. Forse il farlo veloce non lascia spazio al rendersi conto del vero dispiacere del saluto. Ma i weekend tra amici sono anche questo, sono anche il doversi salutare con la promessa non detta di rivedersi al più presto (tempo e geografia permettendo).

Io torno in città con i palermitani e andiamo a mangiarci una pizza (Michela ed io, le coraggiose; Alessandro e Maria Rita una banale insalata). Rientro poi al B&B in un’atmosfera silenziosa e solitaria. La tristezza sale un pochino di più, ma la stanchezza mi fa addormentare poco dopo aver letto che i “milanesi” erano (quasi) tutti a casa.

Lunedì è il mio ultimo giorno e dopo una colazione leggera decido di prendere i consigli di Michela e passeggiare fino alla Cala, per vederla di giorno. Con qualche tappa intermedia però: Chiesa del Gesù (di Casa Professa), Basilica di San Francesco, Chiesa di Santa Maria della Catena, Porta Felice. Mi rilasso quindi su una panchina del porto, approfittando della splendida giornata.
È quasi ora di pranzo e mi sento con Michela per incontrarci per l’ultimo pasto insieme. Pane panelle e crocché, melanzane e infine un gelato. È ora di salutarsi, un lungo abbraccio, prima con lei, poi con Maria Rita. 

Rientro al B&B per recuperare la borsa, il treno verso Punta Raisi, gli ultimi acquisti per qualche dolcetto da portare in Lussemburgo e l’attesa del mio volo. La malinconia già c’è, gli occhi sono lucidi, vuoi per la stanchezza, vuoi per le splendide ore trascorse insieme.
Frenetiche, goderecce, caloriche, ma piene di sentimenti ed emozioni. 

 

Made in China

La Cina non è mai stata tra le mie mete da sogno. L’Oriente non è la parte di mondo che più mi attrae, eppure…eppure…quando il tuo migliore amico si trasferisce a Shanghai, il destino vuole proprio che tu laggiù ci vada. Il mio viaggio in Cina comincia dunque così, con una Lonely Planet ordinata a fine 2018 e un viaggio messo a calendario per la seconda metà del 2019, già da Gennaio. Un viaggio che l’unica certezza era che avrebbe incluso Shanghai, ma per il resto era un foglio bianco: quanti giorni fare? In quale mese andare? Quali luoghi visitare? E alla fine…quanto bello è stato!

Decine di blog letti, la guida sfogliata tutta più volte, suggerimenti chiesti a chi c’è stato. Un paio di itinerari in mente e una proposta di viaggio fatta a Elena, compagna di alcuni degli ultimi viaggi.
Durante una cena di marzo, definiamo a grandi linee le risposte alle tre domande precedenti: una ventina di giorni a settembre e l’itinerario prevede Beijing, Pingyao, Xian, Guilin, Yanghsuo, Chengdu, Leshan, Emei, Shanghai. A fine aprile prenotiamo i voli intercontinentali (un grazie all’ottimo servizio clienti KLM) e non mi resta che pensare nei dettagli ai giorni in mezzo, tra Pechino e Shanghai. Scarto alcune regioni perché troppo estreme per il primo viaggio in Cina, ne scarto altre perché non compatibili con gli interessi di Elena, ne scarto altre perché non intrigavano me, e altre ancora perché…perché visitare la Cina è come dire visitare l’Europa o visitare gli Stati Uniti. In 20 giorni si devono fare delle scelte e dei compromessi, qualcosa resta per forza fuori. Detto questo, si fa il visto (la cui pratica è semplice anche se la compilazione del modulo è parecchio dettagliata) e il 7 settembre si parte!

Mettetevi comodi che è un racconto lungo e poi non potete dire che non vi avevo avvisato…

7-8 settembre: Pechino
Volo Lussemburgo – Parigi – Pechino con AirFrance, arriviamo a Pechino e avevamo prenotato tramite un’app un driver che ci portasse in aeroporto. Non volevamo né contrattare alle 7 del mattino dopo 14h di volo, né perdere troppo tempo. La scelta si rivela “intelligente ma non troppo”, ma riusciamo a salire in auto e capiamo già le difficoltà di comunicazioni che ci faranno compagnia durante tutto il viaggio. Arriviamo in hotel (Layering Courtyard, consigliato soprattutto per la posizione) di fianco a piazza Tienamen, lasciamo giù i bagagli, ci cambiamo e ci laviamo i denti e andiamo a visitare qualcosina della città. Piazza Tienammen e Città Proibita. La prima grande ma…io la immaginavo ancora più grande…la seconda immensa, da non smettere mai di camminare. Tutti i differenti palazzi, tutti i tetti con tegole rosse e animali in terracotta ad arricchirne i bordi. Centinaia di turisti (cinesi, sì, perché in questa stagione pare il turismo occidentale si sia fermato) in visita, decine e decine di ombrellini aperti, un sole a picco e un caldo mostruoso che, sommato alla stanchezza, ci hanno praticamente stremato.
Ritorniamo in albergo per il check-in e dopo una doccia ci buttiamo a letto “per un paio d’ore”…in teoria…in pratica per Elena diventano quattro abbondanti perché il jet-leg l’ha un po’ intontita. Alla fine la convinco ad uscire per cena e assaggiamo i primi piatti cinesi in un locale nella nostra via: stoviglie confezionate sotto vuoto e sterilizzate, sputacchiera sotto al tavolo e menù con immagini. Ordiniamo, mangiamo e ci beviamo pure una birrozza prima di tornare a letto e finalmente addormentarci.

9 settembre: Grande Muraglia
È il giorno della Grande Muraglia. Dopo uno studio accurato, avevo scelto il percorso da fare che bilanciasse non troppi chilometri, una parte del muro ancora selvaggia e una parte del muro restaurato. La scelta è stata quindi partire da Nanjili, camminare 8km abbondanti e terminare a Mutianyu. Per fare questo in un giorno è stato necessario trovare un autista che ci portasse al punto di partenza (altrimenti raggiungibile solo con lunghi spostamenti in bus e quindi avrebbe comportato perdere una giornata) e che, per fare le cose comode, ci venisse a recuperare all’arrivo (in realtà da Mutianyu ci sono bus grossomodo diretti che portano a Pechino).
Mi son fatta suggerire il numero di un autista da Gàbor, tutto a posto, fino alla mattina dell’escursione, quando scopro che il nostro autista non sarà il mio contatto, bensì un ragazzotto gentile e cordiale che però non spiccica una parola di inglese. A gesti e parlando al telefono con l’altro tizio riusciamo ad assicurarci che si sia ben d’accordo sul dove andare e sul dove venirci a recuperare. Il tutto grazie anche a un blog che avevo trovato su internet che spiegava per filo e per segno tutto. Ma proprio tutto. Tanto che una volta arrivate a Nanjili riconosciamo la salita grazie a delle foto e anche successivamente ci rendiamo conto del dettaglio con cui è descritto ogni chilometro.
La prima ora di camminata è abbastanza in salita, bisogna raggiungere i 900m di altitudine. La Grande Muraglia è lì, sopra di noi. Con il suo muro frastagliato e le sue torri fa da cornice tra la fine della terra e l’inizio del cielo. Arriviamo in cima, saliamo sulla torretta e osserviamo il panorama, con questa lingua di pietre che si adagia e segue la curvatura delle colline, scattiamo foto e ne scatterei da ogni angolazione tanto sono rapita da questa meraviglia. Una volta ripreso fiato, la camminata è piacevole e per nulla faticosa.
6km in cui ci siamo praticamente solo noi, la natura e la Muraglia. Chiacchieriamo, ma stiamo per la maggior parte del tempo in silenzio a goderci il momento. Incontriamo solo una persona che ci regala una zuppa in lattina non meglio identificata in cambio di una foto di gruppo. Poi…a un paio di chilometri dall’arrivo, raggiungiamo la Torre 20 e da lì il percorso è sulla parte restaurata di muro e si cominciano a incrociare altri turisti. Noi ci prendiamo una pausa per il pranzo e poi riprendiamo fino all’arrivo a Mutianyu, dove scegliamo di scendere a valle usando lo scivolo. Una turistata, ma che è stata un modo divertente di concludere la giornata. In qualche modo ritroviamo l’autista e ci si rimette in auto per rientrare a Pechino e rilassarci davanti alle nostre bacchette e alla nostra porzione di riso quotidiana.

10 settembre: Pechino
Oggi sveglia con calma. Colazione e poi metropolitana per andare al Palazzo d’Estate. Entrate in metropolitana, faccio la foto più utile della vacanza (o quasi): la mappa della metro di Pechino. Santa pazienza.
Arriviamo comunque a destinazione e entriamo nel complesso (anch’esso immenso) di giardini e palazzi. Sembra un po’ Gardaland. Scegliamo di prendere la barchetta sul lago, per vedere il complesso nel suo insieme, bello e maestoso. Un’ultima passeggiata per raggiungere l’uscita e poi un altro lungo viaggio in metro per raggiungere il 798 Art District. Modaiolo il giusto, pieno di negozietti interessanti, murales e cose simili.
È tempo di tornare in albergo, recuperare i bagagli e andare in stazione per la cena e…il treno notturno. Allucinante il numero di persone, allucinante la ressa. Una volta nella nostra cuccetta, qualche messaggio da scrivere (in attesa di avere rete, il WiFi non è presente né sul treno, né nelle stazioni) e poi ci si addormenta alla volta di Pingyao.

11 settembre: Pingyao
La nottata è passata, ma l’arrivo a Pingyao è sotto il diluvio. Depositiamo i bagagli, prendiamo un’ape-taxi e ci facciamo portare alla città vecchia. Sotto la pioggia camminiamo per la città, entriamo in ogni cortile, in ogni tempio, un po’ per ripararci, un po’ per ammirare questa antica città mantenuta splendidamente.
Il problema rimane la pioggia incessante.
Pranziamo, ci asciughiamo, ma appena fuori siamo bagnate come prima. Decidiamo di andare con largo anticipo in stazione per attendere il treno per Xian. Comperiamo qualche schifezza per cena, io mi cambio i vestiti fradici; si legge un po’, si carica il telefono e poi finalmente si parte.
Arrivate a Xian prendiamo la metropolitana e con moooolta fatica troviamo un taxi che ci porta al nostro hotel (che poi era più un residence, Citadines Xingqing Palace, consigliato) e nulla ci toglie una bella doccia calda.

