Tre giorni in Norvegia con un obiettivo: il Trolltunga. Hike up, stand on!

Eravamo cinque amiche al bar…no, riproviamo.
Era il maggio di due anni fa.
Io e Sara da Lussemburgo, Annarita da Milano, Sofia e Khadija da Parigi.
Destinazione comune: Trolltunga.
La scelta del viaggio nasce sei mesi prima, il Trolltunga è una destinazione che mi affascinava da un po’, ma mai mi sarei avventurata da sola a fare quel trekking, avevo bisogno di convincere qualche altra persona e sono stata convincente…ci siamo ritrovate in cinque a fare questo lungo weekend sufficientemente folle nella sua pianificazione. Il periodo ideale per andare sul Trolltunga è da metà giugno a fine agosto, noi eravamo a fine maggio. Niente di drammatico, ma…siamo in Norvegia e a maggio è presente ancora la neve. Detto questo, noi partiamo.

Ad Annarita ho regalato il volo aereo, così mi sono tolta il problema del regalo di Natale, a lei piace il Nord Europa per cui alla cieca si è fidata di me (ed è ancora incredibilmente mia amica).
Con Sofia volevamo da tempo fare un qualcosa di particolare insieme, per cui l’idea del viaggio è partita proprio con lei (e lei ha fatto aggregare anche Khadija).
Sara ha uno spirito per le camminate simile al mio, per cui è venuto facile proporglielo.
Annarita da Orio e Sara/Kahdija da Parigi avevano un volo diretto. Annarita aveva poi il compito di recuperare l’auto a noleggio e incontrare le parigine in città. Io e Sara eravamo le ultime ad arrivare, con un viaggio della speranza: bus alle 2 di notte da Lux a Francoforte Hahn, volo su Londra Stansted e infine Oslo (al ritorno saremmo rientrate su Lux, con il solo scalo a Londra).

Il giovedì inizia la nostra avventura. Siamo arrivate tutte, ci siamo incontrate, abbiamo fatto le presentazioni e via…!
Per arrivare nei dintorni del Trolltunga bisogna guidare 350km, partiamo appena possibile e in auto ci raccontiamo le nostre vite. La strada è luuuunghissima, complice anche il basso limite di velocità. Arriviamo a Kinsarvik per l’ora di cena, abbiamo alloggiato al Kinsarvik Camping (consigliato, 165€ a notte un appartamento per 5 con sauna) per due notti. La scelta è stata fatta dopo aver valutato le distanze sia per il Trolltunga, sia per Flåm, le due destinazioni di questo viaggio.

Cena nella casetta (dopo aver elemosinato del sale), sveglia puntata di buon (buon) mattino e poi tutte a nanna. Ecco. A maggio ci sono quasi le 24h di luce, per cui la notte (senza tende) è stata a tratti travagliata. 

Il venerdì si parte. Le previsioni del mattino presto non sono incoraggianti, ma il sole dovrebbe fare capolino per l’ora di pranzo. Perfetto. Guidiamo un’oretta e arriviamo al parcheggio dove avremmo lasciato l’auto per cominciare la camminata. L’inizio del percorso non è il massimo, un fantastico cartello scritto a mano recita “closed”, ma vediamo che non siamo le sole e quindi non ci fermiamo.
Inizia la camminata. Come descriverla?
Iniziamo dai dettagli oggettivi: sono 11km ad andare e gli stessi 11km a tornare. Nel primo chilometro (e quindi anche nell’ultimo) si sale (scende) di 800m. In 4km si raggiungono i 1000m di dislivello, per il resto del cammino si rimane sempre intorno ai 1250m sul livello del mare.
Ora i dettagli soggettivi: il primo chilometro è provante. Gradini naturali alti 40cm, salita veramente in pendenza, strada sdrucciolevole. Nel secondo chilometro si hanno le fatiche del primo ancora nel fiato, fa freddino, il clima è secco e respirare l’aria frizzante rende tutto più stancante. Ad ogni cartello di chilometro fatto, però, siamo orgogliose, nonostante la neve sul cammino tenda ad aumentare. Seguiamo le indicazioni tra legnetti scritti a mano e costruzioni di sassi marcate di rosso. Il panorama è però splendido (e sì, la neve per me lo rende ancora più magico). Si fa il percorso con grossomodo la stessa gente, chi sorpassa prima, si ferma poi a prender fiato. Ci si sorride a vicenda, ci si dà la carica tra sconosciuti. La bellezza delle camminate in montagna è anche questo.
Gli ultimi chilometri scorrono via più tranquilli, ma, ancora, la neve non aiuta. Il sole però comincia a farsi largo tra le nuvole e il paesaggio risplende.
Il decimo chilometro è probabilmente il più bello: sai di essere vicina alla meta, è falso piano, incontri chi sta tornando indietro e ti incoraggia dicendoti un “almost there!”. Arrivi e la vedi lì, davanti a te, la lingua del troll che tanto hai voluto vedere. È più in basso rispetto alla stradina che si percorre e quindi la vedi pian pianino, come la più bella delle sorprese.
C’è gente, ma il fatto di essere fuori stagione ha il vantaggio che non sia sovraffollato. Ci mettiamo subito in coda per fare le foto di rito. Prima di gruppo, poi da sole. I nostri sorrisi sono a trentadue denti. Assistiamo anche a una proposta di matrimonio!
Ci mettiamo al sole a rimirare il panorama e a mangiare i nostri meritati panini. Staremmo lì ore a guardare quelle rocce a strapiombo sul lago, ma purtroppo ci aspettano gli altri 11km per tornare all’auto.

Ci si riveste e comincia la discesa. Dopo una salita c’è sempre una discesa, ma non è detto questa sia più semplice della prima. La stanchezza si fa sentire, la neve è diventata poltiglia, i segnali sono meno chiari, la gente segue precorsi diversi. Riconosciamo qualche dettaglio della salita e proseguiamo, il paesaggio però “è cambiato”. Il sole regala nuovi colori e nuovi scorci. I rigori d’acqua del mattino sono diventati torrentelli più scomodi da guadare (causa neve sciolta) e io e Khadija ci troviamo proprio ad attraversarne uno inzuppandoci fino al ginocchio (le altre avevano usato una passerella di legno, che, dopo la terza persona è stata portata via dalla corrente eheh). Gli ultimi chilometri li ho fatti con le rane nelle scarpe 🙂
L’ultimo chilometro è stato veramente impegnativo, ma ce l’abbiamo fatta!
Figata!
Contentissime!
Si torna al camping stanchissime, ma piene di gioia. Ecco…al camping c’era la sauna, ma qualcuna non ha messo la crema per il sole, per cui, come dire…meglio non infierire sulla temperatura corporea. 

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Il sabato riprendiamo l’auto, facciamo un paio di soste-fotografia e guidiamo fino a Flåm, dove avevamo deciso di prendere la famosa Flåmsbana. Il trenino verde che sembra uscito da Harry Potter. Il prezzo del biglietto non è bassissimo (55€), ma…cosa è economico in Norvegia? Per noi ne è valsa la pena. Il giro dura un paio d’ore, ci si siede e si guarda fuori dal finestrino. Cascate, vallate, tutte le sfumature di verde che si sovrappongono. C’è anche uno spettacolo trash a metà con una tizia che esce fuori dalla cascata e canta. 


Ritornate a valle, si riprende l’auto e ci aspettano i 300km abbondanti per tornare a Oslo. A Oslo restiamo solo una notte e soggiorniamo nell’Anker Hostel (per me uno dei più brutti ostelli in cui sia mai stata). Arrivate per cena e stanche di panini al volo decidiamo di regalarci una vera cena con birrozza annessa, lungo il mare della città. Il sole splende sempre alto in cielo, quindi la giornata sembra non aver mai fine, ma…le vacanze hanno un inizio e anche una conclusione, per cui si deve andare a dormire.

Annarita guida fino a Torp al mattino, io e Sara raggiungiamo Torp nel primo pomeriggio, Sofia e Khadija ripartono da Oslo nel tardo pomeriggio. Ci si saluta e ognuna è consapevole che sta tornendo a casa con il conto in banca un po’ più povero, ma con un’avventura splendida da mettere nel conto delle esperienze da fare nella vita.

Al Nord, che più al nord quasi non si può: le Isole Svalbard

Sono passati tanti anni, ma le amicizie vere spesso non si scalfiscono. Per una serie di eventi io e Giorgia, per me Gigia, ci eravamo perse di viste, poi, per altre serie di eventi ci siamo ritrovate. È venuta a trovarmi un paio di volte in Lussemburgo, per un paio di concerti, abbiamo chiacchierato, ci siamo raccontate gli anni passati e…come per caso…è nata la voglia di una vacanza insieme. Il dove e il quando da scegliere.

Facciamo un brainstorming di dove ci piacerebbe andare, così, per vedere quali mete potrebbero andare bene a entrambe. Ne rimangono un paio in lizza, anche perché nel frattempo abbiamo scelto il periodo: maggio. Ancora qualche discussione e scambio di vedute e anche la destinazione è scelta: le isole Svalbard. 

Lo diciamo in giro e la gente ci guardava con occhi sbarrati: “Dove cavolo sono le Svalbard?” “Eh quasi al Polo Nord”. Poi la domanda successiva “e perché vorreste andare là?” “Per vedere l’orso polare e perché ad entrambe l’Islanda è rimasta nel cuore e vorremmo vedere un altro posto con taaaanto ghiaccio”

Eccoci quindi pronte a partire. Il viaggio durerà una decina di giorni. La prima tappa sono 3 giorni a Stoccolma, poi volo per Longyearbyen, dove ci fermeremo 6 giorni, infine una notte a Oslo, prima di rientrare a Milano.

Stoccolma è una città che nessuna delle due aveva mai visto, ma per cui entrambe avevamo ricevuto buone recensioni. Così s è confermata. È una città cara, su questo non ci piove. Noi abbiamo soggiornato al Skanstulls Hostel, dove abbiamo optato per una camera con bagno privato ma…senza finestre. Sì lo so, sembra folle, ma con le poche ore di buio non è stato poi così male non avere finestre. Nell’ostello è presente una cucina che noi abbiamo usato solo come appoggio di cibarie che dall’Italia volevamo portare alle Svalbard e non abbiamo fatto colazione in ostello, quindi non saprei giudicare. L’ostello si trova in una zona senza infamia e senza lode, se mi chiedete cosa ci fosse intorno, vi risponderei “parrucchieri”. Scherzi a parte, ci sono ristoranti, bar, negozi, un supermercato. La città di per sé non è enorme e la si gira tranquillamente a piedi o con poche fermate di metropolitana (che però è carissima).