12 settembre: Xian
Ogni guida consiglia di andare a vedere l’esercito di terracotta di prima mattina, noi…non abbiamo voglia della levataccia e quindi ce la prendiamo con comodo. Colazione, taxi e poi bus (quello di linea giallo, non fatevi fregare da quelli turistici). Una volta arrivate alla biglietteria non prendiamo nessuna guida e ci dirigiamo verso l’ingresso. Noi siamo state oggettivamente fortunate, non c’era praticamente nessuno, considerando le transenne pronte all’uso per file chilometriche.
Ci sono tre padiglioni: c’è chi dice di iniziare dal 2, quello più sfigato e “museale” con qualche spiegazione in più. Chi dal 3, quello più piccolo. Noi iniziamo dall’1, quello più grande.
Uno spettacolo. Migliaia di statue a perdita d’occhio, alte 1.80m, tutte diverse: fanti, cavalli, cavalieri, arcieri, generali…tutte con un dettaglio pazzesco.
Dopo mezza giornata passata tra l’esercito, riprendiamo il bus per tornare in città. Andiamo a vedere la Bell e la Drum Tower (decisamente più belle illuminate), il quartiere musulmano, il quartiere delle street food. Usciamo da questo turbinio di odori, colori, sapori e ci rifugiamo in un ristorante più tranquillo. Dobbiamo tornare in hotel e ci rendiamo conto di quanta difficoltà ci sia a trovare un taxi. Ce ne sono pochi, tutti pieni. Vaghiamo per tre incroci, per quasi un’ora e infine saliamo su un risciò sgangherato.

13 settembre: Xian
Oggi giornata persa, un volo scelto al mattino ci è stato spostato alla sera. Viste le difficoltà per trovare un taxi e il fatto che sia giorno di festività nazionale desistiamo dal tornare in città e quindi facciamo un giro a piedi per il parco vicino all’hotel. Niente più, ma ci fa sorridere vedere un po’ uno spaccato sociale cinese: anziani che fanno esercizi, bambini che giocano con aquiloni, persone vestite a festa,…
Il pranzo, il taxi, l’aeroporto, gli ultimi souvenir. All’arrivo a Guilin troviamo l’autista inviataci dall’ostello (Guilin Ming Palace, super consigliato) e arriviamo a destinazione, mangiandoci un po’ le mani per aver perso la festa del Mid-Autumn Festival.

14 settembre: Longji
Escursione verso i terrazzamenti di risaie. Un’auto privata ci aspetta al mattino (e diamo un passaggio pagante a due ragazzi cinesi dell’ostello) e in 2h30 di auto arriviamo a Dazhai. Prendiamo la funivia: 22 minuti per ammirare dall’alto queste colline piene di riso. Il colpo d’occhio è incredibile. Arriviamo in cima, qualche souvenir, qualche foto e il paesaggio da ammirare. Le piante del riso colorano tutto allo stesso modo, il sole fa giochi di luci e ombre e crea sfumature. Tanto tanto verde.
Prendiamo le scale e i sentieri per scendere a valle e ci fermiamo in un ristorantino tipico molto buono (e un po’ turistico, ma siamo in un posto turistico e non possiamo aspettarci altro): pollo cotto nel tronco del bambù e melanzane.
È tempo di ricercare l’autista per tornare a Guilin. Altre 2h30 di viaggio e poi giro per la città. Souvenir, tè e le foto delle pagode sul laghetto. Dopo 12h di escursione non abbiamo nemmeno la forza di cenare, una coca-cola, una dolce e emozionata telefonata, una doccia e poi la buona notte.

15 settembre: Xingping e Yangshuo
Stamattina sveglia con calma, il tour di gruppo parte tra le 10 e le 10h30. Capiamo solo una volta vedendolo che il numero del bus da prendere è in realtà la targa. Saliamo, raccattiamo tutti i turisti (un 20% occidentali, da non credere!) e la guida spiega prima in inglese e poi in mandarino la giornata che ci aspetta.
Io e Elena decidiamo di comperare l’aggiunta del pomeriggio e rinunciare alla scalata di un monte che avremmo fatto in solitaria e la scelta soddisfa entrambe, ma…con ordine…
1h di bus per raggiunger lo Yangdi Pier e prima di salire sulla barchetta acquistiamo i cappellini triangolari da turiste perfette. Navighiamo per un’altra ora in questo fiume tranquillissimo, lo Li River, l’unico rumore sono i motori delle barche. Montagne a forma di panettoni (un po’ schiacciati) ci circondano. I verdi (ma decisamente più scuri del verde del giorno prima) e i blu si sovrappongono. Mangiamo dei cracker e ci godiamo il paesaggio scattando decine di foto. Arriviamo a Xingping, attraversiamo il paese e riprendiamo il bus che ci porta a Yangshuo.
Arrivate a Yangshuo, qualcuno scende, qualcuno di nuovo sale (tutti cinesi, come da tradizione di questa vacanza) e ci dirigiamo verso Shangri-La. Un’altra barchetta e un altro giro turistico su questo laghetto parzialmente reale (un pescatore si riposa a riva con il suo cormorano), parzialmente preparato ad hoc. La visita è piacevole, il cielo pian piano comincia a tingersi di rosa. Le montagne dalla punta arrotondata sembrano dipinte. Splendido.
È ora di tornare a Yangshuo e depositare i bagagli per la notte in ostello (Wada Hostel, consigliato). Andiamo in città per la cena (città decisamente turistica, ma carina da visitare) e dopo una settimana sentiamo nostalgia del cibo europeo e decidiamo di sederci in un pub tedesco con televisione accesa sulla finale del mondiale di basket.

16 settembre: Yangshuo
Altra giornata rilassata che decidiamo di cominciare con un giro di 15km in bicicletta lungo lo Yulong River, un altro fiume che trasmette tranquillità, lontano dai rumori della città e con le decine di tonalità di verde che ci fanno compagnia da un paio di giorni: risaie, alberi, acqua, montagne. Il tempo sembra rallentare.
Si rientra in città, si cambiano i soldi (finalmente abbiamo capito come si fa!), si acquistano gli ultimi souvenir e prima di salire sul bus per tornare a Guilin, ci mangiamo un toast all’avocado in ostello.
Il viaggio in bus dura 1h, arrivate a Guilin cerchiamo un taxista che usi il tassametro (e ne troviamo una, una!) e torniamo al nostro ostello, dove ci attendono i bagagli lasciati lì dal giorno primo. Altro giretto in città e poi una cena a base di dumpling, i ravioli, il primo cibo da “ristorante cinese europeo”.

17 settembre: Chengdu
Giornata di trasferimento. Sveglia presto, niente colazione, taxi e stazione dei treni. 7h di treno per fare più di 1200km. Un altro spaccato di vita sociale cinese: non una suoneria silenziata, chiunque che guarda video sul proprio telefono senza gli auricolari, chiamate in vivavoce, messaggi vocali da registrare e ascoltare, un video di propaganda politica (di massimo 10min) a rotazione continua e con audio, persone che parlano a voce altissima.
Le mie cuffie “noise cancelling” sono il miglior acquisto mai fatto.
Arrivate a Chengdu prendiamo la metro e arriviamo in hotel (Buddha Zen, consigliato). Elena si concede un massaggio, io faccio un giro nei dintorni. Poi…cena piccante…molto…come da tradizione del Sichuan.

18 settembre: Leshan
Oggi facciamo un’escursione al Buddha gigante di Leshan. Ci facciamo scrivere tutte le indicazioni da chiedere, prendiamo il necessario per una notte fuori e andiamo in stazione. Un’oretta di treno, poi un bus turistico (ci sono tutte le indicazioni necessarie scritte anche in inglese) e arriviamo all’ingresso. Saliamo le scale, fino in cima…quando un percorso per file degno di Gardaland ci segnala la testa del Buddha e la discesa verso i piedi della statuta. È veramente grande (e sarebbe da pulire un po’). Le scale sono colme di turisti (cinesi eheh), si fatica a passare e tutti spingono e vogliono passare davanti, come se si potesse andare più veloce. Arrivati in basso, qualche foto, ed è tempo di risalire. Visitiamo qualche tempio e poi torniamo in stazione con il bus cittadino. Mostriamo le indicazioni per acquistare il biglietto e arriviamo a Emeishan.
Con un taxi raggiungiamo l’hotel (Emei Mountain Xileer) e…sorpresa…via mail erano stati cordiali a rispondere a tutte le mie richieste, ma…avevano fatto tutto con traduttore automatico. Una volta lì, nessuno parlava inglese. La gentilezza non mancava, ma a parte qualche sorriso, poco altro. Sorridiamo anche noi, non c’era nient’altro da fare.
Doccia e cena, un’impresa ardua perché non trovavamo ristoranti con menù inglese o con immagini, ma poi finiamo in un posto con l’hot-pot tipico e scelta di spiedini a vista. Io faccio incetta e mi diverto a mangiare. Rientrate in hotel chiediamo in qualche modo indicazioni per il giorno seguente e andiamo a nanna.

19 settembre: Monte Emei (in teoria), Chengdu (in pratica)
La sveglia suona presto e il cielo sembra quello di novembre a Lussemburgo. Piove, è grigio, non si vede nulla all’orizzonte. Io dico subito la mia “non ne vale la pena”. La pioggia, 5h per salire e scendere (forse più) e poi il rientro a Chengdu. Mi scuso, perché non avevo considerato bene la cosa, mi spiace, perché io amo le montagne, ma salire sul Monte Emei con quel tempo, mi sembra una faticaccia inutile. Elena se ne convince poco dopo e andiamo a comprare i biglietti del treno per tornare a Chengdu. Passiamo in hotel a recuperare la roba da lavare e andiamo alla lavanderia a gettoni. Laundry con pausa caffè e tortina. Successivamente andiamo nel quartiere dello shopping, da Gucci alla Rinascente locale, fino ai negozi di “cinesate”. Sono le 18 e abbiamo fame, siamo cotte dalla giornata. Mangiamo in un sushi bar e alle 21 siamo già sotto le coperte.

20 settembre: Chengdu
Anche oggi sveglia presto, riusciamo ad elemosinare un caffè e del pane e marmellata prima di prendere il taxi, destinazione: i panda!
Il Chengdu Research Base of Giant Panda Breeding apre alle 7.30 ed è consigliabile arrivare per l’apertura sia perché c’è meno gente (con il passare delle ore si riempie notevolmente), sia perché verso le 7.45 i panda vengono nutriti: si riempiono le ceste di bambù e loro gaudenti mangiano, mangiano, rotolano, cadono, mangiano, si addormentano, mangiano,… sono teneri e buffi. Nel parco si cammina facilmente tra le aree dedicate ai panda ed è presente anche una nursery per i pandini. Un’emozione pazzesca. Io e Elena passiamo tutta la mattinata a fotografare e sorridere. Verso mezzogiorno ci dirigiamo verso l’uscita, qualche acquisto e poi il panda shuttle ci riporta in città al Wuhau Temple.
Mangiamo in un ristorante tibetano e passeggiamo tra le vie pedonali, turistiche, ma piacevoli. Un taxi ci riporta in hotel, ci sono le valigie da preparare per il volo del giorno dopo.

21 settembre: Shanghai
Sveglia prima dell’alba e un volo alle 8.30 del mattino ci portano a Shanghai. Dopo aver lasciato i bagagli in hotel (sboronata per una notte all’Hyatt on the Bund) andiamo al fake market: Elena doveva fare acquisti e pioveva, tanto valeva occupare il pomeriggio al chiuso. Un mondo sotterraneo allucinante, io sconvolta, lei che osserva cravatte, portachiavi e scarpe. Orde di turisti contrattano, cinesi su brandine a fare la qualunque cosa in attesa di clienti.
Rientriamo in hotel, doccia e foto dal view bar fighetto dell’hotel e poi…la ragione del mio viaggio in Cina…incontro Gàbor, il mio migliore amico. Che bellezza riabbracciarsi, che stranezza farlo a Shanghai. Cena in un ristorante turco e poi un drink in un locale di expat in cui assaggio la sua vita qui, lontano da casa.

22 settembre: Shanghai
Giornata piovosa. È domenica e dopo le levatacce dei giorni scorsi ce la prendiamo con comodo e andiamo a fare un bel brunch godereccio con Gàbor. Con la pancia piena, Elena torna al fake market mentre io faccio la turista con Gàbor: Jing’an park, Jing’an temple, Xiantiandi (decisamente migliore alla sera) e Tianzifang. Silvia (la fidanzata di Gàbor) avvisa che è atterrata e decidiamo di rientrare. Io mi rilasso in hotel (SSAW Boutique Hotel, molto consigliato), Elena arriva un po’ più tardi. Il tempo di una doccia e andiamo in un ristorante molto molto carino (The Commune Social). Non contenti ci prendiamo un drink in uno speakeasy nascosto in una lavanderia, prima di rientrare in hotel.

23 settembre: Shanghai
Il sole, finalmente! Giornata da turiste per me e Elena.
Iniziamo dallo YuYuan Garden. Il giardino di per sé è chiuso per ristrutturazione, ma il quartiere è molto carino da visitare a piedi. Palazzi tradizionali, bei negozi di souvenir, palazzo del tè, carpe…insomma, tutto il classicume, ma in un bella cornice. Ripassiamo dall’hotel e poi People Square (niente di che) e una passeggiata verso il Bund. Foto di rito ai grattacieli oltre al fiume, foto di rito ai palazzi di fine ‘800/inizio ‘900 del Bund.
Attraversiamo lo Huangpu river in battello, assistiamo ai soliti cinesi incapaci a far file, prendiamo una merenda e raggiungiamo Gàbor per salire sulla Shanghai Tower: è il 2°/3° edificio più alto al mondo e l’attesa del tramonto vale il prezzo del biglietto. Il panorama è mozzafiato, Gàbor mi aiuta a ritrovare i quartieri dall’alto e aspettiamo che le luci si accendano. È ora di scendere, Elena va alla ricerca di una valigia, io e Gàbor ci prendiamo un drink al The Captain sul Bund. Spettacolo.
Raggiungiamo Silvia per una buona cena cinese. Le solite chiacchiere, come se ci vedessimo tutti i giorni e poi si deve tornare a casa. Il numero di taxi scarseggia e chiediamo in maniera surreale, tra parole e gesti, di accompagnare prima Silvia e Gàbor e poi me. Incredibilmente l’autista capisce. La guida è incerta, ma arriviamo tutti sani e salvi a destinazione.

24 settembre: Suzhuo
Giorno di partenza per Elena, ci salutiamo in hotel e io prendo la metro per andare in stazione e prendere il treno per Suzhuo. Ci metto più del previsto, vado con il biglietto elettronico a ritirare il biglietto cartaceo e…sono nella stazione sbagliata! Fortunatamente posso fare un cambio biglietto e quindi sono salva, corro e prendo il treno.
Arrivo nella “cittadina” da 10 milioni di abitanti e decido di visitarla da sud a nord: Panmen, i canali verso la casa del maestro delle reti, i più conosciuti canali lungo Pingjiang Road, il museo della seta. 18 e passa chilometri, un pranzo copioso, qualche acquisto e la stanchezza che si fa sentire. Devo riprendere il treno, tornare in hotel, prendere un taxi e trasferirmi a casa di Giulia, l’amica di Gàbor che mi ha prestato casa. Cena a base di tacos, che mi ha fatto un po’ pensare a casa e alle “indianate”, e poi notte cinese prima dell’ultimo giorno a Shanghai.

25 settembre: Shanghai
Decido di andare nel quartiere artistico di Shanghai, l’M50. È un po’ fuori dai giri classici per cui, prima di prendere un taxi, faccio colazione con Gàbor: acquistiamo una simil-crêpe in un negozio di non so cos’altro e un caffè da asporto e mangiamo a casa di Gàbor (così vedo pure il loro appartamento). Lo lascio lavorare e io vado a fare la turista. Bellino il quartiere! Meriterebbe più tempo per essere apprezzato, visti i numerosi negozietti di artisti.
Rientro per pranzo nel quartiere della French Concession dove, come da programma, io e Gàbor andiamo nei ristoranti (un po’ bettole) a provare le specialità cinesi: i noodles sono spaziali, un po’ piccanti e con la salsa alle noccioline, mentre i ravioli sono buoni e belli ripieni. Il tutto senza bere nulla.
Proseguiamo tra le viuzze in motorino. Visitiamo una villa d’epoca (oggi negozio di mobili e interni, aperto al pubblico), poi Ferguson Lane in Wukang Lu e le Sinan Mansions. Infine il Cathay Cinema e il Candor, un locale burlesque, dove entriamo e saliamo a vedere la sala con tavolini e palco.
Il sole sta tramontando e decidiamo di andare al Kartel, un locale con roof top che Gàbor e Silvia amano particolarmente. Facciamo aperitivo e spizzichiamo qualcosa da mangiare, non contenti, andiamo da Styx per l’offerta sugli spiedini e infine…abbraccio Silvia, la saluto ed è ora di andare a nanna.

26 settembre: volo di rientro
Al mattino Gàbor viene a prendermi per l’ultima colazione insieme. Il sentimento è contrastante, vado a casa, dopo una bella vacanza, ma devo salutarlo e ciò vuol dire riallontanarsi. Prendiamo una colazione all’europea e poi è ora del mio taxi. Un lungo abbraccio e un “a presto” che sappiamo già essere non prima di dicembre, per il periodo natalizio.
Arrivo in aeroporto a Shanghai e c’è il mondo. Una fila esagerata per il check-in, poi il controllo passaporti per lasciare la Cina, infine il controllo di polizia. Dei cracker acquistati di corsa e si sale sull’aereo. Come su ogni volo di rientro dopo una vacanza, mi siedo, chiudo gli occhi e penso ai giorni trascorsi.
Sorrido, ancora una volta.
Chi l’avrebbe mai detto che sarei tornata in Europa con la voglia di un possibile nuovo viaggio in Cina? È un paese affascinante, pieno di diversità rispetto a noi, ma pieno anche di cose differenti rispetto all’immaginario comune.

E ora le cose pratiche e qualche foto alla rinfusa:

  • prenotazione treni → I siti delle ferrovie cinesi sono solo in cinese, per cui è d’obbligo (o quasi) appoggiarsi a un’agenzia. Io mi sono affidata a China DYI Travel sono molto efficienti.
    Per i treni a lunga percorrenza ho preferito prenotare appena fosse disponibile il treno (di solito un mese prima così da selezionare la classe che preferivo). Per il resto…ci siamo fatte aiutare dalle persone parlanti inglese degli hotel per farci scrivere in ideogrammi le indicazioni.
    I biglietti dei treni sono nominativi e si possono cambiare (una volta) in maniera gratuita. Per prendere il biglietto cartaceo è necessario il passaporto.
  • prenotazione aerei → Io ho usato Trip.com facile e intuitivo (e con un buon servizio clienti). Il sito lo si può usare anche per i treni, ma io non mi sono fidata delle mie capacità.
  • cambio soldi → i soldi in Cina si possono cambiare con cambio leggermente sfavorevole in aeroporto e in alcuni (pochi) hotel. Altrimenti si deve andare alla Bank of China, dove si ha il miglior tasso di cambio. Altra opzione è prelevare soldi ed è possibile farlo da qualsiasi banca.
  • Agoda vs Booking → i due siti internet per la prenotazione di alberghi si equivalgono. Agoda è forse più economico, ma non in maniera sostanziale.
  • Mozio → sito internet tramite cui è possibile prenotare autisti. Di per sé l’idea non è male, ma non è fluido il servizio. Entrambe le volte abbiamo dovuto contattare l’autista poiché non era presente al momento dell’arrivo. La seconda volta, dopo aver aspettato parecchio, abbiamo annullato il viaggio e chiesto un rimborso (il servizio clienti è molto efficiente)
  • ostelli vs hotel → a parte le differenze per definizione, mi sento di consigliare i due ostelli in cui siamo state. Negli ostelli è il posto dove abbiamo incontrato il personale parlante inglese meglio. Negli hotel, soprattutto lontano dagli orari di punta, è possibile in reception ci siano persone che non parlano inglese.

 

 

 

Tre giorni in Norvegia con un obiettivo: il Trolltunga. Hike up, stand on!

Eravamo cinque amiche al bar…no, riproviamo.
Era il maggio di due anni fa.
Io e Sara da Lussemburgo, Annarita da Milano, Sofia e Khadija da Parigi.
Destinazione comune: Trolltunga.
La scelta del viaggio nasce sei mesi prima, il Trolltunga è una destinazione che mi affascinava da un po’, ma mai mi sarei avventurata da sola a fare quel trekking, avevo bisogno di convincere qualche altra persona e sono stata convincente…ci siamo ritrovate in cinque a fare questo lungo weekend sufficientemente folle nella sua pianificazione. Il periodo ideale per andare sul Trolltunga è da metà giugno a fine agosto, noi eravamo a fine maggio. Niente di drammatico, ma…siamo in Norvegia e a maggio è presente ancora la neve. Detto questo, noi partiamo.