La prima sera, girovaghiamo senza una meta precisa, finché una giovane mamma italiana si ferma a chiacchierare con noi e ci consiglia di andare a mangiare alla Bla Dorren (porta blu), un ristorante tipico, dove gustare le polpette di renna. Ceniamo e definiamo in po’ cosa avremmo visto nei due giorni successivi. In ordine sparso:

  • Vasa Museum: bello, il galeone ha il suo fascino, basta non pensare alla disfatta dell’opera in sé (che affondò senza quasi uscire dal porto) e basta ammirare la maestosità degli intarsi nel legno.
    Per arrivarci noi prendiamo un battello da Gamla Stan, facendo il biglietto giornaliero dei mezzi di trasporto. Una volta sulla’”isoletta” (non è una vera isola) camminiamo qua e là ma decidiamo di non fermarci in nessun altro museo…volendo ci sarebbe Skansen, il villaggio di Pippi Calzelunghe e il museo sugli ABBA. Due istituzioni svedesi, che però lasciamo alla prossima volta. 
  • Giro in battello: decidiamo di fare un giro in battello per i canali svedesi. Ehm. Come dire. Ci siamo addormentate entrambe. A stare fuori si prendeva veramente tanto vento, dentro il dondolio conciliava il sonno e la voce narrante non era delle più sprintose. Diciamo che forse dura troppo, vedere la città dal battello ha il suo fascino, ma porta via molto tempo.
  • Gamla Stan: passeggiamo per la città vecchia si di sera che di giorno, non entriamo in nessun palazzo/museo e ci godiamo semplicemente l’architettura
  • il municipio: sede della consegna del Premio Nobel, per vederlo ci sono orari ben precisi…che ovviamente non sapevamo e non si incastravano con il nostro giro. Ci siamo accontentati della salita sulla torre (anche quella ad orari prestabiliti) per una vista dall’alto della città.
  • Skinnarviksberget: mi era stato consigliato da un contatto Instagram, è un punto panoramico della città, dall’altra parte rispetto al municipio. È un parco pubblico, piacevole e rilassante attendere l’ora dell’aperitivo…per poi andarsi a bere una birra a Sjobergsplan in attesa del tramonto.
  • Fotografiska: è il museo della fotografia, bello. L’area espositiva è molto interessante e a seconda delle mostre può valere la pena fare un salto

Di ristoranti non ne abbiamo provati molti. Una sera ci siamo semplicemente godute la serata in un parco vicino all’ostello, Lillabrekston Parken, insieme a gente locale. Birretta e qualche nocciolina, niente più. La terza sera invece siamo andate a mangiare altre polpette al Meatballs for People. Un concetto interessante che permette di provare polpette di diversi animali. Le colazioni le abbiamo fatte alla Lilla caféet på söder e…maialata d’altri tempi…siamo andati a fare una sontuosa colazione da Mr. Cake. La scusa era rivedere Ilaria, un’amica che non vedevo da più di quattro anni: io mi trasferivo in Lussemburgo, lei in Svezia. Ci siamo ritrovate e abbiamo fatto una splendida chiacchierata, per poi scoprire che avevamo visitato più noi di lei di Stoccolma.

È giunta di partire per la vera destinazione, le Isole Svalbard.

Aereo serale, arrivo previsto intorno all’1 di notte. Ecco, poteva essere l’1 di pomeriggio e la luce sarebbe stata uguale. Impressionante. Per tutta la vacanza cerco di rendermi conto cosa voglia dire avere le luci e le ombre grossomodo sempre uguali per 24h. Il ritmo biologico è scombussolato. È mezzanotte, ma fuori c’è luce, ti senti stanca devi andare a dormire, ma il tuo cervello non ha i punti di riferimento classici. Chiacchierando nei giorni successivi con chi lì ci vive scopriremo che però l’arrivo del sole è ogni anno una festa, dopo sei mesi di buio, a molti scende una lacrima quando il sole spunta all’orizzonte.

Detto questo…arriviamo e andiamo al Mary Ann’s Polarigg, dove alloggeremo per questi giorni. Una delle sistemazioni più economiche, ma…c’è da dire…di sicuro le Svalbard non sono una vacanza low cost. Il Mary Ann è una sorta di ostello con bagni in comune, una cucina a disposizione (noi avevamo portato cibo dall’Italia per le cene: spaghetti aglio e olio, risotti in busta, parmigiano, zucchine, olio d’oliva…attrezzatissime!) e un grande spazio-salotto per gli ospiti. 

Il primo mattino era prevista la gita con i cani da slitta, piove e non si può fare. Andiamo a farci un giro a Longyearbyen che è grande come un paesino italiano. Le cose che saltano all’occhio sin da subito sono due: i tubi non interrati a causa del permafrost (e scopriremo che per le stesse ragioni non esistono nemmeno cimiteri) e che…è vero che lo si legge anche sulle guide, ma il fatto di non poter lasciare il centro abitato se non armati per il rischio di incontrare l’orso polare è sufficientemente inquietante. 

Pranziamo con un hamburgerazzo al ristorante Kroa e decidiamo che il primo giorno sarebbe stato di relax. Le escursioni degli altri giorni erano comunque in balia del meteo, tanto valeva prendere la cosa con filosofia e leggersi un libro pensando di essere a nord che quasi più a nord non si può. Nei giorni successivi abbiamo:

  • visitato i due musei: uno sulle spedizioni polari e uno sulle isole Svalbard, entrambi meritano la visita, non foss’altro per avere un’idea di cosa sono queste isole e quanto il nord del mondo sia stato inseguito negli anni passati
  • biciclettato su una fat bike con cena (alle 22) vista mare artico: divertente, forse un po’ stancante, anche perché la temperatura era comunque frescolina
  • preso un taxi che ci ha portato in giro per la cittadina e dintorni, raccontandoci la storia delle Svalbard e qualche piccolo aneddoto sulle vecchi elencazioni
  • ciaspolato sul ghiacciaio (penso Giorgia mi abbia odiata): inizialmente una fatica estrema, anche perché la giornata è iniziata sotto la neve. Arrivate in cima, però, un paesaggio lunare davanti a noi. Bianco, bianco e ancora bianco. In lontananza il fiordo. Spettacolo.
  • fatto l’escursione con i cani da slitta (in realtà su ruote gommate): un’esperienza, ecco, non so se la rifarei, ma una volta nella vita può essere divertente
  • abbiamo visitato una caverna di ghiaccio (e io guidato una motoslitta): bello! …a parte l’uscita impegnativa dalla caverna.
  • fatto la spesa al supermercato in cui, occhio, bisogna depositare i fucili prima di entrare
  • visto l’orso polare. Eh sì. Proprio lui! L’escursione lunga una giornata per vedere (da lontano, perché non era ben spiegato) la città di Pyramiden e il ghiacciaio lì vicino, si è rivelata l’occasione giusta per vedere un orso bianco passeggiare sugli iceberg.
    Alle Svalbard sono vietati safari allo scopo di “inseguire” l’orso polare, per cui vederlo è possibile, ma non così facile.
    Avevamo gli occhi pieni di gioia, poco importavano le 11h di barca su un mare non proprio piatto, noi…noi avevamo visto l’orso! 

I giorni sono volati. Tra qualche chiacchiera e qualche incontro che ricordiamo ancora oggi con il sorriso, ci siamo ritrovate nuovamente in aeroporto a guardare un cartello che cita le distanze delle Svalbard dal resto del mondo, lo guardiamo e sogniamo…

Volevamo vedere il ghiaccio e lo abbiamo visto.
Volevamo vedere un posto remoto e lo abbiamo visto.
Volevamo vedere l’orso polare e lo abbiamo visto.

Insomma, i sogni ogni tanto diventano realtà, bisogna sicuramente avere un po’ di fortuna, ma bisogna persevere nell’inseguirli!

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Mantova: Giorgia [you are] the queen of the night.

Aprile, dolce dormire.
Macché, si comincia già a novembre a progettare questo weekend musicale. Qualche amica segue Giorgia da vent’anni o forse più, io ho sempre avuto la curiosità di sentirla dal vivo e finalmente arriva l’occasione giusta: una data a Mantova, di sabato.
A novembre nasce quindi un gruppo WhatsApp in onore dell’evento e vengono aggiunte presone a me sconosciute o meglio, la sconosciuta del gruppo sono io. Tutti gli altri si conoscono da anni e hanno in comune la stessa passione per la cantante romana. Prima la scelta dell’albergo che possa ospitare tutti e 12, anzi no 13, anzi no 14. La scelta ricade sul B&B 3176 con 3 appartamenti, in zona abbastanza centrale, così che tutti possano raggiungerlo comodamente. Sia chi arriva in auto, sia chi arriva in treno. Passano i mesi e ogni tanto qualcuno scrive, io assisto da spettatrice (chiedendo aiuto in privato a Silvia e Nicla, quando vedevo 60 e più messaggi, nel caso ci fossero cose fondamentali a cui rispondere). Capisco che incontrerò una persona che non vedo da almeno dieci anni e la cosa mi fa sorridere, capisco che l’affiatamento in quel gruppo è qualcosa di stupendo per me, animo solitario. Non vedo l’ora di unirmi a loro e dare un volto ai nomi che si susseguono nella chat.

Quel weekend è arrivato e mancano da delineare i dettagli: cosa (sperare di) vedere a Mantova, come dividersi nelle stanze, a che ora arrivare, dove andare a bere uno spritz, dove pranzare il giorno post concerto. Io mi lascio trascinare dagli eventi e solo all’ultimo sento Silvia per capire come si parte da Milano. Facciamo due conti e alla fine a me conviene contattare colei che partirà da Piacenza. Silvia lo definisce un “blablacar referenziato” e quindi sfacciatamente scrivo a Sara, presentandomi, offrendo un passaggio, ricevendone uno in cambio e accettando ancora più sfacciatamente. 

Arriva finalmente il sabato mattina e mi presento (con un po’ di anticipo come al mio solito) al punto di incontro. Sara è ancora più in anticipo di me e quindi partiamo. Ci conosciamo, chiacchieriamo e i chilometri passano via leggeri. Arriviamo a Mantova e siamo le prime. Parcheggiamo e facciamo in tempo zero una figuraccia citofonando al B&B sbagliato, ne ridiamo e aspettiamo Chiara e Viviana, che, appunto, non vedevo da parecchi anni. Che bello è ritrovarsi dopo così tanto tempo e riabbracciarsi? Ma un abbraccio di quelli veri, non di circostanza! Andiamo al bar, attendiamo la seconda ondata: Trento e il centro-sud (recuperato in stazione). Intanto cominciano le domande a me, l’espatriata lussemburghese. Le domande sono anche curiose e dirette, ma sorrido e rispondo. Trovo il modo di interrompere l’imbarazzo andando a ritirare le chiavi degli appartamenti. Arriva la terza ondata: Milano e dintorni, tra cui le persone che conosco da più di 15 anni (mammamia Silvy). Il tempo di un caffè e ci dirigiamo agli appartamenti e arriva anche la quarta ondata: Sicilia. 

Ovviamente tutti i propositi di visite turistiche serie vengono abbandonati, ma decidiamo comunque di andare a passeggiare per la città. Il gruppo si compone di gente che ha una temperatura corporea normale e di due estremi: io, la nordica, in felpa e maglietta mezze maniche, e i rappresentanti del sud, che paiono vestiti per il Polo Nord. Ci si scherza su, ci si sorride, ci si prende in giro, come se ci si conoscesse da sempre. Si parla di cantanti e canzoni, di concerti e di coreografie. Anche un po’ di calcio, dai, diciamolo. Chi torna in camera, chi mangia un gelato. Ci si ritrova al bar di Marlene per fare un aperitivo pre-concerto. L’atmosfera è sempre sorridente, i vassoi con le cibarie sono molto anni ’90, il prezzo è ottimo, quasi da fare un bis da bere al volo. Paghiamo e si va alle auto: è giunta l’ora.

 

 

Entriamo all’ipercoop, ah no, era il PalaBam. Il palazzetto è piccolino, intimo. Ci intratteniamo fuori dal palazzetto e faccio in tempo a condividere la mia passione tra le montagne con Silvia, che tra le montagne di abita, e a concludere la conversazione con un “se andassi in Patagonia ti avviso” che penso mai si concretizzerà, ma che è suonato come se fosse la cosa più normale da proporre a una persona conosciuta solo qualche ora prima. Si entra. Prima fila per me, come la migliore delle fan (che sa 4 canzoni, però). Qualche foto, qualche altra chiacchiera emozionata pre-concerto e poi arriva Giorgia. Silvia mi istruisce sul come si muovono i veri fan e io mi adatto (grossomodo). Le cover e i suoi successi, il correre verso il palco, le fotografie ravvicinate, il microfono passato allo zoccolo duro delle supporter, una mano pestata, Swarovski che si perdevano, mani allungate in cerca di un contatto. L’emozione visibile sugli occhi delle mie amiche.
Giorgia mi sorprende con il suo interagire con il pubblico, gioca con coristi e musicisti e conferma la sua voce incredibile. Tutti mi dicono “non è il concerto giusto”, ma in realtà io lo apprezzo lo stesso. Sarà stata anche la compagnia. Il tempo vola, realmente, non so quanto sia durato il concerto. Usciamo ed è l’ora di abbracciare e salutare Silvia, che rientra subito a Trento.