Ad Annarita ho regalato il volo aereo, così mi sono tolta il problema del regalo di Natale, a lei piace il Nord Europa per cui alla cieca si è fidata di me (ed è ancora incredibilmente mia amica).
Con Sofia volevamo da tempo fare un qualcosa di particolare insieme, per cui l’idea del viaggio è partita proprio con lei (e lei ha fatto aggregare anche Khadija).
Sara ha uno spirito per le camminate simile al mio, per cui è venuto facile proporglielo.
Annarita da Orio e Sara/Kahdija da Parigi avevano un volo diretto. Annarita aveva poi il compito di recuperare l’auto a noleggio e incontrare le parigine in città. Io e Sara eravamo le ultime ad arrivare, con un viaggio della speranza: bus alle 2 di notte da Lux a Francoforte Hahn, volo su Londra Stansted e infine Oslo (al ritorno saremmo rientrate su Lux, con il solo scalo a Londra).

Il giovedì inizia la nostra avventura. Siamo arrivate tutte, ci siamo incontrate, abbiamo fatto le presentazioni e via…!
Per arrivare nei dintorni del Trolltunga bisogna guidare 350km, partiamo appena possibile e in auto ci raccontiamo le nostre vite. La strada è luuuunghissima, complice anche il basso limite di velocità. Arriviamo a Kinsarvik per l’ora di cena, abbiamo alloggiato al Kinsarvik Camping (consigliato, 165€ a notte un appartamento per 5 con sauna) per due notti. La scelta è stata fatta dopo aver valutato le distanze sia per il Trolltunga, sia per Flåm, le due destinazioni di questo viaggio.

Cena nella casetta (dopo aver elemosinato del sale), sveglia puntata di buon (buon) mattino e poi tutte a nanna. Ecco. A maggio ci sono quasi le 24h di luce, per cui la notte (senza tende) è stata a tratti travagliata. 

Il venerdì si parte. Le previsioni del mattino presto non sono incoraggianti, ma il sole dovrebbe fare capolino per l’ora di pranzo. Perfetto. Guidiamo un’oretta e arriviamo al parcheggio dove avremmo lasciato l’auto per cominciare la camminata. L’inizio del percorso non è il massimo, un fantastico cartello scritto a mano recita “closed”, ma vediamo che non siamo le sole e quindi non ci fermiamo.
Inizia la camminata. Come descriverla?
Iniziamo dai dettagli oggettivi: sono 11km ad andare e gli stessi 11km a tornare. Nel primo chilometro (e quindi anche nell’ultimo) si sale (scende) di 800m. In 4km si raggiungono i 1000m di dislivello, per il resto del cammino si rimane sempre intorno ai 1250m sul livello del mare.
Ora i dettagli soggettivi: il primo chilometro è provante. Gradini naturali alti 40cm, salita veramente in pendenza, strada sdrucciolevole. Nel secondo chilometro si hanno le fatiche del primo ancora nel fiato, fa freddino, il clima è secco e respirare l’aria frizzante rende tutto più stancante. Ad ogni cartello di chilometro fatto, però, siamo orgogliose, nonostante la neve sul cammino tenda ad aumentare. Seguiamo le indicazioni tra legnetti scritti a mano e costruzioni di sassi marcate di rosso. Il panorama è però splendido (e sì, la neve per me lo rende ancora più magico). Si fa il percorso con grossomodo la stessa gente, chi sorpassa prima, si ferma poi a prender fiato. Ci si sorride a vicenda, ci si dà la carica tra sconosciuti. La bellezza delle camminate in montagna è anche questo.
Gli ultimi chilometri scorrono via più tranquilli, ma, ancora, la neve non aiuta. Il sole però comincia a farsi largo tra le nuvole e il paesaggio risplende.
Il decimo chilometro è probabilmente il più bello: sai di essere vicina alla meta, è falso piano, incontri chi sta tornando indietro e ti incoraggia dicendoti un “almost there!”. Arrivi e la vedi lì, davanti a te, la lingua del troll che tanto hai voluto vedere. È più in basso rispetto alla stradina che si percorre e quindi la vedi pian pianino, come la più bella delle sorprese.
C’è gente, ma il fatto di essere fuori stagione ha il vantaggio che non sia sovraffollato. Ci mettiamo subito in coda per fare le foto di rito. Prima di gruppo, poi da sole. I nostri sorrisi sono a trentadue denti. Assistiamo anche a una proposta di matrimonio!
Ci mettiamo al sole a rimirare il panorama e a mangiare i nostri meritati panini. Staremmo lì ore a guardare quelle rocce a strapiombo sul lago, ma purtroppo ci aspettano gli altri 11km per tornare all’auto.

Ci si riveste e comincia la discesa. Dopo una salita c’è sempre una discesa, ma non è detto questa sia più semplice della prima. La stanchezza si fa sentire, la neve è diventata poltiglia, i segnali sono meno chiari, la gente segue precorsi diversi. Riconosciamo qualche dettaglio della salita e proseguiamo, il paesaggio però “è cambiato”. Il sole regala nuovi colori e nuovi scorci. I rigori d’acqua del mattino sono diventati torrentelli più scomodi da guadare (causa neve sciolta) e io e Khadija ci troviamo proprio ad attraversarne uno inzuppandoci fino al ginocchio (le altre avevano usato una passerella di legno, che, dopo la terza persona è stata portata via dalla corrente eheh). Gli ultimi chilometri li ho fatti con le rane nelle scarpe 🙂
L’ultimo chilometro è stato veramente impegnativo, ma ce l’abbiamo fatta!
Figata!
Contentissime!
Si torna al camping stanchissime, ma piene di gioia. Ecco…al camping c’era la sauna, ma qualcuna non ha messo la crema per il sole, per cui, come dire…meglio non infierire sulla temperatura corporea. 

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Il sabato riprendiamo l’auto, facciamo un paio di soste-fotografia e guidiamo fino a Flåm, dove avevamo deciso di prendere la famosa Flåmsbana. Il trenino verde che sembra uscito da Harry Potter. Il prezzo del biglietto non è bassissimo (55€), ma…cosa è economico in Norvegia? Per noi ne è valsa la pena. Il giro dura un paio d’ore, ci si siede e si guarda fuori dal finestrino. Cascate, vallate, tutte le sfumature di verde che si sovrappongono. C’è anche uno spettacolo trash a metà con una tizia che esce fuori dalla cascata e canta. 


Ritornate a valle, si riprende l’auto e ci aspettano i 300km abbondanti per tornare a Oslo. A Oslo restiamo solo una notte e soggiorniamo nell’Anker Hostel (per me uno dei più brutti ostelli in cui sia mai stata). Arrivate per cena e stanche di panini al volo decidiamo di regalarci una vera cena con birrozza annessa, lungo il mare della città. Il sole splende sempre alto in cielo, quindi la giornata sembra non aver mai fine, ma…le vacanze hanno un inizio e anche una conclusione, per cui si deve andare a dormire.

Annarita guida fino a Torp al mattino, io e Sara raggiungiamo Torp nel primo pomeriggio, Sofia e Khadija ripartono da Oslo nel tardo pomeriggio. Ci si saluta e ognuna è consapevole che sta tornendo a casa con il conto in banca un po’ più povero, ma con un’avventura splendida da mettere nel conto delle esperienze da fare nella vita.

Al Nord, che più al nord quasi non si può: le Isole Svalbard

Sono passati tanti anni, ma le amicizie vere spesso non si scalfiscono. Per una serie di eventi io e Giorgia, per me Gigia, ci eravamo perse di viste, poi, per altre serie di eventi ci siamo ritrovate. È venuta a trovarmi un paio di volte in Lussemburgo, per un paio di concerti, abbiamo chiacchierato, ci siamo raccontate gli anni passati e…come per caso…è nata la voglia di una vacanza insieme. Il dove e il quando da scegliere.

Facciamo un brainstorming di dove ci piacerebbe andare, così, per vedere quali mete potrebbero andare bene a entrambe. Ne rimangono un paio in lizza, anche perché nel frattempo abbiamo scelto il periodo: maggio. Ancora qualche discussione e scambio di vedute e anche la destinazione è scelta: le isole Svalbard. 

Lo diciamo in giro e la gente ci guardava con occhi sbarrati: “Dove cavolo sono le Svalbard?” “Eh quasi al Polo Nord”. Poi la domanda successiva “e perché vorreste andare là?” “Per vedere l’orso polare e perché ad entrambe l’Islanda è rimasta nel cuore e vorremmo vedere un altro posto con taaaanto ghiaccio”

Eccoci quindi pronte a partire. Il viaggio durerà una decina di giorni. La prima tappa sono 3 giorni a Stoccolma, poi volo per Longyearbyen, dove ci fermeremo 6 giorni, infine una notte a Oslo, prima di rientrare a Milano.

Stoccolma è una città che nessuna delle due aveva mai visto, ma per cui entrambe avevamo ricevuto buone recensioni. Così s è confermata. È una città cara, su questo non ci piove. Noi abbiamo soggiornato al Skanstulls Hostel, dove abbiamo optato per una camera con bagno privato ma…senza finestre. Sì lo so, sembra folle, ma con le poche ore di buio non è stato poi così male non avere finestre. Nell’ostello è presente una cucina che noi abbiamo usato solo come appoggio di cibarie che dall’Italia volevamo portare alle Svalbard e non abbiamo fatto colazione in ostello, quindi non saprei giudicare. L’ostello si trova in una zona senza infamia e senza lode, se mi chiedete cosa ci fosse intorno, vi risponderei “parrucchieri”. Scherzi a parte, ci sono ristoranti, bar, negozi, un supermercato. La città di per sé non è enorme e la si gira tranquillamente a piedi o con poche fermate di metropolitana (che però è carissima).