 

Il gruppo decide di andare a fare la punta all’hotel dove fooorse c’è Giorgia, ma no, attendiamo invano ed è ora di tornare al B&B. Ci aspettano pane e salame, forniti dalla delegazione milanese; torta, spumante e Bargnolino offerto da Sara. Io da tradizione non mangio nulla fuori pasto e mi intrattengo a parlare dei miei viaggi con Maria Rita, che i viaggi li organizza per lavoro e che si presta ad ascoltare le mie avventure. Forse non le ho mai raccontate così, una in fila all’altra e raccontandole mi rendo conto di quante piccole follie io abbia fatto. Di quante piccole sfide con me stessa io abbia vinto. Spero di aver trasmesso un po’ della mia sicurezza, delle emozioni, dei colori e delle bellezze dei miei viaggi. Lei di sicuro mi ha trasmesso il rapporto speciale che ha con la sorella, Michela.
Sono quasi le 3 e alle 10 dobbiamo essere tutti fuori dal B&B, è meglio andare a dormire. Ci si saluta, un ultimo sorriso e poi ognuno nella propria stanza, sotto le coperte. Le ultime chiacchiere prima della buonanotte.

Le sveglie suonano insolenti, tutti pronti e sotto una pioggerellina fastidiosa e un vento freddo andiamo a fare colazione su tavoli all’aperto (io lo avevo detto per scherzo, ma era l’unica cosa che offriva la città), offro la mia giacca alle più freddolose, ma impavide rinunciano. Il tempo di un giro all’interno di una chiesa (San Lorenzo) in cui mi perdo nei miei pensieri, cullati dalla musica di un violino e poi si va al ristorante Ai Ranari. Prenotazione alle 12, perché poi qualcuno deve andare via presto.
Mangiamo bene, ma soprattutto tanto (almeno io mangio tantissimo, fortuna che Vivi e Sara sono state due ottime compagne di “smezzatura piatti”). Ravioli di zucca, bigotti con guanciale, gnocchi pere e formaggio fuso, gnocco fritto, bistecche terrine di carciofi e taleggio, dolci. Si beve (con moderazione), io prendo la mia fidata Coca-Cola.

È ora dei saluti. Purtroppo quando ci si riunisce, prima o poi arriva anche il momento di salutarsi e di tornare alla vita quotidiana. Andiamo al parcheggio e ci abbracciamo, il mio animo è felice. Ho conosciuto delle persone veramente splendide. Tutti si danno appuntamento a futuri luoghi di incontro, io offro ospitalità in Lussemburgo (ma i Siciliani dubito si facciano fregare dal meteo lussemburghese), ma prometto anche di andare per Santa Lucia a Palermo. Il volo c’è, basta solo prenotarlo (e loro non sanno che io sono pericolosamente capace di farlo).
Il tempo di un ultimo girotondo con le tenere e spiritose parole di Marcie, mi fanno anche ripronunciare Gromperekichelcher, così c’è un’ultima presa in giro per me, la lussemburghese che attraversa solo sulle strisce.

Ognuno sale in auto, io riprendo la strada per Piacenza con Sara, contenta di avere qualche altro chilometro per chiacchierare di noi e poi abbraccio anche lei, prima di tornare a Casa. Quella che gli inglesi chiamano home e non quella che gli inglesi chiamano house, quella è in Lussemburgo e ci sto tornando ora, intanto che sto scrivendo, con una consapevolezza in più: se ci incontreremo di nuovo, le magliette le indosserò solo tinta unita.

Iran: i colori e il calore di questo splendido Paese. Non si possono spiegare, si possono solo sentire.

Il 2018 è stato un anno stancante, con poco tempo per i viaggi. Un percorso di studi executive iniziato nell’ottobre del 2017 e conclusosi nel dicembre 2018 ha fatto sì che io volessi prendermi una vacanza di 15 giorni, lontano dalla quotidianità, per riequilibrare tutto quello che non mi sono concessa nei mesi di studio. Un giorno per ogni mese di studio, un buon compromesso.

La voglia di partire, il non sapere dove andare. Siamo a novembre e io voglio partire a gennaio. Il planisfero davanti a me e l’Iran, nel centro. Eccolo il mio prossimo viaggio, non è la stagione migliore, ma pazienza.

Mi metto su internet a cercare quante più informazioni possibili, chiedo ad amici che ci sono stati e tutti ne parlano bene, controllo il prezzo dei voli (cosa per me non da sottovalutare) e rientra nel budget. Trovo un’agenzia (1stQuest), mi affido a loro e ne rimarrò più che soddisfatta. Decine di domande scambiate con l’agenzia, decine di sottigliezze che il mio essere metodica mi obbliga a dover delineare sin dall’Europa. Infine, convinco la mia amica Sara ad unirsi e…si prenota.

Il volo è con Turkish Airlines (scalo a Istanbul), l’arrivo è a Shiraz ad un orario improponibile (2am). Pratiche del visto da fare semplici e un autista che ci aspetta per portarci al Forough Hotel, il più bel albergo del viaggio (ma non cenate lì). Dormiamo 5h scarse e post colazione incontriamo un responsabile di DaricPay per farci consegnare la carta di debito iraniana che useremo in tutto il viaggio (forse evitabile). Sbrigate le formalità, inizia il vero viaggio.
La prima tappa è il giardino Eram; melograni, secchi, piante officinali, secche, rose, secche…insomma, nessuna pianta invernale da ammirare, ma un bel giardino in cui camminare. Pranziamo, scopriamo quanto economico è per un europeo l’Iran (5€ in due) e andiamo al mausoleo di Hafez: bello, pulito, con una musica iraniana a fare da cornice all’ora del tramonto. Attraversiamo il Vakil bazar e ci accorgiamo quanti pochi turisti (nessuno) ci siano in Iran in questa stagione.
Sveglia prima dell’alba, andiamo alla Nasir-al Mulk Mosque (Pink Mosque, per gli amici) e prima si arriva, meglio è. Entriamo nella moschea prima delle 7.30 e siamo le seconde turiste. Il sole filtra timidamente e in meno di un’ora dipinge attraverso i suoi vetri colorati colonne, muri, tappeti. Lo splendore lascia tutti stupefatti. L’atmosfera è silenziosa, nonostante altri turisti arrivino man mano. Le ultime fotografie e poi usciamo da questo caleidoscopio.
Seconda moschea della giornata è la Vakil Mosque, dove una scolaresca delle elementari rompe il silenzio e regala gioia al cortile. Infine l’Holy Shrine, in cui torneremo alla sera, per vederlo illuminato. Si tratta di un complesso di preghiera, accessibile a tutti, ma con obbligo per le donne di indossare lo chador (fornito).

 

Ora di cambiare città. Adel ci viene a prendere in hotel e ci accompagnerà per i prossimi tre giorni. Ci sediamo in auto e cominciamo la lunga giornata andando a Persepolis. La grandezza di un tempo è ancora visibile, nonostante la distruzione subita. Non so quante colonne in ciascun palazzo, non so quante entrate con imponenti bassorilievi. Non chiedetemi i nomi persiani (e non), detti in inglese, degli artefici (e distruttori) di questo sito archeologico…Dario, Ciro, Alessandro….la storia non è il mio forte, ma la visita è veramente emozionante.
Andiamo successivamente alle necropoli (visiteremo solo la principale Naqsh-e Rustam) dove sono sepolti quattro re della dinastia archemenide e a Pasargadae, altro sito archeologico, sede della tomba di Ciro il Grande.
Ci rimangono “solo” altre 5h di viaggio per raggiungere KErman e Adel ci racconta dei pistacchi, dei datteri, dei tappeti, del rame. Parliamo del costo della benzina (!!1€ per 12 litri!!) e del grande problema economico che sta investendo l’Iran negli ultimi mesi. Rimane il tempo per una deviazione non prevista al villaggio di Meymand, un villaggio di roccia, un mix tra Mesa Verde e i sassi di Matera. Arriviamo a Kerman, depositiamo gli zaini all’Akhavan hotel (potrebbero essercene di migliori, sicuramente la colazione è pessima) e andiamo a cena insieme per mangiare un ottimo e autentico falafel.

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Seconda giornata in auto per andare verso il deserto di Lut. Adel ci racconta della grandezza del provincia e del deserto stesso. Un deserto che ad attraversarlo tutto si arriva in Afghanistan. Un deserto pieno di diversità, ti aspetti le dune e invece vedi formazioni sabbiose maestose (kalout), un fiume perenne e salatissimo, alberi che attirano sabbia e creano colline, canali d’acqua sotterranei. Aspettiamo il tramonto su una kalout e poi rientriamo all’ecolodge (ce ne sono di migliori anche in questo caso) per la cena e per poi riuscire alla ricerca di un cielo stellato desertico. La luna quasi piena “rovina” la visione, ma andiamo a letto con un sorriso e con una sveglia alle 5 per tornare nel deserto e vedere l’alba. Vedere il deserto colorarsi di rosa ha sempre il suo fascino.
Si riparte per Kerman, con tappa al castello di Rayen, dove gli studenti di Adel ci fanno entrare gratuitamente. Arrivati a Kerman visitiamo il bazar, facciamo i primi acquisti, e finiamo il pomeriggio in una tea house. Ceniamo guardando la partita Iran-Cina e salutiamo Adel. Lo ringraziamo per tutto, il suo sogno è aprire una struttura ricettiva a Kerman, la sua città. Il logo ce l’ha…noi gli auguriamo fortuna.

 

Avremmo dovuto prendere il bus e invece ci ritroviamo su un taxi sgangherato con un taxista che parla quattro parole di inglese.
Rageh Canyon è la prima tappa, attraversamento autostradale da paura, 25km di sterrato e il canyon. Scendiamo nella gola, scattiamo qualche foto e ripartiamo. Pranzo improponibile sulla strada e seconda tappa allo Zein-o-din Caravanserai, caravanserraglio storico sulla via della Seta, oggi adibito ad hotel. Terza tappa nella fortezza di Saryazd, con personaggi assurdi che la gestiscono. Ormai è buio, ma per principio chiediamo di fare anche l’ultima tappa, presso la moschea di Fahraj. La strada per l’ecolodge fortunatamente ce l’ho io e guido il taxista a gesti. Arriviamo, scarichiamo i bagagli e entriamo in un “ostello” fuori dal tempo. È in corso una festa! Sono tre anni che hanno aperto il Nartitee! Questo sì che è un posto che consiglio: l’accoglienza è speciale, le stanze sono tradizionali (tappeti e materassi per terra), i sorrisi non mancano mai.

 

La giornata comincia con un’ottima colazione e un taxi per le Torri del Silenzio di Yazd. Ci aspetta Mina, la nostra guida odierna. Le torri sono affascinante, si parla di zoroastrismo (la religione del profeta Zaratustra, per intenderci) e del rito funebre ad esso legato. Continuiamo a conoscere questa religione presso il museo ad esso dedicato e all’adiacente tempio del fuoco.
Avvicinandoci alla città vecchia di Yazd, visitiamo il complesso Amir Chaqmaq, il museo dell’acqua, un panettiere all’opera, la prigione di Alessandro, il museo del mulino ad acqua. L’ingegno dei canali acquatici sotterranei è impressionante, così come le torri del vento che disegnano lo “skyline” della città e che osserviamo su uno dei tetti all’ora del tramonto. ultima tappa (a cui non abbiamo dedicato il giusto tempo) è il giardino Dolat Abad. Rientriamo in taxi al Nartitee, dove ci attende la solita musica allegra e abbiamo l’opportunità di scambiare impressioni sull’Iran con altre due turiste europee. Lo stupore positivo di tutte è contagioso.