La prima sera, girovaghiamo senza una meta precisa, finché una giovane mamma italiana si ferma a chiacchierare con noi e ci consiglia di andare a mangiare alla Bla Dorren (porta blu), un ristorante tipico, dove gustare le polpette di renna. Ceniamo e definiamo in po’ cosa avremmo visto nei due giorni successivi. In ordine sparso:

  • Vasa Museum: bello, il galeone ha il suo fascino, basta non pensare alla disfatta dell’opera in sé (che affondò senza quasi uscire dal porto) e basta ammirare la maestosità degli intarsi nel legno.
    Per arrivarci noi prendiamo un battello da Gamla Stan, facendo il biglietto giornaliero dei mezzi di trasporto. Una volta sulla’”isoletta” (non è una vera isola) camminiamo qua e là ma decidiamo di non fermarci in nessun altro museo…volendo ci sarebbe Skansen, il villaggio di Pippi Calzelunghe e il museo sugli ABBA. Due istituzioni svedesi, che però lasciamo alla prossima volta. 
  • Giro in battello: decidiamo di fare un giro in battello per i canali svedesi. Ehm. Come dire. Ci siamo addormentate entrambe. A stare fuori si prendeva veramente tanto vento, dentro il dondolio conciliava il sonno e la voce narrante non era delle più sprintose. Diciamo che forse dura troppo, vedere la città dal battello ha il suo fascino, ma porta via molto tempo.
  • Gamla Stan: passeggiamo per la città vecchia si di sera che di giorno, non entriamo in nessun palazzo/museo e ci godiamo semplicemente l’architettura
  • il municipio: sede della consegna del Premio Nobel, per vederlo ci sono orari ben precisi…che ovviamente non sapevamo e non si incastravano con il nostro giro. Ci siamo accontentati della salita sulla torre (anche quella ad orari prestabiliti) per una vista dall’alto della città.
  • Skinnarviksberget: mi era stato consigliato da un contatto Instagram, è un punto panoramico della città, dall’altra parte rispetto al municipio. È un parco pubblico, piacevole e rilassante attendere l’ora dell’aperitivo…per poi andarsi a bere una birra a Sjobergsplan in attesa del tramonto.
  • Fotografiska: è il museo della fotografia, bello. L’area espositiva è molto interessante e a seconda delle mostre può valere la pena fare un salto

Di ristoranti non ne abbiamo provati molti. Una sera ci siamo semplicemente godute la serata in un parco vicino all’ostello, Lillabrekston Parken, insieme a gente locale. Birretta e qualche nocciolina, niente più. La terza sera invece siamo andate a mangiare altre polpette al Meatballs for People. Un concetto interessante che permette di provare polpette di diversi animali. Le colazioni le abbiamo fatte alla Lilla caféet på söder e…maialata d’altri tempi…siamo andati a fare una sontuosa colazione da Mr. Cake. La scusa era rivedere Ilaria, un’amica che non vedevo da più di quattro anni: io mi trasferivo in Lussemburgo, lei in Svezia. Ci siamo ritrovate e abbiamo fatto una splendida chiacchierata, per poi scoprire che avevamo visitato più noi di lei di Stoccolma.

È giunta di partire per la vera destinazione, le Isole Svalbard.

Aereo serale, arrivo previsto intorno all’1 di notte. Ecco, poteva essere l’1 di pomeriggio e la luce sarebbe stata uguale. Impressionante. Per tutta la vacanza cerco di rendermi conto cosa voglia dire avere le luci e le ombre grossomodo sempre uguali per 24h. Il ritmo biologico è scombussolato. È mezzanotte, ma fuori c’è luce, ti senti stanca devi andare a dormire, ma il tuo cervello non ha i punti di riferimento classici. Chiacchierando nei giorni successivi con chi lì ci vive scopriremo che però l’arrivo del sole è ogni anno una festa, dopo sei mesi di buio, a molti scende una lacrima quando il sole spunta all’orizzonte.

Detto questo…arriviamo e andiamo al Mary Ann’s Polarigg, dove alloggeremo per questi giorni. Una delle sistemazioni più economiche, ma…c’è da dire…di sicuro le Svalbard non sono una vacanza low cost. Il Mary Ann è una sorta di ostello con bagni in comune, una cucina a disposizione (noi avevamo portato cibo dall’Italia per le cene: spaghetti aglio e olio, risotti in busta, parmigiano, zucchine, olio d’oliva…attrezzatissime!) e un grande spazio-salotto per gli ospiti. 

Il primo mattino era prevista la gita con i cani da slitta, piove e non si può fare. Andiamo a farci un giro a Longyearbyen che è grande come un paesino italiano. Le cose che saltano all’occhio sin da subito sono due: i tubi non interrati a causa del permafrost (e scopriremo che per le stesse ragioni non esistono nemmeno cimiteri) e che…è vero che lo si legge anche sulle guide, ma il fatto di non poter lasciare il centro abitato se non armati per il rischio di incontrare l’orso polare è sufficientemente inquietante. 

Pranziamo con un hamburgerazzo al ristorante Kroa e decidiamo che il primo giorno sarebbe stato di relax. Le escursioni degli altri giorni erano comunque in balia del meteo, tanto valeva prendere la cosa con filosofia e leggersi un libro pensando di essere a nord che quasi più a nord non si può. Nei giorni successivi abbiamo:

  • visitato i due musei: uno sulle spedizioni polari e uno sulle isole Svalbard, entrambi meritano la visita, non foss’altro per avere un’idea di cosa sono queste isole e quanto il nord del mondo sia stato inseguito negli anni passati
  • biciclettato su una fat bike con cena (alle 22) vista mare artico: divertente, forse un po’ stancante, anche perché la temperatura era comunque frescolina
  • preso un taxi che ci ha portato in giro per la cittadina e dintorni, raccontandoci la storia delle Svalbard e qualche piccolo aneddoto sulle vecchi elencazioni
  • ciaspolato sul ghiacciaio (penso Giorgia mi abbia odiata): inizialmente una fatica estrema, anche perché la giornata è iniziata sotto la neve. Arrivate in cima, però, un paesaggio lunare davanti a noi. Bianco, bianco e ancora bianco. In lontananza il fiordo. Spettacolo.
  • fatto l’escursione con i cani da slitta (in realtà su ruote gommate): un’esperienza, ecco, non so se la rifarei, ma una volta nella vita può essere divertente
  • abbiamo visitato una caverna di ghiaccio (e io guidato una motoslitta): bello! …a parte l’uscita impegnativa dalla caverna.
  • fatto la spesa al supermercato in cui, occhio, bisogna depositare i fucili prima di entrare
  • visto l’orso polare. Eh sì. Proprio lui! L’escursione lunga una giornata per vedere (da lontano, perché non era ben spiegato) la città di Pyramiden e il ghiacciaio lì vicino, si è rivelata l’occasione giusta per vedere un orso bianco passeggiare sugli iceberg.
    Alle Svalbard sono vietati safari allo scopo di “inseguire” l’orso polare, per cui vederlo è possibile, ma non così facile.
    Avevamo gli occhi pieni di gioia, poco importavano le 11h di barca su un mare non proprio piatto, noi…noi avevamo visto l’orso! 

I giorni sono volati. Tra qualche chiacchiera e qualche incontro che ricordiamo ancora oggi con il sorriso, ci siamo ritrovate nuovamente in aeroporto a guardare un cartello che cita le distanze delle Svalbard dal resto del mondo, lo guardiamo e sogniamo…

Volevamo vedere il ghiaccio e lo abbiamo visto.
Volevamo vedere un posto remoto e lo abbiamo visto.
Volevamo vedere l’orso polare e lo abbiamo visto.

Insomma, i sogni ogni tanto diventano realtà, bisogna sicuramente avere un po’ di fortuna, ma bisogna persevere nell’inseguirli!

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Mantova: Giorgia [you are] the queen of the night.

Aprile, dolce dormire.
Macché, si comincia già a novembre a progettare questo weekend musicale. Qualche amica segue Giorgia da vent’anni o forse più, io ho sempre avuto la curiosità di sentirla dal vivo e finalmente arriva l’occasione giusta: una data a Mantova, di sabato.
A novembre nasce quindi un gruppo WhatsApp in onore dell’evento e vengono aggiunte presone a me sconosciute o meglio, la sconosciuta del gruppo sono io. Tutti gli altri si conoscono da anni e hanno in comune la stessa passione per la cantante romana. Prima la scelta dell’albergo che possa ospitare tutti e 12, anzi no 13, anzi no 14. La scelta ricade sul B&B 3176 con 3 appartamenti, in zona abbastanza centrale, così che tutti possano raggiungerlo comodamente. Sia chi arriva in auto, sia chi arriva in treno. Passano i mesi e ogni tanto qualcuno scrive, io assisto da spettatrice (chiedendo aiuto in privato a Silvia e Nicla, quando vedevo 60 e più messaggi, nel caso ci fossero cose fondamentali a cui rispondere). Capisco che incontrerò una persona che non vedo da almeno dieci anni e la cosa mi fa sorridere, capisco che l’affiatamento in quel gruppo è qualcosa di stupendo per me, animo solitario. Non vedo l’ora di unirmi a loro e dare un volto ai nomi che si susseguono nella chat.

Quel weekend è arrivato e mancano da delineare i dettagli: cosa (sperare di) vedere a Mantova, come dividersi nelle stanze, a che ora arrivare, dove andare a bere uno spritz, dove pranzare il giorno post concerto. Io mi lascio trascinare dagli eventi e solo all’ultimo sento Silvia per capire come si parte da Milano. Facciamo due conti e alla fine a me conviene contattare colei che partirà da Piacenza. Silvia lo definisce un “blablacar referenziato” e quindi sfacciatamente scrivo a Sara, presentandomi, offrendo un passaggio, ricevendone uno in cambio e accettando ancora più sfacciatamente. 

Arriva finalmente il sabato mattina e mi presento (con un po’ di anticipo come al mio solito) al punto di incontro. Sara è ancora più in anticipo di me e quindi partiamo. Ci conosciamo, chiacchieriamo e i chilometri passano via leggeri. Arriviamo a Mantova e siamo le prime. Parcheggiamo e facciamo in tempo zero una figuraccia citofonando al B&B sbagliato, ne ridiamo e aspettiamo Chiara e Viviana, che, appunto, non vedevo da parecchi anni. Che bello è ritrovarsi dopo così tanto tempo e riabbracciarsi? Ma un abbraccio di quelli veri, non di circostanza! Andiamo al bar, attendiamo la seconda ondata: Trento e il centro-sud (recuperato in stazione). Intanto cominciano le domande a me, l’espatriata lussemburghese. Le domande sono anche curiose e dirette, ma sorrido e rispondo. Trovo il modo di interrompere l’imbarazzo andando a ritirare le chiavi degli appartamenti. Arriva la terza ondata: Milano e dintorni, tra cui le persone che conosco da più di 15 anni (mammamia Silvy). Il tempo di un caffè e ci dirigiamo agli appartamenti e arriva anche la quarta ondata: Sicilia. 

Ovviamente tutti i propositi di visite turistiche serie vengono abbandonati, ma decidiamo comunque di andare a passeggiare per la città. Il gruppo si compone di gente che ha una temperatura corporea normale e di due estremi: io, la nordica, in felpa e maglietta mezze maniche, e i rappresentanti del sud, che paiono vestiti per il Polo Nord. Ci si scherza su, ci si sorride, ci si prende in giro, come se ci si conoscesse da sempre. Si parla di cantanti e canzoni, di concerti e di coreografie. Anche un po’ di calcio, dai, diciamolo. Chi torna in camera, chi mangia un gelato. Ci si ritrova al bar di Marlene per fare un aperitivo pre-concerto. L’atmosfera è sempre sorridente, i vassoi con le cibarie sono molto anni ’90, il prezzo è ottimo, quasi da fare un bis da bere al volo. Paghiamo e si va alle auto: è giunta l’ora.