 

Altro cambio città e primo viaggio in bus VIP, da Yazd a Isfahan: incredibilmente comodo, ma incredibilmente caldo. Arriviamo in città, taxi, zaini in hotel e poi dirette alla Jameh Mosque. Rientrando passeggiando per il bazar un anziano insegnante in pensione si avvicina e decide di dedicarci un po’ del suo tempo. Ci fa da guida, si sofferma su mosaici e calligrafie e noi…ci facciamo portare. Tra un caravanserraglio e l’altro ci porta da uno stampatore di tessuti e poco dopo ci salutiamo. Ci chiede in cambio piccole monete in Euro per la sua collezione, ci sorride e le nostre strade si dividono.
Rientriamo in albergo per un po’ di relax e poi è ora della scuola di cucina!
Maryam ci manda un taxi a prenderci e ci aspetta a casa sua. Cappello da cuochette, grembiule e tanto divertimento. Impariamo quattro piatti persiani, impariamo quali sono le famose sette spezie fondamentali per la loro cucina, sveliamo che anche noi in Italia mangiamo riso e zafferano, ma…è un po’ diverso e promettiamo di inviare la ricetta. La serata passa piacevolmente e, oltre a cucinare, chiacchieriamo dell’Iran, dell’Islam, delle differenze con l’Occidente. È ora di salutarci. Una stretta di mano e un caloroso “arrivederci”.

 

Con la pancia piena dal giorno precedente, incontriamo Ali, un simpatico ragazzo iraniano che parla anche italiano. Ci dirigiamo verso la piazza Naqsh-e Jahan dove passeremo tutta la mattinata e intanto ci racconta la storia di quel luogo e quella città, la vecchia capitale. Nella piazza ci sono: il bazar, luogo pubblico per eccellenza, un palazzo privato dai soffitti intarsiati e dipinti, una moschea privata che con un gioco di luci possibile solo in prima mattinata disegna sulle piastrelle della cupola un maestoso pavone, una seconda moschea, pubblica, dall’acustica perfetta. Nel visitare tutto, facciamo anche in tempo ad andare ad acquistare un tappeto, ascoltando origine e manifattura delle decine di possibili tappeti iraniani, e facciamo anche in tempo a visitare un secondo palazzo con alberi secolari, giochi di specchi e affreschi a memoria della storia perisana.
Dopo pranzo, prendiamo l’Uber del posto (Snapp) e andiamo prima nel quartiere armeno di Jolfa e poi a passeggiare sui due ponti antichi della città: Sie-o Se e Khajou. Il fiume è in secca da un anno e sette mesi, l’acqua è stata finalmente aperta a mont, ma arriverà solo il giorno successivo in città. Peccato! (Mina e Maryam ci invieranno foto e video per farci vedere la felicità degli iraniani per questo evento tanto atteso).
Il tempo di un gelato zafferano e acqua di rose e salutiamo Ali, ringraziandolo di cuore.

 

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Salutiamo Isfahan e prendiamo un altro bus per raggiungere Kashan. Qui saliamo sul bus sbagliato e a 30km dall’arrivo ci comunicano che un’auto governativa ci verrà a a prendere e ci porterà in hotel. Passato un istante di panico del tipo “machecazz”, capiamo che l’auto governativa non è nient’altro che un taxi e che probabilmente il bus non era un vero e proprio bus turistico, ma più per locali. Arriviamo nella nostra Traditional House (Amirza, consigliata!) e veniamo accolti con l’ennesimo sorriso genuino. La stanza non è ancora pronta e ci consigliano di andare a vedere subito le case tradizionali di Kashan. Cosa dire? Incredibili. Delle ville con la V maiuscola: Abbasi, Tabatabaei, Borujerdis.

 

Per il secondo giorno a Kashan decidiamo di provare l’ebbrezza dei mezzi pubblici. Chiediamo informazioni, ci fanno salire su un autobus, ci fanno scendere e ci dicono “bene, qui aspettate il bus che ha scritto Fin Garden [ovviamente in persiano, ndr]”, ci guardiamo e iniziamo a sorridere. Passano un paio di bus e poi arriva lui, quello 10 posti sgangherato, che sembra uscito da Sister Act II. Il conducente sui generis ci fa segno di salire pronunciando Fin Garden in inglese, ci fidiamo e via, si parte. Uno spasso, lui simpaticissimo, le altre persone sul bus che ci guardavano con cenni d’intesa del tipo “tranquille che state andando nella direzione giusta”. Arriviamo a destinazione ancora e non possiamo non chiedere una foto ricordo.
Visitiamo il giardino, che vale la pena visitare anche in inverno e poi riprendiamo un bus (questa volta normale) per rientrare in città. Ultimo giro al bazar, ultima moschea, ultimo pranzo (probabilmente il migliore della vacanza) e il rientro alla traditional house dove chiediamo se ci possono cambiare la prenotazione del bus, per partire un paio di ore prima per Tehran. Il proprietario ci aiuta e ci accompagna anche in stazione, per controllare che tutto fili liscio. 3h e mezza di viaggio, una catapulta in una città caotica: eccoci nella capitale.

 

L’ostello è molto bello (Tehran Heritage Hostel), ma per arrivarci il taxista improvvisato decide di prendere la corsia dei bus contromano (cosa abbastanza comune) e poi chiede al negozio di detersivi dove andare. Detto questo, arriviamo sane e salve e ci concediamo  un pochino di relax sperando poi in una cena tranquilla che invece si rivelerà una cena a base di pessime patatine fritte. Nel mentre scrivo ad Arezou, che mi ha aiutato nella preparazione del viaggio, così magari il giorno dopo ci si riesce a vedere. Lei mi propone non solo di incontrarci, ma di spendere una notte con lei e i suoi amici in una casa fuori Tehran, ad Abe Ali. Io e Sara ci guardiamo e accettiamo, senza pensarci due volte.
Il giorno dopo quindi visitiamo la città abbastanza in fretta (avevamo pianificato due giorni nella capitale e invece ne abbiamo solo uno a disposizione): Golestan Palace, ultimi acquisti, Ex-Ambasciata USA, Tabiat Bridge, Book Garden, Holy Defense Museum (dall’esterno, perché era in corso non so che evento). Torniamo in albergo, prepariamo i bagagli e andiamo al punto di incontro.
Conosciamo Arezou, Amireza e i loro amici. Saliamo in auto e ci facciamo portare. Non so come descrivere queste 24h scarse passate insieme ad Arezou, so solo che quando ci siamo salutate a stento ho trattenuto gli occhi velati di lacrime, commossa dalla gentilezza, dalla disponibilità, dalla cortesia, da quella che forse è giusto chiamare Amicizia, anche se chissà se mai ci si rivedrà. Ho saputo solo dire “grazie”.
Rientriamo in città, andiamo a cena con i responsabili di Daricpay, recuperiamo i nostri bagagli in ostello, prendiamo il taxi e andiamo a passare l’ultima notte in aeroporto, in attesa del volo per tornare in Europa.

 

Atterrate in Lussemburgo, la vacanza è veramente finita.

Dell’Iran porterò dentro i colori delle piastrelle, il paesaggio ocra, i minareti, i bazar, ma soprattutto il calore delle persone incontrate. La loro bontà, la loro fiducia verso il prossimo, i loro sorrisi, le loro strette di mano.
Non so se mai ci tornerò, ma un pezzo di cuore è rimasto lì.

Ora qualche cosa pratica:
– vi consiglio di fare tramite il sito 1stQuest le pratiche per Visto e assicurazione medica. Facendo il Visto dovrete scegliere dove ritirarlo, se lo ritirate in Ambasciata costa meno che ritirarlo presso l’aeroporto di arrivo
– 1stQuest vi può fornire anche guide e driver, qualsiasi cosa succeda il customer service vi assiste sempre e con estrema rapidità
– se viaggiate in bassa stagione non è necessario prenotare i bus, cosa diversa, forse, in alta stagione. I bus VIP sono veramente comodi e anche i viaggi notturni possono essere tenuti in valida considerazione
– se avete la possibilità di comprare una sim iraniana (costo irrisorio), probabilmente riuscirete ad utilizzare i servizi taxi in stile Uber. Non che i taxi normali costino cari, ma sono da contrattare e io odio farlo
– io ho installato dall’Europa una VPN, sinceramente non so se sia necessaria al 100% (a parte se non potete fare a meno di Facebook)
– io quando viaggio uso spesso l’app maps.me e mi trovo benissimo, qui il punti toccati in questo tour https://dlink.maps.me/catalogue?id=b7bf6f9f-abe3-452e-a285-af896cc3cbbd&name=My%20Places&ref=webeditor
– c’è chi dice di partire da Tehran, chi da Shiraz, io personalmente sono contenta di aver fatto il giro da sud a nord

Namaste, Nepal.

Una destinazione da tempo nella lista delle cose da fare. Quest’anno grossomodo last minute prenoto il volo per Kathmandu.
Il periodo non è dei migliori, ma pazienza.

Un’organizzazione abbastanza complessa, nella sua semplicità. Queste vacanze sono partite strane, finiranno strane. Ci piace così. Parto quindi dalla fine, da ciò che mi ha lasciato questa vacanza.

Tanta serenità, inteso forse come menefreghismo nell’affrontare le cose, una sorta di filosofia zen rubata alle montagne. Le montagne, sì, perché per me il Nepal è stato quello. Del resto porterò a casa qualche ricordo, la vera ricchezza che rimarrà con me è la forza dell’Himalaya. Inspiegabile, forse.

In Nepal arrivo il 3 settembre, poco fuori dall’aeroporto ho un pullmino che mi aspetta per arrivare a Bhaktapur (dove rimarrò tre notti) incontro Davide e Beatrice, lui siciliano, trasferito al nord (Brescia) per lavoro e amore. Ci scambiamo due parole, su questo pullmino sgangherato che esce dal traffico di Kathmandu e arriva sulle colline poco distanti.
Conosciamo Francesco, fondatore del Planet. Poco dopo io esco e vado a vedere la Durbar Square di Bhaktapur. Rintronata dal viaggio e dal fuso orario, cammino a caso per il centro di questa città. Cosa mi colpisce: le macerie. Quanti templi dovevano essere lì, secondo quanto si vede sulle cartoline, e invece non ci sono più. Il terremoto del 2015 ha lasciato tante tante macerie. Entro nel palazzo reale, giro attorno alla piscina, passeggio per le vie, osservo le persone, i negozi. Polvere grigia e rossa si mischiano, i bimbi nelle loro uniformi scolastiche giocano e mangiano patatine. Qualche lumino si accende, qualche campanella viene suonata. Nonostante la città non sia vuota, ho come l’impressione che sia silenziosa, credo però sia solo la mia testa che ovatta tutto.

 

Torno in albergo, pioviggina, entro in una stanza comune e incontro Giordano e Alessandra. Stanno parlando su Skype con uno dei genitori, la loro voce è squillante e gioiosa. Un piacere da ascoltare. Ci presentiamo, parliamo del più e del meno, è ora di cena. Qui si mangia tutti insieme e così…al tavolo siamo in cinque. Per tre sere sarà la mia famiglia allargata, se non famiglia, diciamo almeno i miei “superamici per caso”. Anche loro faran parte della ricchezza che mi porto dietro da questo viaggio.

Il giorno dopo (4 settembre) è il vero unico giorno di Valle di Kathmandu, quello che gli altri fanno in 3 giorni, io devo fare in un giorno: Patan, Pashupatinath e Boudha. La prima, città antica che porta ovviamente i segni del terremoto. Una guida mi si appioppa: 33milioni di dei, 3 i principali. Re, mogli, figli. Templi con lavori di intarsio eccezionali, giovani studenti eurpei aiutano nella ricostruzione certosina di ciò che si è salvato. L’artigianato locale, le singing ball, i mandala, le pashmine, qualche acquisto forse avventato – sicuramente avventato, ndr post viaggio – ma fatti con positività.
Riprendo il pullmino con driver.
Prossima tappa Pashupatinath, luogo di cremazioni e adorazione dei morti. Vestizione, purificazione, cremazione. 15 giorni di rito uguale, ma nei dettagli diverso a seconda della casta a cui si appartiene. Storie e leggende dedicate a morte e fertilità si fondono.
Si riparte alla volta di Boudha. Lasciamo l’induismo, approdiamo nel buddhismo.
Il suo mandale fa sì che sia una delle più grandi stupe. Base quadrata, cupola e pinnacolo, come da tradizione. Tutto intorno le campane da girare e da accompagnare con le preghiere buddiste. Bianca, bianchissima, il sole riflette ed è quasi troppo. Maestosa, comunque.
Un caffè in un bar, pensieri che si sovrappongono, si torna in hotel.

 

Il 5 settembre lo passo in compagnia di Alessanda e Giordano; giro a Bhaktapur con acquisto di qualche souvenir (con Giordano che avrebbe voluto portare a casa qualunque cosa “1€ capito? 1€ daiiii”, Alessandra che lo frenava e io che in realtà lo stuzzicavo).
Verso l’ora di pranzo ci facciamo portare a Kathmandu, è il giorno dell’Indra Jatra Festival. Festival dedicato alla pioggia e all’unica dea vivente, la Kumari, la dea bambina. Arriviamo nella piazza principale, tutto l’esercito schierato, troviamo un posto su un muretto e una ragazza locale ci dice che è una buona posizione, conviene non muoversi. Alessandra va a cercare qualcosa da mettere sotto i denti, io e Giordano difendiamo i posti con i denti. Se magna! Momo di bufalo e birretta, per l’invidia di molti.
Passa 1h30 e la gente freme, cerchiamo di capire cosa deve accadere. La disorganizzazione regna sovrana, arriva il diluvio, la gente spinge. Lotte di finte maschere si avvicendano, persone che urlano, noi non capiamo il perché. Sono le 16h passate e finalmente le dee bambine (scopriamo essere tre) escono dal palazzo. 10 minuti? Un quarto d’ora? Tre baldacchini trainati, queste bambine dallo sguardo perso nel vuoto e tutta la gente festante. Noi scattiamo qualche foto e ci defiliamo. Una follia culturale nepalese!

 

Rientriamo in hotel con un viaggio in pullmino provante: smog e polvere, polvere e smog. La sera ceniamo come sempre tutti in compagnia. Altri discorsi piacevoli a tavola e io che mi rendo conto di quanto amore ci sia in queste due coppie (e quanto sfigata sia invece la mia vita amorosa, ahah). L’ora di andare a dormire arriva e abbraccio Giordano e Alessandra, non ci si rivedrà l’indomani.

6 Settembre, 12h ore di pullman da Bhaktapur a Pokhara, con il dispiacere di non essere riuscita a salutare Beatrice e Davide.
Tappa pipì, tappa colazione, tappa pranzo. 64km, mi dico “è fatta”. 3h dopo non ero ancora in albergo. Volevo morire.
Finalmente arrivo e non c’è la mia prenotazione, ottimo. una chiamata di qua, una di là, tutto sistemato, vado in camera e poco dopo vado a conoscere la mia guida per il trekking verso l’Annapurna Base Camp. Un giretto veloce per la città, tre zaini da preparare (uno per me, uno per il porter, uno da lasciare in albergo), scambio qualche messaggio con l’Occidente e poi nanna, il giorno dopo si comincia a camminare.

Il 7 comincia il mio trekking verso l’Annapurna Base Camp. 11 giorni, su e già tra i monti himalayani, in compagnia di Ram e Toki.
Gradini: tanti. In su, in giù, sembravano infiniti. Regolari e irregolari. Per arrivare all’ABC non so quanti cambi di vallata si devono fare. Mi ricordava il mio viaggio in bicicletta: dopo una discesa, sempre una salita e viceversa. Si parte (e si tornerà a) da Nayapul.
Forse ogni giorno meriterebbe un racconto a sé.
Ulleri e i suoi 3500 gradini.
Ghorepani e il divieto di vendere bottiglie d’acqua.

 

La deviazione mattutina a Poon Hill. Da estasi. Resterà per tanto nei miei occhi. 1km in salita, non so quanti gradini, ma la gioia negli occhi prima con la luce della luna e poi allo spuntare del sole. Io e le montagne. Il cielo limpido, le nuvole a valle, come a creare un morbido tappeto, il profilo della catena dell’Annapurna davanti a me.

 


Chulie e l’odore di mais tostato.
Chhomrong e un giorno di crisi, scacciato via, che forse mi ha dato ancora più forza e consapevolezza.
Bamboo e l’incontro al limite del surreale con Zac, Lucas e Jane. Discorsi fuori dall’ordinario e il primo giorno di freddo.
Deurali, l’umidità nelle ossa che…Pavia è da dilettanti.
Annapurna Base Camp. Arrivati. 4000 metri e più. Si arriva ed è tutto immerso nelle nubi. Quasi tutte donne in guest-house e ci si rende conto che siamo anche quasi tutte in viaggio in solitaria. Spettacolo! …e alla faccia di chi dice che siamo il sesso debole. Lì conosco Jo, che all’italiana io scriverei Gio, ragazza suer grintosa che ha addirittura lanciato un business per sole donne, in Galles: Letzshare, chissà che prima o poi io non vada a trovarla.

 


Torniamo però all’ABC e alle sue nuvole…si va a dormire e…nella notte un cielo stellato e il riflesso della luce sulla neve, poi un’alba magnifica. Queste montagne, non ci sono parole. Ti rendi conto di essere a 4200m e…le montagna sono ancora tutte davanti a te, immense. Il sole arriva sulla cima, immediatamente si creano fumi di nuvole. L’energia e la tranquillità che circonda questo posto. La maestosità fisica e spirituale. Non smetto di sorridere. Annapurna I, Annapurna South, Annapurna III, Inchuli, Machhapuchhre. Rimarranno sempre dentro di me.
Si deve però andare via, tornare indietro, è giunta l’ora.
Ancora Bamboo. Poi Jhinnu, Syauli Bazar, ancora Nayapul, per chiudere il cerchio. Finisce il trekking e ho come l’impressione che nulla mi possa scalfire. Sono stanca, sporca, puzzolente, svuotata, ma rigenerata. Con un vuoto dentro da ririempire di soli sorrisi, ironia, positività, menefreghismo (ci vuole anche quello, come dicevo all’inizio).

 

Una birra insieme alle ragazze a Pokhara e il giorno dopo il volo per tornare a Kathmandu, in teoria per l’ora di pranzo, in pratica per l’ora di cena. Pazienza, niente ultimi souvenir. Un’ultima cena nepalese e si riparte per l’Europa e per la vita di tutti i giorni, che è la mia vita.
La solita, tra inglese, italiano e francese. Tra colleghi e amici. La solita, ma con un io se possibile sono ancora più sorridente.

 

 

 

 

 

Marrakech a/r

Quanto tempo che non mi mettevo a scrivere dei miei viaggi. L’ultimo, il Cammino di Santiago “con variazione sul tema”, non avevo voglia di descriverlo. Ho lasciato solo qualche breve didascalia via Facebook, ma niente di più. L’alone di delusione non voleva farmi scrivere.

Oggi invece, eccomi qui a raccontare il Marocco. 10 giorni in compagnia di un’amica Lussemburghese, Elena, tanto simile quanto diversa da me. Io multicolor, lei “bianco, blu, nero, beige”. Io disordinata, lei ordinata. Io geometrica, lei dai motivi arrotondati.

Questo viaggio inizia un anno fa, quando chiacchierando con Elena vien fuori che entrambe vorremmo visitare il Marocco. Abbiamo aspettato il momento giusto (tra incroci di impegni personali e ferie da prendere) e una volta trovato, abbiamo prenotato il nostro viaggio. Abbiamo dovuto trovare compromessi per accontentare entrambe e via di prenotazioni: due voli aerei (Francoforte Hahn – Marrakech, a/r), qualche Riad, i trasporti in bus (CTM) e un tour privato (Morocco Key Travel). Complessivamente un bel viaggio, che con un giorno in più sarebbe stato quasi perfetto: il Marocco è un paese facile da visitare, poco integralista nella religione pur mantenendo le caratteristiche profane dei paesi mussulmani. Bei paesaggi, differenti tra loro. Colori dal rosso al verde, passando per il giallo del deserto e l’indaco di Fes.

Il nostro viaggio inizia di giovedì, atterriamo a Marrakech e ci troviamo già a dover contrattare il taxi per raggiungere il Riad Karmanda (consigliato!). Dai 25€ iniziali arriviamo a 15€ e Karim si fa trovare nel punto più vicino raggiungibile dalle auto per portarci verso il Riad. Ci fa accomodare in stanza, ci offre il tè alla menta (il primo di millemila) e ci spiega come muoverci per la città.
Usciamo per la cena, sono le 22, ci perdiamo tra qualche viuzza della medina e ci ritroviamo in piazza Jamaa el-Fnaa.
Turisti, locali, turisti, locali, un’orda di persone.
Odori, profumi, colori, suoni.
Mangiamo in piazza, sulle panche da sagra paesana, ci affidiamo al caso, ne scegliamo uno e via un po’ di relax, staccando la spina dalla quotidianità lussemburghese. Ci incamminiamo di nuovo verso il Riad e dedicheremo il giorno dopo alla città.

Marrakech è facile da girare, nonostante le vie del souk tutte uguali, qualche punto di riferimento rimane negli occhi della memoria. Il solo capire se si va a nord-sud-ovest-est ti fa ritrovare la strada. Tra un negozietto e un altro, due persone ci accalappiano e ci dicono che oggi è venerdì, bisogna fare affari perché domani è sabato (la logica non la cogliamo appieno) e ci accompagnano alla cooperativa dei tappeti.
Dopo 40 minuti di contrattazione ne usciamo con 4 tappeti acquistati. Pagati e in teoria spediti a casa, chissà se arriveranno.
Ricominciamo il giro: porte di moschee, bar che invitano a salire in terrazza, camioncini che fanno spremute e succhi di frutta. Una pausa bevendo tè. Un tramonto sulla piazza. La cena al Riad.

8 del mattino, la sveglia suona, alle 8.30 ci aspetta Ibrahim, il nostro autista-guida per i prossimi tre giorni. Ci aspetta un tour da Marrakech a Fes, passando per il deserto. Inizialmente siamo pentite, ci sembra di aver speso un sacco di soldi, se avessimo organizzato dal Marocco e non da Lussemburgo, forse avremmo speso meno. Alla fine…forse avremmo speso meno…ma il tour è stato splendido.
1° giorno: si va verso l’Alto Atlas fino a svalicare il passo di Tizin-Tichka. Visita della kasbah Ait Ben Hadou, passaggio per la cittadina di Ouarzazate (la Hollywood del Marocco). Breve tappa nella valle delle rose  e arrivo nel tardo pomeriggio nella valle del Dades.
2° giorno: visita delle gole del Dades, poi quelle del Todra. Si attraversa il palmeto di Tinghir e si comincia l’esplorazione sahariana passando per Rissani e arrivando a Merzouga. Lì, due dromedari ci aspettano per un’oretta di cavalcata e l’arrivo in un bivacco solo per noi, nel mezzo delle dune.
3° giorno: ci si dirige verso Nord, lungo le strade e i piccoli villaggi del Medio Atlante. Quando la strada scende zigzagando nelle Gole dello Ziz, si incontra Azrou e la sua foresta di cedri (con tranquilli macachi) per poi puntare a Fes.