 

 

Entriamo all’ipercoop, ah no, era il PalaBam. Il palazzetto è piccolino, intimo. Ci intratteniamo fuori dal palazzetto e faccio in tempo a condividere la mia passione tra le montagne con Silvia, che tra le montagne di abita, e a concludere la conversazione con un “se andassi in Patagonia ti avviso” che penso mai si concretizzerà, ma che è suonato come se fosse la cosa più normale da proporre a una persona conosciuta solo qualche ora prima. Si entra. Prima fila per me, come la migliore delle fan (che sa 4 canzoni, però). Qualche foto, qualche altra chiacchiera emozionata pre-concerto e poi arriva Giorgia. Silvia mi istruisce sul come si muovono i veri fan e io mi adatto (grossomodo). Le cover e i suoi successi, il correre verso il palco, le fotografie ravvicinate, il microfono passato allo zoccolo duro delle supporter, una mano pestata, Swarovski che si perdevano, mani allungate in cerca di un contatto. L’emozione visibile sugli occhi delle mie amiche.
Giorgia mi sorprende con il suo interagire con il pubblico, gioca con coristi e musicisti e conferma la sua voce incredibile. Tutti mi dicono “non è il concerto giusto”, ma in realtà io lo apprezzo lo stesso. Sarà stata anche la compagnia. Il tempo vola, realmente, non so quanto sia durato il concerto. Usciamo ed è l’ora di abbracciare e salutare Silvia, che rientra subito a Trento.

 

Il gruppo decide di andare a fare la punta all’hotel dove fooorse c’è Giorgia, ma no, attendiamo invano ed è ora di tornare al B&B. Ci aspettano pane e salame, forniti dalla delegazione milanese; torta, spumante e Bargnolino offerto da Sara. Io da tradizione non mangio nulla fuori pasto e mi intrattengo a parlare dei miei viaggi con Maria Rita, che i viaggi li organizza per lavoro e che si presta ad ascoltare le mie avventure. Forse non le ho mai raccontate così, una in fila all’altra e raccontandole mi rendo conto di quante piccole follie io abbia fatto. Di quante piccole sfide con me stessa io abbia vinto. Spero di aver trasmesso un po’ della mia sicurezza, delle emozioni, dei colori e delle bellezze dei miei viaggi. Lei di sicuro mi ha trasmesso il rapporto speciale che ha con la sorella, Michela.
Sono quasi le 3 e alle 10 dobbiamo essere tutti fuori dal B&B, è meglio andare a dormire. Ci si saluta, un ultimo sorriso e poi ognuno nella propria stanza, sotto le coperte. Le ultime chiacchiere prima della buonanotte.

Le sveglie suonano insolenti, tutti pronti e sotto una pioggerellina fastidiosa e un vento freddo andiamo a fare colazione su tavoli all’aperto (io lo avevo detto per scherzo, ma era l’unica cosa che offriva la città), offro la mia giacca alle più freddolose, ma impavide rinunciano. Il tempo di un giro all’interno di una chiesa (San Lorenzo) in cui mi perdo nei miei pensieri, cullati dalla musica di un violino e poi si va al ristorante Ai Ranari. Prenotazione alle 12, perché poi qualcuno deve andare via presto.
Mangiamo bene, ma soprattutto tanto (almeno io mangio tantissimo, fortuna che Vivi e Sara sono state due ottime compagne di “smezzatura piatti”). Ravioli di zucca, bigotti con guanciale, gnocchi pere e formaggio fuso, gnocco fritto, bistecche terrine di carciofi e taleggio, dolci. Si beve (con moderazione), io prendo la mia fidata Coca-Cola.

È ora dei saluti. Purtroppo quando ci si riunisce, prima o poi arriva anche il momento di salutarsi e di tornare alla vita quotidiana. Andiamo al parcheggio e ci abbracciamo, il mio animo è felice. Ho conosciuto delle persone veramente splendide. Tutti si danno appuntamento a futuri luoghi di incontro, io offro ospitalità in Lussemburgo (ma i Siciliani dubito si facciano fregare dal meteo lussemburghese), ma prometto anche di andare per Santa Lucia a Palermo. Il volo c’è, basta solo prenotarlo (e loro non sanno che io sono pericolosamente capace di farlo).
Il tempo di un ultimo girotondo con le tenere e spiritose parole di Marcie, mi fanno anche ripronunciare Gromperekichelcher, così c’è un’ultima presa in giro per me, la lussemburghese che attraversa solo sulle strisce.

Ognuno sale in auto, io riprendo la strada per Piacenza con Sara, contenta di avere qualche altro chilometro per chiacchierare di noi e poi abbraccio anche lei, prima di tornare a Casa. Quella che gli inglesi chiamano home e non quella che gli inglesi chiamano house, quella è in Lussemburgo e ci sto tornando ora, intanto che sto scrivendo, con una consapevolezza in più: se ci incontreremo di nuovo, le magliette le indosserò solo tinta unita.

Iran: i colori e il calore di questo splendido Paese. Non si possono spiegare, si possono solo sentire.

Il 2018 è stato un anno stancante, con poco tempo per i viaggi. Un percorso di studi executive iniziato nell’ottobre del 2017 e conclusosi nel dicembre 2018 ha fatto sì che io volessi prendermi una vacanza di 15 giorni, lontano dalla quotidianità, per riequilibrare tutto quello che non mi sono concessa nei mesi di studio. Un giorno per ogni mese di studio, un buon compromesso.

La voglia di partire, il non sapere dove andare. Siamo a novembre e io voglio partire a gennaio. Il planisfero davanti a me e l’Iran, nel centro. Eccolo il mio prossimo viaggio, non è la stagione migliore, ma pazienza.

Mi metto su internet a cercare quante più informazioni possibili, chiedo ad amici che ci sono stati e tutti ne parlano bene, controllo il prezzo dei voli (cosa per me non da sottovalutare) e rientra nel budget. Trovo un’agenzia (1stQuest), mi affido a loro e ne rimarrò più che soddisfatta. Decine di domande scambiate con l’agenzia, decine di sottigliezze che il mio essere metodica mi obbliga a dover delineare sin dall’Europa. Infine, convinco la mia amica Sara ad unirsi e…si prenota.

Il volo è con Turkish Airlines (scalo a Istanbul), l’arrivo è a Shiraz ad un orario improponibile (2am). Pratiche del visto da fare semplici e un autista che ci aspetta per portarci al Forough Hotel, il più bel albergo del viaggio (ma non cenate lì). Dormiamo 5h scarse e post colazione incontriamo un responsabile di DaricPay per farci consegnare la carta di debito iraniana che useremo in tutto il viaggio (forse evitabile). Sbrigate le formalità, inizia il vero viaggio.
La prima tappa è il giardino Eram; melograni, secchi, piante officinali, secche, rose, secche…insomma, nessuna pianta invernale da ammirare, ma un bel giardino in cui camminare. Pranziamo, scopriamo quanto economico è per un europeo l’Iran (5€ in due) e andiamo al mausoleo di Hafez: bello, pulito, con una musica iraniana a fare da cornice all’ora del tramonto. Attraversiamo il Vakil bazar e ci accorgiamo quanti pochi turisti (nessuno) ci siano in Iran in questa stagione.
Sveglia prima dell’alba, andiamo alla Nasir-al Mulk Mosque (Pink Mosque, per gli amici) e prima si arriva, meglio è. Entriamo nella moschea prima delle 7.30 e siamo le seconde turiste. Il sole filtra timidamente e in meno di un’ora dipinge attraverso i suoi vetri colorati colonne, muri, tappeti. Lo splendore lascia tutti stupefatti. L’atmosfera è silenziosa, nonostante altri turisti arrivino man mano. Le ultime fotografie e poi usciamo da questo caleidoscopio.
Seconda moschea della giornata è la Vakil Mosque, dove una scolaresca delle elementari rompe il silenzio e regala gioia al cortile. Infine l’Holy Shrine, in cui torneremo alla sera, per vederlo illuminato. Si tratta di un complesso di preghiera, accessibile a tutti, ma con obbligo per le donne di indossare lo chador (fornito).

 

Ora di cambiare città. Adel ci viene a prendere in hotel e ci accompagnerà per i prossimi tre giorni. Ci sediamo in auto e cominciamo la lunga giornata andando a Persepolis. La grandezza di un tempo è ancora visibile, nonostante la distruzione subita. Non so quante colonne in ciascun palazzo, non so quante entrate con imponenti bassorilievi. Non chiedetemi i nomi persiani (e non), detti in inglese, degli artefici (e distruttori) di questo sito archeologico…Dario, Ciro, Alessandro….la storia non è il mio forte, ma la visita è veramente emozionante.
Andiamo successivamente alle necropoli (visiteremo solo la principale Naqsh-e Rustam) dove sono sepolti quattro re della dinastia archemenide e a Pasargadae, altro sito archeologico, sede della tomba di Ciro il Grande.
Ci rimangono “solo” altre 5h di viaggio per raggiungere KErman e Adel ci racconta dei pistacchi, dei datteri, dei tappeti, del rame. Parliamo del costo della benzina (!!1€ per 12 litri!!) e del grande problema economico che sta investendo l’Iran negli ultimi mesi. Rimane il tempo per una deviazione non prevista al villaggio di Meymand, un villaggio di roccia, un mix tra Mesa Verde e i sassi di Matera. Arriviamo a Kerman, depositiamo gli zaini all’Akhavan hotel (potrebbero essercene di migliori, sicuramente la colazione è pessima) e andiamo a cena insieme per mangiare un ottimo e autentico falafel.

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Seconda giornata in auto per andare verso il deserto di Lut. Adel ci racconta della grandezza del provincia e del deserto stesso. Un deserto che ad attraversarlo tutto si arriva in Afghanistan. Un deserto pieno di diversità, ti aspetti le dune e invece vedi formazioni sabbiose maestose (kalout), un fiume perenne e salatissimo, alberi che attirano sabbia e creano colline, canali d’acqua sotterranei. Aspettiamo il tramonto su una kalout e poi rientriamo all’ecolodge (ce ne sono di migliori anche in questo caso) per la cena e per poi riuscire alla ricerca di un cielo stellato desertico. La luna quasi piena “rovina” la visione, ma andiamo a letto con un sorriso e con una sveglia alle 5 per tornare nel deserto e vedere l’alba. Vedere il deserto colorarsi di rosa ha sempre il suo fascino.
Si riparte per Kerman, con tappa al castello di Rayen, dove gli studenti di Adel ci fanno entrare gratuitamente. Arrivati a Kerman visitiamo il bazar, facciamo i primi acquisti, e finiamo il pomeriggio in una tea house. Ceniamo guardando la partita Iran-Cina e salutiamo Adel. Lo ringraziamo per tutto, il suo sogno è aprire una struttura ricettiva a Kerman, la sua città. Il logo ce l’ha…noi gli auguriamo fortuna.