Tra aneddoti marocchini, paesaggi da fotografare, piccole soste tra cooperative di olio di argan e acqua di rose…il tempo passa. Ibrahim è un ottimo autista ed è piacevole chiacchierare con lui.
Forse il momento clou è stato in realtà quando io non sono stata bene (santo Imodium) e intanto che facevo amicizia con un bagno di un negozietto di una cittadina persa nel nulla…Elena ha comperato un altro tappeto: doveva pur occupare il tempo!
Scherzi a parte, la cavalcata nel deserto e la notte a guardare le stelle sono state un po’ come un viaggio in un film: sabbia a perdita d’occhio, silenzio, buio. Quasi magia.

Arrivati a Fes, Ibrahim contatta Fatima, la responsabile del Riad Dar Essoaoude, (consigliato anche questo!) e Amin (il figlio di Fatima) ci viene a prendere. Salutiamo Ibrahim e ci diamo appuntamento a Marrakech (di grazia si offre di tener lui il tappeto e di venirci a prendere a Marrakech quando saremmo dovute andare in aeroporto per tornare in Europa).
Fes è nettamente più complicata da girare di Marrakech. Anche per andare al ristorante Fatima ci dice “Amin vi accompagna, poi fateci chiamare e vi veniamo a prendere”. Gentilissimi.
Fatima ci organizza anche il tour con guida ufficiale del giorno dopo: ottima scelta. Visitiamo tutta Fes seguendo un simpatico omino che ci racconta la sua città. Moschee, quaritere ebraico, moschee, concerie, negozi di pashmine, moschee, negozi di lavorazione di metalli,…
Chiedo “quante guide siete a Fes?” “420”
Poco dopo “quante moschee ci sono a Fes?” “420”
Lo prendo in giro “uh, come le guide!” lui sorride sdentato e mi dice “naaa forse più moschee”.
Ci salutiamo, ringraziamo e ci facciamo dare indicazioni per andare in una fabbrica di ceramiche, per concludere il giro.
Stanche ma soddisfatte rientriamo al Riad. Oboli pagati anche oggi, per tutti i tipi di artigianato locale. Ceniamo al Riad, ci offrono una bottiglia di vino e andiamo a letto. La sveglia suona presto: si parte con il CTM (comodissimi bus turistici) per andare a Chefchaouen.

Chefchaouen è un piccolo paesello bianco e azzurro, che spicca nello sfondo del paesaggio naturale. 5h di bus (pieno di gente, bisogna prenotarlo con anticipo), taxi e la chiamata al Riad Dar Zambra (Sconsigliato!) per farci venire a prendere. Il tizio sbuffa, si fa quasi pregare per venirci a prendere (nonostante fossimo d’accordo dalla sera prima), sarebbe bastato il giorno prima inviarci una mappa della cittadina…ci eravamo abituate troppo bene. La camera non è pronta, lasciamo gli zaini e iniziamo a passeggiare su e giù per le calle (alla spagnola) colorate di turchese. Ci spingiamo fino alla moschea sulla collina, per rimirare il panorama e il colpo d’occhio, che diventa anche colpo d’udito perché inizia la preghiera e tutti i minareti risuonano delle voci dei vari imam. Cena in un posto turistico al 1000% e poi a letto, anche il giorno dopo la sveglia suona presto.

Altro giorno, altro bus: destinazione Casablanca. 6h con tappa colazione in un posto improbabile, ma sicuramente caratteristico. L’arrivo a Casablanca, la scoperta che non c’è possibilità di lasciare i bagagli e l’inizio di una pratica passeggiata zaino in spalla…aaaah quanti ricordi del Camino…Elena stremata, io più allenata al supplizio del peso sulle spalle. Camminiamo giusto per capire un po’ com’è la medina di questa città e non facciamo la scelta giusta: Casablanca è città ricca e “occidentale”, la medina è quindi un quartiere povero. Arriviamo comunque alla mosche Hassan II. Imperiosa. La spianata davanti e il mare dietro la rendono ancora più grande. Prendiamo un taxi per andare al faro; il taxista ci porta al faro, ma ci dice che quello è posto da ricchi (io in realtà volevo solo fare una foto, che non mi ha fatto fare) per portarci quindi sulla corniche.
Un’altra passeggiata, una tappa pranzo alle 15, un’altra passeggiata, una tappa drink alle 18 e poi la ricerca del tram per tornare verso la fermata del bus. Il tram ci fa vedere a sprazzi la città nuova, decisamente movimentata, occidentale, come detto, ma con sprazzi di Marocco persistenti: venditori ambulanti, gente che beve tè sulle strade, profumi di spezie.

Bus notturno per Agadir; Elena voleva una giornata di mare, il suo collega marocchino suggerisce Agadir e quindi…mi tocca. Una faticaccia ‘sto bus notturno: bello era bello, ma i sedili in pelle ti facevano scivolare sotto al sedile davanti. Scomodissimo. Arrivo prima dell’alba, il miraggio dell’hotel (Tilila, vecchiotto, ma non male) e la dormita di Elena sui divanetti, in attesa delle 8h30 e della colazione.
Colazione, camera disponibile, cambio abiti e…costume!…5 minuti a piedi e siamo sulla spiaggia: grande, oceanica, ventosa. Camminiamo un’oretta sulla battigia, bagniamo i piedi, arriviamo a un estremo della spiaggia e ci buttiamo sdraiate a prendere il sole. Il dolce far niente per 2h. Il vento poi imperversa e lo stomaco reclama. Su tutto il lungo mare sono presenti resort e villaggi vacanze (più o meno belli, ma non eccezionali), con ristoranti esclusivi, troviamo però uno dei pochi aperti al pubblico e ci sediamo godendoci la vista del mare, al riparo dal vento. Torniamo in albergo per un pisolino, poi di nuovo qualche giro nelle vie interne: abbiamo gli ultimi dirham da spendere.

Ultimo giorno, giorno di viaggio.
Ore 12 Agadir, poi Marrakech (dove Ibrhim ci viene a prendere, ci dà il tappeto e ci accompagna in aeroporto) e Hahn, infine Lussemburgo, ore 3 del mattino. Una dormita e il risveglio alla vita di tutti i giorni, con qualche lavatrice da fare.

Point break in Cantabria – “Io credo che neanche tu hai ancora capito il vero spirito del surf. È uno stato mentale, dove prima ti perdi e poi ti ritrovi”

Ho voglia di vacanza. Ho voglia di una vacanza da sola. Ho voglia di un dolce far niente. Prenoto un volo aereo: Charleroi-Santander; prenoto l’alloggio e la scuola surf: La Curva. Destinazione finale: Loredo, in Cantabria. Non avevo mai fatto surf in vita mia, a trent’anni si può ancora provare. Faccio lo zaino e si parte.
Flibco (bus Luxembourg-Charleroi), volo Ryanair (Charleroi-Santander), autobus cittadino dall’aeroporto fino alla città e poi traghettino fino a Somo. Trovo Damian che mi aspetta, sorridente e spensierato sul suo furgoncino sgangherato.
Ci facciamo due chiacchiere, da dove vieni, cosa fai, solite cose. Poi è il mio turno e lui mi racconta un po’ di sé. Mi lascia in albergo e ci diamo appuntamento per la mattina successiva.

La settimana è volata, nonostante il “brutto” tempo…relativo, per carità…in Lussemburgo nevicava, da me ha solo piovuto qualche volta e la felpa è stata la mia migliore compagna di viaggio.
È stato interessante essere “fuori stagione” in un paesello spagnolo:
– nessuno parla inglese: “hola, que tal?” “bien, how are you?” e la risposta è mutismo e una faccia che neanche avessi chiesto il terzo principio della termodinamica
– tutti passano il tempo al bar, di cosa vivano mi è oscuro, se non sono al bar, sono sulla spiaggia a fare surf
– la cena è alle 22 e il pranzo non esiste, basta mangiare patatine come se non ci fosse un domani, a non importa che ora della giornata
– dopo le 13.30 vuoi non farti un pisolino? si ricomincia a lavorare verso le 17. Il pomeriggio quindi o dormi, o vai sulla spiaggia, o ti fai una passeggiata; scordati di interagire con le persone .
In quella zona è bello fare delle passeggiate lungo la spiaggia, ma anche nell’entroterra. Da Loredo si può andare a Somo lungo mare, oppure a Langre, tra le colline, per arrivare alla scogliera che ne crea le spiagge. C’è poi il Cammino del Nord che porta a Santiago de Compostela e si incontrano parecchie persone con il loro zaino. C’è infine Santander, una cittadina rilassante e bellina da vedere in un pomeriggio.

Il surf qui è una ragione di vita. Damian mi racconta di quanta gente venga in qualsiasi periodo dell’anno, perché questo è uno dei posti più conosciuti e con le migliori onde: di diverso tipo e di diversa altezza, più o meno a ogni ora della giornata.
Il primo giorno non sapevo cosa mi aspettasse e forse è stato il miglior giorno, diciamo che ho capito che non è il mio sport, nonostante sia sicuramente divertente.
Dopo il primo giorno (per non parlare dopo al terzo) le braccia e i pettorali non li senti più, non riesci nemmeno a sollevare un bicchiere per bere.
La fatica che si fa a “uscire” per andare a prendere l’onda è proporzionale all’inettitudine del principiante (io) che sfida le onde, le prende dritte e…l’onda vince sempre riportandolo 3m più indietro. C’è quindi da capire il mare (che non è mai stato un mio grande amico, senza ragioni particolari) e come aggirare la sua forza.
Una volta al largo, ci si siede sulla tavola, si riprende fiato e si deve scegliere l’onda. Facile a dirsi, a farsi…un po’ meno. L’onda arriva e “paddle, paddle, paddle; one two three” e in teoria dovresti ritrovarti in piedi sulla tavola.
Ehm…questa è la teoria, in pratica: o sbagli il tempo, o non hai la forza, o metti male mani/piedi e l’85% delle volte ti ritrovi in ginocchio a surfare a quattro zampe oppure cadi dopo un nanosecondo che ti sei messo in piedi. Però, perché c’è sempre un però, il 25% delle volte che ti ritrovi in piedi, ti senti un fenomeno.
Poi arrivi a riva e ti ricordi che devi nuovamente nuotare per riprendere un’altra onda. Ohmammasanta.

Scherzi a parte, mi dò una futura altra chance per provare a surfare, ma non mi ha conquistata. Di sicuro però è un modo di stare nel mare, a contatto con l’acqua, unico. Fai quattro chiacchiere con quelli che sono lì ad aspettare le onde, gioisci per loro (se sono principianti come te) quando riescono a prendere l’onda, ammiri chi ce la fa come se stesse mangiando un gelato, ti fai prendere in giro quando prendi culate e spanciate lanciandoti dalla tavola. Insomma, è un mondo a sé, che è stato bello vivere per una settimana.

USA vol.2.1 – Madre Natura, cosa ci hai regalato!

Qui parlavo delle città, ma se mi si dice “Stati Uniti” e io penso subito alla natura: i parchi nazionali (NP), i “monuments” nazionali (NM), i parchi statali (SP) e tutte quelle cose che Madre Natura ci ha regalato e che gli Statunitensi sanno curare ed esaltare nei migliori dei modi, che cosa magnifica. Eccomi quindi qui a fare la lista della categoria…

…per la categoria “Miglior paesaggio statunitense”… (si ringrazia Mr. Google per le immagini)
[arrivata al punto 20 mi sono resa conto che erano tantissimissimi quelli che dovevo ancora elencare e quindi questi sono solo i primi 20, ecco svelato il “.1” del titolo]

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 1- Rocky Mountains (NP): è una “banale” pineta a “soli” 3000 m (mediamente) e di “soli” 650 km quadrati. Devo aggiungere altro?

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2- Arches (NP): la prima terra rossa vista (al di fuori dei campi da tennis). Passeggiare tra questi archi di pietra è suggestivo e incredibile, ci si chiede come siano lì e ci si scopre curiosi come bambini.