 

Avremmo dovuto prendere il bus e invece ci ritroviamo su un taxi sgangherato con un taxista che parla quattro parole di inglese.
Rageh Canyon è la prima tappa, attraversamento autostradale da paura, 25km di sterrato e il canyon. Scendiamo nella gola, scattiamo qualche foto e ripartiamo. Pranzo improponibile sulla strada e seconda tappa allo Zein-o-din Caravanserai, caravanserraglio storico sulla via della Seta, oggi adibito ad hotel. Terza tappa nella fortezza di Saryazd, con personaggi assurdi che la gestiscono. Ormai è buio, ma per principio chiediamo di fare anche l’ultima tappa, presso la moschea di Fahraj. La strada per l’ecolodge fortunatamente ce l’ho io e guido il taxista a gesti. Arriviamo, scarichiamo i bagagli e entriamo in un “ostello” fuori dal tempo. È in corso una festa! Sono tre anni che hanno aperto il Nartitee! Questo sì che è un posto che consiglio: l’accoglienza è speciale, le stanze sono tradizionali (tappeti e materassi per terra), i sorrisi non mancano mai.

 

La giornata comincia con un’ottima colazione e un taxi per le Torri del Silenzio di Yazd. Ci aspetta Mina, la nostra guida odierna. Le torri sono affascinante, si parla di zoroastrismo (la religione del profeta Zaratustra, per intenderci) e del rito funebre ad esso legato. Continuiamo a conoscere questa religione presso il museo ad esso dedicato e all’adiacente tempio del fuoco.
Avvicinandoci alla città vecchia di Yazd, visitiamo il complesso Amir Chaqmaq, il museo dell’acqua, un panettiere all’opera, la prigione di Alessandro, il museo del mulino ad acqua. L’ingegno dei canali acquatici sotterranei è impressionante, così come le torri del vento che disegnano lo “skyline” della città e che osserviamo su uno dei tetti all’ora del tramonto. ultima tappa (a cui non abbiamo dedicato il giusto tempo) è il giardino Dolat Abad. Rientriamo in taxi al Nartitee, dove ci attende la solita musica allegra e abbiamo l’opportunità di scambiare impressioni sull’Iran con altre due turiste europee. Lo stupore positivo di tutte è contagioso.

 

Altro cambio città e primo viaggio in bus VIP, da Yazd a Isfahan: incredibilmente comodo, ma incredibilmente caldo. Arriviamo in città, taxi, zaini in hotel e poi dirette alla Jameh Mosque. Rientrando passeggiando per il bazar un anziano insegnante in pensione si avvicina e decide di dedicarci un po’ del suo tempo. Ci fa da guida, si sofferma su mosaici e calligrafie e noi…ci facciamo portare. Tra un caravanserraglio e l’altro ci porta da uno stampatore di tessuti e poco dopo ci salutiamo. Ci chiede in cambio piccole monete in Euro per la sua collezione, ci sorride e le nostre strade si dividono.
Rientriamo in albergo per un po’ di relax e poi è ora della scuola di cucina!
Maryam ci manda un taxi a prenderci e ci aspetta a casa sua. Cappello da cuochette, grembiule e tanto divertimento. Impariamo quattro piatti persiani, impariamo quali sono le famose sette spezie fondamentali per la loro cucina, sveliamo che anche noi in Italia mangiamo riso e zafferano, ma…è un po’ diverso e promettiamo di inviare la ricetta. La serata passa piacevolmente e, oltre a cucinare, chiacchieriamo dell’Iran, dell’Islam, delle differenze con l’Occidente. È ora di salutarci. Una stretta di mano e un caloroso “arrivederci”.

 

Con la pancia piena dal giorno precedente, incontriamo Ali, un simpatico ragazzo iraniano che parla anche italiano. Ci dirigiamo verso la piazza Naqsh-e Jahan dove passeremo tutta la mattinata e intanto ci racconta la storia di quel luogo e quella città, la vecchia capitale. Nella piazza ci sono: il bazar, luogo pubblico per eccellenza, un palazzo privato dai soffitti intarsiati e dipinti, una moschea privata che con un gioco di luci possibile solo in prima mattinata disegna sulle piastrelle della cupola un maestoso pavone, una seconda moschea, pubblica, dall’acustica perfetta. Nel visitare tutto, facciamo anche in tempo ad andare ad acquistare un tappeto, ascoltando origine e manifattura delle decine di possibili tappeti iraniani, e facciamo anche in tempo a visitare un secondo palazzo con alberi secolari, giochi di specchi e affreschi a memoria della storia perisana.
Dopo pranzo, prendiamo l’Uber del posto (Snapp) e andiamo prima nel quartiere armeno di Jolfa e poi a passeggiare sui due ponti antichi della città: Sie-o Se e Khajou. Il fiume è in secca da un anno e sette mesi, l’acqua è stata finalmente aperta a mont, ma arriverà solo il giorno successivo in città. Peccato! (Mina e Maryam ci invieranno foto e video per farci vedere la felicità degli iraniani per questo evento tanto atteso).
Il tempo di un gelato zafferano e acqua di rose e salutiamo Ali, ringraziandolo di cuore.

 

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Salutiamo Isfahan e prendiamo un altro bus per raggiungere Kashan. Qui saliamo sul bus sbagliato e a 30km dall’arrivo ci comunicano che un’auto governativa ci verrà a a prendere e ci porterà in hotel. Passato un istante di panico del tipo “machecazz”, capiamo che l’auto governativa non è nient’altro che un taxi e che probabilmente il bus non era un vero e proprio bus turistico, ma più per locali. Arriviamo nella nostra Traditional House (Amirza, consigliata!) e veniamo accolti con l’ennesimo sorriso genuino. La stanza non è ancora pronta e ci consigliano di andare a vedere subito le case tradizionali di Kashan. Cosa dire? Incredibili. Delle ville con la V maiuscola: Abbasi, Tabatabaei, Borujerdis.

 

Per il secondo giorno a Kashan decidiamo di provare l’ebbrezza dei mezzi pubblici. Chiediamo informazioni, ci fanno salire su un autobus, ci fanno scendere e ci dicono “bene, qui aspettate il bus che ha scritto Fin Garden [ovviamente in persiano, ndr]”, ci guardiamo e iniziamo a sorridere. Passano un paio di bus e poi arriva lui, quello 10 posti sgangherato, che sembra uscito da Sister Act II. Il conducente sui generis ci fa segno di salire pronunciando Fin Garden in inglese, ci fidiamo e via, si parte. Uno spasso, lui simpaticissimo, le altre persone sul bus che ci guardavano con cenni d’intesa del tipo “tranquille che state andando nella direzione giusta”. Arriviamo a destinazione ancora e non possiamo non chiedere una foto ricordo.
Visitiamo il giardino, che vale la pena visitare anche in inverno e poi riprendiamo un bus (questa volta normale) per rientrare in città. Ultimo giro al bazar, ultima moschea, ultimo pranzo (probabilmente il migliore della vacanza) e il rientro alla traditional house dove chiediamo se ci possono cambiare la prenotazione del bus, per partire un paio di ore prima per Tehran. Il proprietario ci aiuta e ci accompagna anche in stazione, per controllare che tutto fili liscio. 3h e mezza di viaggio, una catapulta in una città caotica: eccoci nella capitale.

 

L’ostello è molto bello (Tehran Heritage Hostel), ma per arrivarci il taxista improvvisato decide di prendere la corsia dei bus contromano (cosa abbastanza comune) e poi chiede al negozio di detersivi dove andare. Detto questo, arriviamo sane e salve e ci concediamo  un pochino di relax sperando poi in una cena tranquilla che invece si rivelerà una cena a base di pessime patatine fritte. Nel mentre scrivo ad Arezou, che mi ha aiutato nella preparazione del viaggio, così magari il giorno dopo ci si riesce a vedere. Lei mi propone non solo di incontrarci, ma di spendere una notte con lei e i suoi amici in una casa fuori Tehran, ad Abe Ali. Io e Sara ci guardiamo e accettiamo, senza pensarci due volte.
Il giorno dopo quindi visitiamo la città abbastanza in fretta (avevamo pianificato due giorni nella capitale e invece ne abbiamo solo uno a disposizione): Golestan Palace, ultimi acquisti, Ex-Ambasciata USA, Tabiat Bridge, Book Garden, Holy Defense Museum (dall’esterno, perché era in corso non so che evento). Torniamo in albergo, prepariamo i bagagli e andiamo al punto di incontro.
Conosciamo Arezou, Amireza e i loro amici. Saliamo in auto e ci facciamo portare. Non so come descrivere queste 24h scarse passate insieme ad Arezou, so solo che quando ci siamo salutate a stento ho trattenuto gli occhi velati di lacrime, commossa dalla gentilezza, dalla disponibilità, dalla cortesia, da quella che forse è giusto chiamare Amicizia, anche se chissà se mai ci si rivedrà. Ho saputo solo dire “grazie”.
Rientriamo in città, andiamo a cena con i responsabili di Daricpay, recuperiamo i nostri bagagli in ostello, prendiamo il taxi e andiamo a passare l’ultima notte in aeroporto, in attesa del volo per tornare in Europa.

 

Atterrate in Lussemburgo, la vacanza è veramente finita.

Dell’Iran porterò dentro i colori delle piastrelle, il paesaggio ocra, i minareti, i bazar, ma soprattutto il calore delle persone incontrate. La loro bontà, la loro fiducia verso il prossimo, i loro sorrisi, le loro strette di mano.
Non so se mai ci tornerò, ma un pezzo di cuore è rimasto lì.

Ora qualche cosa pratica:
– vi consiglio di fare tramite il sito 1stQuest le pratiche per Visto e assicurazione medica. Facendo il Visto dovrete scegliere dove ritirarlo, se lo ritirate in Ambasciata costa meno che ritirarlo presso l’aeroporto di arrivo
– 1stQuest vi può fornire anche guide e driver, qualsiasi cosa succeda il customer service vi assiste sempre e con estrema rapidità
– se viaggiate in bassa stagione non è necessario prenotare i bus, cosa diversa, forse, in alta stagione. I bus VIP sono veramente comodi e anche i viaggi notturni possono essere tenuti in valida considerazione
– se avete la possibilità di comprare una sim iraniana (costo irrisorio), probabilmente riuscirete ad utilizzare i servizi taxi in stile Uber. Non che i taxi normali costino cari, ma sono da contrattare e io odio farlo
– io ho installato dall’Europa una VPN, sinceramente non so se sia necessaria al 100% (a parte se non potete fare a meno di Facebook)
– io quando viaggio uso spesso l’app maps.me e mi trovo benissimo, qui il punti toccati in questo tour https://dlink.maps.me/catalogue?id=b7bf6f9f-abe3-452e-a285-af896cc3cbbd&name=My%20Places&ref=webeditor
– c’è chi dice di partire da Tehran, chi da Shiraz, io personalmente sono contenta di aver fatto il giro da sud a nord

Namaste, Nepal.