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3- Dead Horse Point (SP): qui il fiume Colorado ha scavato nella roccia e ha creato un ferro di cavallo. Lo si ammira dall’alto e il fiume è lì sotto, a 600 m da voi.

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4- Canyonlands (NP): il fiume Colorado lo divide in tre aree completamente diverse tra loro: Island in the Sky, Needles e Maze. Tre al prezzo di uno, meglio di così?

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5- Monument Valley: OMG come direbbero gli ammmmericani. Qui qualsiasi domanda uno si ponga sul percome di cotanta bellezza cade. È spettacolare, non ci sono parole per descriverla. Se riuscite a prenotare al Goulding Lodge potete anche ammirare l’alba.

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6- Grand Canyon (NP): Va beh…è il Grand Canyon, devo aggiungere altro? Godetevelo al tramonto e resterete (per l’ennesima volta) senza fiato. North Rim (diciamo per chi arriva da Denver) è il lato “meno” conosciuto e “meno” visitato, anche perché non è aperto tutto l’anno. South Rim (per chi arriva da Las Vegas) è invece il Grand Canyon più conosciuto e che spesso viene ritratto nelle fotografie.

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7- Brice Canyon (NP): avete presente quando si è bambini, si è sulla spiaggia, si prende la sabbia bagnata in una mano e la si lascia cadere a poco a poco (come una cacchina, sì, non ditemi che non l’avete mai fatto)? Ecco questo è quello che a me ricordano gli hoodoos che creano questo canyon, sono come pinnacoli creati dall’erosione della roccia e creano un gioco di colori veramente magnifico.

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8- Zion (NP): qui il verde dei boschi si fonde con il rosso del canyon. Forse uno dei parchi in cui il passeggiare tra i sentieri merita più che in altri, per poterne apprezzare veramente la bellezza.

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9- Death Valley (NP): la prima volta che ci sono stata era chiusa in parte a causa di un’alluvione pazzeca (e per la cronaca, era il 15 agosto). Assurdo, è un posto veramente assurdo. Caldo, senza ombre, secco secchissimo, ma con dei colori straordinari. Ecco, controllate bene il sito internet e informatevi più che in altri parchi presso il visitor center, ah…e abbiate benzina nel serbatoio!

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10- Yosemite (NP): magnifico. I passi montani, le pareti di granito, le cascate, le sequoie. Sono quasi 2000km quadrati, per cui prendetevi il vostro tempo.

11- Grand Teton (NP): quasi troppo semplice, rispetto agli altri, ma sicuramente un bel parco in cui fare passeggiate

12- Yellowstone (NP): ok è un po’ lontano, ma è più grande dell’Umbria. Sì, avete letto bene! Non lo si può descrivere in due righe…i geyser, le distese di prati, i canyon, il lago, i bisonti che vi attraversano la strada e creano code. Almeno due giorni dovete dedicarglieli.

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13- North Cascades (NP) questo è proprio un parco alpino, con i suoi 300 e più ghiacciai sempre lì, sopra le vostre teste.

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14- Olympic (NP): anche questo sembra quasi banale, ma se lo si incontra per la strada, perché non fermarsi per un pic-nic?

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15- Shenandoah (NP): 120 km di strada in mezzo ai boschi e con viste stupefacenti su di essi. La nebbia (se non eccessiva) aggiunge un tocco magico e in autunno dev’essere ancora più bello.

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16- Cape Cod: non è un parco, è una penisola vicino a Boston. La spiaggia bianca, un po’ di figlie dei fiori di ogni generazione e la forza dell’Oceano che si infrange sui fari.

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17- Big Bend (NP): questo è il parco dove io immagino gli indiani e i cow boy…o quanto meno lo sceriffo a cavallo. È in Texas, forse è anche per quello.

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18- Guadalupe Mountains (NP): è la catena montuosa del Texas e la montagna di El Capitan si staglia lì, in mezzo a questo parco.

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19- White Sands (NM): il parco che mi è rimasto nel cuore escludendo i parchi più noti e conosciuti. Distese di sabbia bianche, distese di dune color avorio. Qualche piantina, qui e lì, ma niente di più. Un manto bianco che sa di neve, ma non lo è. Stupendo.

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20- Saguaro (NP): è il parco dei cactus. I cactus graaandi che ci sono nei cartoni di BeepBeep e Willy il coyote. Immaginate un bosco di abeti, poi immaginate il classico cactus alto con due braccia. Sovrapponete le immagini e avrete la distesa di cactus di Saguaro.

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Indonesia: Jawa e Bali. Tanti “ma” che non me la fanno promuovere.

Due settimane di vacanza, due settimane dedicate a un viaggio e attese da tempo. Forse questo mi ha fregato, le mie aspettative erano alte, troppo e si sa…più si sale…più se si cade ci si fa male. Iniziamo però dal principio.

Nell’autunno scorso decido di prendere due settimane di ferie a febbraio. E’ la prima volta.
Decido di andare nel Sud-Est Asiatico. E’ la prima volta.
Decido di fare un viaggio da sola, così lontano. E’ la prima volta.

Guardando Pechino Express (sì, prendetemi pure in giro) l’Indonesia mi attira e prenoto il volo. Chiedo informazioni ad amici e conoscenti che conoscono le zone: 3 entusiasti, 1 dubbiosa. Faccio vincere la maggioranza (anche perché ormai il volo era prenotato e dovevo convincermi della scelta), ma già dopo poco trovo non poche difficoltà ad organizzare e a trovare informazioni pratiche sul viaggio. Mi prestano la Lonely Planet in italiano e io acquisto la versione e-book in inglese, approfittando di una super offerta del sito internet LP. Giudizio: tremende! Ma te ne rendi conto solo una volta che sei laggiù e metti a fuoco il tutto.
Solo una precisazione: alla fine di questo lungo racconto darò i consigli pratici. Non mi offendo se saltate tutto per leggere solo quelli. Qui mi limito a dire che 1$=12.500Rp (cambio medio che ho avuto durante la vacanza), così che chi invece decida di leggere tutto, possa avere un’idea dei costi.

Il volo da Amsterdam per Jakarta è diretto (salvo uno scalo a Kuala Lumpur che scopro solo al momento dell’imbarco, pazienza). Arrivo a Jakarta e la confusione della città mi assale…però ero preparata…un amico mi aveva detto “non farti domande sul perché quasi non esistano mezzi pubblici in una città da 12milioni di abitanti, il traffico è folle”. A Jakarta ci resto solo una notte, il tempo di riposarmi dopo le 14h in ballo tra aeroporti e aerei, anche con la scusa della presenza dell’Hard Rock Café…faccio la collezione di magliette, non posso sfruttare l’occasione di essere lì. Scelgo un hotel vicino all’aeroporto e il mattino dopo ho il volo alle 6 per Yogjakarta.

Esco alle 4 dall’albergo e il traffico è veramente assurdo, tipo l’ennesima potenza della tangenziale di Milano alle 8 del mattino. L’arrivo a Yogja(karta) è un po’ da nevrosi per un limite mio. Lì (in tutta l’Indonesia) alla base di tutto c’è la contrattazione e io sono negata. Recupero un taxi che mi porti all’hotel, lascio giù lo zainone e decido di andare a visitare la città a piedi.
Chiedo la piantina della città all’hotel, la studio e mi metto in marcia…cammina, cammina, cammina…qualcosa non mi torna. Riguardo la piantina e capisco ancor meno, chiedo informazioni (più o meno) a un passante e capisco che sulla piantina l’hotel è posizionato male. Io dovevo andare a destra…sono andata a sinistra…cominciamo bene. Inversione di marcia e si ricomincia.

Il caldo è asfissiante. Il numero di motorini è fuori da ogni logica e mediamente su ognuno di essi ci sono 3 esseri viventi da scegliere tra adulti, neonati, galline. I “rari” motorini che incroci con un’unica persona a bordo sono lì per chiederti se vuoi un passaggio, chiunque ti lascia il numero di telefono “chiamami se hai bisogno”. I becak (delle sorti di taxi a bicicletta) ancora più insistenti. Il top: gente che fa i propri bisogni solidi per strada. Io…io arrivo dal Lussemburgo e prendo la multa se attraverso a piedi non sulle strisce e senza aspettare il verde…un shock.
Arrivo finalmente sulla via principale: Malioboro. Sono le 8.30 del mattino e i negozi di ogni genere e tipo stanno iniziando ad esporre la merce. Io mi dirigo verso il Kraton, il palazzo del sultano (13500Rp). Interessante passeggiarci dentro, la LP dà informazioni molto generiche e non è semplicissimo orientarsi all’interno…tutti i cortili sembrano un po’ uguali. Proseguo verso il Taman Sari (7000Rp), il castello dell’acqua e tra le varie persone insistenti che incontro, uno mi colpisce per la sua gentilezza. Mi indica l’entrata del quartiere da cui accedere al Taman Sari e poi mi chiede se può esercitare il suo inglese raccontandomi la storia legata al quartiere (degli artisti) e al Taman Sari. P1030007 Io gli dico di sì e P1030023posso affermare che senza di lui non avrei apprezzato nemmeno un decimo di quanto ho visto. Mi ha raccontato tutto quello che aveva da raccontare, con trasporto, perché lui in quel quartiere ci vive. Mi ha portato a vedere gente che crea batik, senza essere preda di venditori avvoltoi. Alla fine il batik l’ho comprato da lui, contrattando, ma neanche troppo. Sempre questo ragazzo (di cui non ricordo il nome, purtroppo) mi ha portato con il suo motorino a Kota Gede. Su mia richiesta volevo vedere la produzione di argento e detto e fatto. Con i mezzi pubblici sarei stata ancora lì. Dopo Kota Gede ho richiesto un posto in cui comperare la frutta….detto e fatto pure in questo caso, mi ha portato in un grande mercato ortofrutticolo, da cui si riforniscono i piccoli venditori locali. Infine siamo passati dalla stazione, per capire orari e prezzi del treno che mi avrebbe portato a Surabaya qualche giorno dopo. Al mio rientro in albergo gli ho dato la mancia, senza che lui la chiedesse. Sicuramente se l’aspettava, ma non l’ha chiesta. Dieci punti in più per lui.

Il giorno dopo Wisnu mi è venuto a prendere in hotel. Wisnu è stato il mio autista per due giorni e questa scelta si è rivelata vicente. Wisnu parla un ottimo inglese ed è disponibilissimo a portarti in giro, rispettando i silienzi (che ogni tanto ci volgiono quando si viaggia in auto), ma riempiendoli anche con un sacco di informazioni su Giava e sull’Indonesia. Via mail lo si contatta e si definisce il prezzo (che io ho trovato ragionevole), via whatsapp è poi possibile accordarsi sui dettagli.
Con Wisnu ho visto le tappe tipiche dei dintorni di Yogja:

  • Solo, Candi Sukuh e Candi Cetho (https://goo.gl/maps/psXqz): ho avuto la fortuna di capitare a Solo durante una festa cittadina e mi sono goduta parata e bancarelle di cibo locali. A Solo si visita il Kraton (30000Rp, mancia per la guida inclusa) e poi si prosegue il viaggio per i due luoghi religiosi. Wisnu racconta piacevolmente la storia dei templi. (circa 20000Rp per entrambi). P1030072   P1030135
  • Borobudur, Prambanan e le pendici del monte Merapi (https://goo.gl/maps/X3kUK): ho scelto di vedere Borobudur all’alba e vi assicuro che ne vale la pena al 1000%. L’atmosfera è magica e il numero dei turisti è sensibilmente minore. (380000Rp, con colazione inclusa). Prambanan è ugualmente bello, ma totalmente diverso, me lo sono goduto in parte, poiché appena mi fermavo venivo assalita dai locali che mi chiedevano di fare foto con loro….ero allucinata… (225000Rp). Per ciò che riguarda il Merapi, io mi sono fermata alle pendici del villaggio che è stato distrutto durante l’eruzione del 2010, in realtà è possibile sia scalarlo, sia fare dei tour con jeep.
    [una considerazione sul costo dei templi: è tantissimo! La combo dei due è quasi 50€. Il Louvre costa 10€, la tessera annuale per 4 adulti per tutti i parchi nazionali statunitensi costa 80$. Sinceramente trovo il prezzo dei templi Indonesiani fuori da ogni logica.]