Una destinazione da tempo nella lista delle cose da fare. Quest’anno grossomodo last minute prenoto il volo per Kathmandu.
Il periodo non è dei migliori, ma pazienza.

Un’organizzazione abbastanza complessa, nella sua semplicità. Queste vacanze sono partite strane, finiranno strane. Ci piace così. Parto quindi dalla fine, da ciò che mi ha lasciato questa vacanza.

Tanta serenità, inteso forse come menefreghismo nell’affrontare le cose, una sorta di filosofia zen rubata alle montagne. Le montagne, sì, perché per me il Nepal è stato quello. Del resto porterò a casa qualche ricordo, la vera ricchezza che rimarrà con me è la forza dell’Himalaya. Inspiegabile, forse.

In Nepal arrivo il 3 settembre, poco fuori dall’aeroporto ho un pullmino che mi aspetta per arrivare a Bhaktapur (dove rimarrò tre notti) incontro Davide e Beatrice, lui siciliano, trasferito al nord (Brescia) per lavoro e amore. Ci scambiamo due parole, su questo pullmino sgangherato che esce dal traffico di Kathmandu e arriva sulle colline poco distanti.
Conosciamo Francesco, fondatore del Planet. Poco dopo io esco e vado a vedere la Durbar Square di Bhaktapur. Rintronata dal viaggio e dal fuso orario, cammino a caso per il centro di questa città. Cosa mi colpisce: le macerie. Quanti templi dovevano essere lì, secondo quanto si vede sulle cartoline, e invece non ci sono più. Il terremoto del 2015 ha lasciato tante tante macerie. Entro nel palazzo reale, giro attorno alla piscina, passeggio per le vie, osservo le persone, i negozi. Polvere grigia e rossa si mischiano, i bimbi nelle loro uniformi scolastiche giocano e mangiano patatine. Qualche lumino si accende, qualche campanella viene suonata. Nonostante la città non sia vuota, ho come l’impressione che sia silenziosa, credo però sia solo la mia testa che ovatta tutto.

 

Torno in albergo, pioviggina, entro in una stanza comune e incontro Giordano e Alessandra. Stanno parlando su Skype con uno dei genitori, la loro voce è squillante e gioiosa. Un piacere da ascoltare. Ci presentiamo, parliamo del più e del meno, è ora di cena. Qui si mangia tutti insieme e così…al tavolo siamo in cinque. Per tre sere sarà la mia famiglia allargata, se non famiglia, diciamo almeno i miei “superamici per caso”. Anche loro faran parte della ricchezza che mi porto dietro da questo viaggio.

Il giorno dopo (4 settembre) è il vero unico giorno di Valle di Kathmandu, quello che gli altri fanno in 3 giorni, io devo fare in un giorno: Patan, Pashupatinath e Boudha. La prima, città antica che porta ovviamente i segni del terremoto. Una guida mi si appioppa: 33milioni di dei, 3 i principali. Re, mogli, figli. Templi con lavori di intarsio eccezionali, giovani studenti eurpei aiutano nella ricostruzione certosina di ciò che si è salvato. L’artigianato locale, le singing ball, i mandala, le pashmine, qualche acquisto forse avventato – sicuramente avventato, ndr post viaggio – ma fatti con positività.
Riprendo il pullmino con driver.
Prossima tappa Pashupatinath, luogo di cremazioni e adorazione dei morti. Vestizione, purificazione, cremazione. 15 giorni di rito uguale, ma nei dettagli diverso a seconda della casta a cui si appartiene. Storie e leggende dedicate a morte e fertilità si fondono.
Si riparte alla volta di Boudha. Lasciamo l’induismo, approdiamo nel buddhismo.
Il suo mandale fa sì che sia una delle più grandi stupe. Base quadrata, cupola e pinnacolo, come da tradizione. Tutto intorno le campane da girare e da accompagnare con le preghiere buddiste. Bianca, bianchissima, il sole riflette ed è quasi troppo. Maestosa, comunque.
Un caffè in un bar, pensieri che si sovrappongono, si torna in hotel.

 

Il 5 settembre lo passo in compagnia di Alessanda e Giordano; giro a Bhaktapur con acquisto di qualche souvenir (con Giordano che avrebbe voluto portare a casa qualunque cosa “1€ capito? 1€ daiiii”, Alessandra che lo frenava e io che in realtà lo stuzzicavo).
Verso l’ora di pranzo ci facciamo portare a Kathmandu, è il giorno dell’Indra Jatra Festival. Festival dedicato alla pioggia e all’unica dea vivente, la Kumari, la dea bambina. Arriviamo nella piazza principale, tutto l’esercito schierato, troviamo un posto su un muretto e una ragazza locale ci dice che è una buona posizione, conviene non muoversi. Alessandra va a cercare qualcosa da mettere sotto i denti, io e Giordano difendiamo i posti con i denti. Se magna! Momo di bufalo e birretta, per l’invidia di molti.
Passa 1h30 e la gente freme, cerchiamo di capire cosa deve accadere. La disorganizzazione regna sovrana, arriva il diluvio, la gente spinge. Lotte di finte maschere si avvicendano, persone che urlano, noi non capiamo il perché. Sono le 16h passate e finalmente le dee bambine (scopriamo essere tre) escono dal palazzo. 10 minuti? Un quarto d’ora? Tre baldacchini trainati, queste bambine dallo sguardo perso nel vuoto e tutta la gente festante. Noi scattiamo qualche foto e ci defiliamo. Una follia culturale nepalese!

 

Rientriamo in hotel con un viaggio in pullmino provante: smog e polvere, polvere e smog. La sera ceniamo come sempre tutti in compagnia. Altri discorsi piacevoli a tavola e io che mi rendo conto di quanto amore ci sia in queste due coppie (e quanto sfigata sia invece la mia vita amorosa, ahah). L’ora di andare a dormire arriva e abbraccio Giordano e Alessandra, non ci si rivedrà l’indomani.

6 Settembre, 12h ore di pullman da Bhaktapur a Pokhara, con il dispiacere di non essere riuscita a salutare Beatrice e Davide.
Tappa pipì, tappa colazione, tappa pranzo. 64km, mi dico “è fatta”. 3h dopo non ero ancora in albergo. Volevo morire.
Finalmente arrivo e non c’è la mia prenotazione, ottimo. una chiamata di qua, una di là, tutto sistemato, vado in camera e poco dopo vado a conoscere la mia guida per il trekking verso l’Annapurna Base Camp. Un giretto veloce per la città, tre zaini da preparare (uno per me, uno per il porter, uno da lasciare in albergo), scambio qualche messaggio con l’Occidente e poi nanna, il giorno dopo si comincia a camminare.

Il 7 comincia il mio trekking verso l’Annapurna Base Camp. 11 giorni, su e già tra i monti himalayani, in compagnia di Ram e Toki.
Gradini: tanti. In su, in giù, sembravano infiniti. Regolari e irregolari. Per arrivare all’ABC non so quanti cambi di vallata si devono fare. Mi ricordava il mio viaggio in bicicletta: dopo una discesa, sempre una salita e viceversa. Si parte (e si tornerà a) da Nayapul.
Forse ogni giorno meriterebbe un racconto a sé.
Ulleri e i suoi 3500 gradini.
Ghorepani e il divieto di vendere bottiglie d’acqua.

 

La deviazione mattutina a Poon Hill. Da estasi. Resterà per tanto nei miei occhi. 1km in salita, non so quanti gradini, ma la gioia negli occhi prima con la luce della luna e poi allo spuntare del sole. Io e le montagne. Il cielo limpido, le nuvole a valle, come a creare un morbido tappeto, il profilo della catena dell’Annapurna davanti a me.

 


Chulie e l’odore di mais tostato.
Chhomrong e un giorno di crisi, scacciato via, che forse mi ha dato ancora più forza e consapevolezza.
Bamboo e l’incontro al limite del surreale con Zac, Lucas e Jane. Discorsi fuori dall’ordinario e il primo giorno di freddo.
Deurali, l’umidità nelle ossa che…Pavia è da dilettanti.
Annapurna Base Camp. Arrivati. 4000 metri e più. Si arriva ed è tutto immerso nelle nubi. Quasi tutte donne in guest-house e ci si rende conto che siamo anche quasi tutte in viaggio in solitaria. Spettacolo! …e alla faccia di chi dice che siamo il sesso debole. Lì conosco Jo, che all’italiana io scriverei Gio, ragazza suer grintosa che ha addirittura lanciato un business per sole donne, in Galles: Letzshare, chissà che prima o poi io non vada a trovarla.

 


Torniamo però all’ABC e alle sue nuvole…si va a dormire e…nella notte un cielo stellato e il riflesso della luce sulla neve, poi un’alba magnifica. Queste montagne, non ci sono parole. Ti rendi conto di essere a 4200m e…le montagna sono ancora tutte davanti a te, immense. Il sole arriva sulla cima, immediatamente si creano fumi di nuvole. L’energia e la tranquillità che circonda questo posto. La maestosità fisica e spirituale. Non smetto di sorridere. Annapurna I, Annapurna South, Annapurna III, Inchuli, Machhapuchhre. Rimarranno sempre dentro di me.
Si deve però andare via, tornare indietro, è giunta l’ora.
Ancora Bamboo. Poi Jhinnu, Syauli Bazar, ancora Nayapul, per chiudere il cerchio. Finisce il trekking e ho come l’impressione che nulla mi possa scalfire. Sono stanca, sporca, puzzolente, svuotata, ma rigenerata. Con un vuoto dentro da ririempire di soli sorrisi, ironia, positività, menefreghismo (ci vuole anche quello, come dicevo all’inizio).

 

Una birra insieme alle ragazze a Pokhara e il giorno dopo il volo per tornare a Kathmandu, in teoria per l’ora di pranzo, in pratica per l’ora di cena. Pazienza, niente ultimi souvenir. Un’ultima cena nepalese e si riparte per l’Europa e per la vita di tutti i giorni, che è la mia vita.
La solita, tra inglese, italiano e francese. Tra colleghi e amici. La solita, ma con un io se possibile sono ancora più sorridente.