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Dopo le due giornate passate con Wisnu è il momento di trasferirsi a Cemoro Lawang (https://goo.gl/maps/7ZJXn), per ammirare l’alba del monte Bromo. Qui…il mio calvario ha inizio. Raggiungere il Bromo è scomodissimo, poiché è abbastanza isolato (tornassi indietro o dovessi dare consigli: tutta la vita tour privati!). Io ho preso il treno per Surabaya; scena alla biglietteria a Yogja: posto in business class 210000Rp, posto in standard class 170000Rp insieme a quelli dell’economy, posto economy (ossia seduta per terra) 70000Rp. Ho optato per la business class. 5h di treno equivalente al nostro regionale + 3h di bus per arrivare alla penultima città prima del Bromo (nell’inframezzo un taxi per andare dalla stazione dei treni alla stazione dei bus)…lì…pullmino pubblico…costa 30000Rp, ma parte solo quando è pieno. Io e altri 6 abbiamo aspettato 2h (dovevamo arrivare a 15 persone), poi ho detto agli altri di contrattare un prezzo per salire e abbiamo pagato 60000Rp (un’altra 1h30 di pullmino sgangherato). A Cemoro Lawang (questo il nome del paesello più vicino al Bromo) approfittano dei turisti in maniera scandalosa. Io ho pagato 350000Rp per una stanza gelida, in cui ho dormito vestita, con bagno in comune inquietante e scarafaggi che passeggiavano nei corridoi. Sul cibo…ho chiuso gli occhi e ho mangiato una roba cotta non meglio definita con il pollo. Fortuna che nell’attesa del pullmino avevo fatto amicizia con tre ragazze malesi e ci siamo fatte compagnia.

Il giorno dopo io e queste tre ragazze abbiamo preso una jeep per fare il tour insieme e dividere il costo (500000Rp per 6 persone + 250000Rp di ingresso al parco, anche qui, torna il mio pensiero sul costo degli ingressi indonesiani). Il tour comprende sveglia alle 2.15 per andare sul monte Pananjakan e vedere l’alba sorgere sul Bromo, poi, si arriva con la jeep alle pendici del vulcano e si può camminare fino al cratere. Volendo si può andare a piedi anche sul Pananjakan, ma a mio parere non ne vale la pena dato che non c’è un sentiero di montagna, semplicemente si cammina sull’asfalto.P1030405 Io ero lì durante il capodanno cinese, neanche la domenica in Piazza San Pietro c’è un affollamento come quello per vedere l’alba sul Bromo. Dopo le millemila fotografie fatte, riprendiamo la jeep per andare sul Bromo. Per salire fino al cratere si può optare per la salita/discesa a cavallo (non ho idea di quanto costi)…il problema è che questi personaggi del turismo indonesiano sono pressanti da morire e ti vengono stravicino per proporti il cavallo e…ta-daaaa…un cavallo scalcia e becca il mio ginocchio. Mi censuro, ma potete immaginare cos’è uscito dalla mia bocca. Un male assurdo e poi ero stanca (erano le 8, ero già sveglia da 6h, senza colazione).
Nessuno si è preoccupato della cosa, solo le tre ragazze malesi si sono allarmate. Hanno grossomodo insultato in indonesiano i portantini dei cavalli e fortuna che non mi sono rotta nulla. Sono arrivata al cratere, due foto di rito e poi sono rientrata alla jeep. Il ginocchio faceva male e la tensione era alle stelle.
Torniamo all’alloggio e acquisto un biglietto direttamente per andare alla destinazione successiva del mio viaggio, Banyuwangi (https://goo.gl/maps/u1Oas). Questo comportava un cambio di bus: da un piccolo minivan a un grande bus con aria condizionata; salgo sul minibus (dopo aver fatto colazione all’indonesiana), arrivo alla stazione dei bus, scendo (dopo aver avuto da ridire con l’autista), mi dirigo verso il mio bel pullman. Faccio per salire e un tizio mi sbarra la strada, un altro mi tira lo zaino…cominciamo a discutere. Io dico di avere già il biglietto e di voler salire, loro mi dicono che non è possibile, vogliono vedere il biglietto. Mi circondano in 4/5…il pullman parte…io smadonno in cinese, mi incavolo da morire (in più ero sempre più stanca e con un male al ginocchio non indifferente). Alzando il tono della voce chiedo quanto vogliono per farmi salire su un altro pullman che mi portasse alla stessa destinazione, pago, lanciando loro addosso i soldi e salgo su un pullman economico, senza aria condizionata, furente. Apparentemente nessuno parla inglese, ovviamente.
La mia salvezza è una studentessa che si avvicina, mi dice se può aiutarmi. Ha visto la scena e ne è dispiaciuta, io le chiedo di chiedere quanto tempo ci voglia per arrivare a destinazione e l’autista risponde 5h.
Alla fine il viaggio era di 9h, un pullman assurdo che non fa vere e proprie fermate ma rallenta ogni tot e la gente sale e scende in corsa. Gente che sale dalla porta anteriore con acqua, frutta, noccioline da vendere e scende da quella posteriore. Sicuramente uno spaccato di vera vita indonesiana, ma in quel momento non ero in grado di vederlo nel modo migliore.
La ragazza mi dice “non addormentarti, è pericoloso, devi sempre avere un occhio alle tue cose di valore”. Volevo morire…ero in piedi dalle 2.15, sono arrivata a destinazione quasi alle 19.
A Banyuwangi mi aspettava (grazie al cielo) Rian, un ragazzo conosciuto tramite il couch surfing. Mi accoglie a braccia aperte, mi porta a cena. Poi una doccia e un caffé con uno dei suoi più grandi amici, Donna. P1030469Una serata stupenda, se non fosse che ero stravolta. Mi hanno raccontato dei dintorni di Banywangi, di come loro siano impegnati nello sviluppo del turismo e nella promozione del loro territorio (che di norma viene visto solo come luogo di passaggio tra l’Ijen e Bali) In teoria sarei dovuta andare a vedere l’alba sul monte Ijen. Inutile dire che non ci sono andata, tra stanchezza (fisica e psicologica) e male al ginocchio, ero cotta. Tutto questo mi rendeva triste, sapevo che probabilmente non tornerò in Indonesia e l’idea che gli indonesiani stessi mi abbiano causato tutti questi problemi mi innervosiva. Innervosiva anche Rian e Donna, loro stessi si rendevano conto di come personaggi così rovinassero l’immagine del popolo indonesiano.
Ho dormito a casa di Donna, una tipica casa di Banywangi. Materasso per terra e bagno spartano, senza acqua calda. Nessun problema, il contorno era piacevole, poco mi interessava. Il giorno dopo Rian mi propone di fare qualcosa di tranquillo, vede che sono stanca e ho anche il traghetto per Bali da prendere. Rian organizza il mio trasbordo e il mio trasporto dal porto P1030504fino al paese in cui dovevo andare…lui per primo capisce che di mezzi pubblici no ne voglio più sentir parlare. Andiamo a vedere le cascate, ci prendiamo una doppia colazione (una all’indonesiana dalla sua cuoca preferita, una alla occidentale) insieme e poi ci dirigiamo al porto. (https://goo.gl/maps/7tkhy) Rian mi spiega che sarebbe venuto con me a Bali e poi saremmo andati dai suoi zii ad aspettare il suo amico con l’auto. Non era fattibile attendere al porto, ci avrebbero circondato per proporre passaggi e lui non sarebbe stato ben visto, quasi volesse rubare un turista a un balinese. Arriviamo a Gilimanuk e l’ora cambia. Un vento incredibile. Uscendo dal porto controllano per ben due volte la patente di Rian. Una volta in casa dei suoi zii, attendiamo una ventina di minuti l’arrivo dell’amico autista e ci dirigiamo verso Pemuteran. Il viaggio non è dei migliori, un ciclone dall’Australia ha causato cadute di alberi sulla strada. Un viaggio di 1h diventa un viaggio da più di 2h. Arrivo a destinazione, saluto calorosamente Rian e…finalmente…relax. Mi dico “sono a Bali, sono apppppposto”. L’home-stay è veramente bellina e trovo un ristorante niente male.
La mattina successiva faccio un’escursione di in snorkeling all’isola Menjangan (350000Rp). Salgo sulla barchetta con altri 6 turisti e ce ne andiamo a fare due nuotate da più di mezz’ora intorno a quest’isola. Guardare giù…bello, bellissimo…tre di noi hanno le bombole e scendono fino a 15/20 metri e tornano in superficie entusiasti. Noi rimaniamo sull’orlo dell’acqua ed è ugualmente pieno di colori. Tra una nuotata e l’altra abbiamo anche il pranzo sulla spiaggia e il tempo di una passeggiata sull’isola.P1030544 Purtroppo sulla superificie dell’acqua ci sono un quantitativo incredibile di sacchetti e bottigie di plastica. A Bali il problema dell’inquinamento plastico è serissimo e purtroppo rovina non poco il paesaggio. Rientro in hotel soddisfatta, ma ustionata nonostante la protezione 50 e fortuna avevo la maglietta a maniche lunghe. Mi concedo una passeggiata sulla spiaggia delle paese, in attesa del tramonto, prima di tornare al ristorantino della sera precedente.
Il giorno dopo è già tempo di ripartire e un po’ mi spiace. Così, su due piedi, io che non sono amante della movida, suggerirei di fermarsi qui e visitare il resto dell’isola con escursioni in giornata (in realtà forse è un po’ scomodo, ma sono stata proprio bene lì a Pemuteran).
Il viaggio comincia con l’imprevisto, l’auto su cui viaggio viene fermata a un posto di blocco (Bali ne è piena) e il mio autista deve pagare 100000Rp per poter proseguire il viaggio, non ho ben capito quale irregolarità avessero i suoi documenti. Ci fermiamo a Manduk, poi ai laghi Tamblingan e Buyan.
Arriviamo a Bedugul dove la tappa obbligata è il tempio di Ulun Danu Bratan. Spettacolare. P1030655E’ un tempio su un lago, circondato da monti. L’atmosfera è suggestiva e le probabilità di beccare una cerimonia hindu sono molto alte…questo rende ancor più emozionante il momento.
A seguire il mercato di frutta di Candikuning (dove il gioco di contrattazione rasenta il ridicolo e so di aver preso una fregatura) e il giardino botanico (una mezza fregatura…è gigantesco e lo si gira in auto. All’ingresso non ci sono mappe, per cui è complicato orientarsi. Aggiungiamoci che il mio autista non era proprio un esperto e…ho buttato 18000Rp). Dopodichè, in teoria, avrei dovuto vedere i terrazzamenti di risaie di Jatiluwih: le foto (degli altri) sono pazzesche! Io…ho trovato la nebbia, come in Val Padana insomma. Mi sono sentita a casa, ma ne avrei fatto a meno. La strada per raggiungere Jatiluwih è a dir poco orribile e l’ingresso è a pagamento. Io mi sono fermata prima, considerando che la visibilità era meno di 60 metri.
Finite le tappe intermedie, eccomi a Ubud. Una cittadina che non è sul mare, ma che è forse l’essenza di Bali. in ogni angolo è presente l’ingresso di un tempio, ogni clan familiare ne ha almeno uno. L’odore di incenso è quasi costante. E’ pieno di turisti, è vero, ma mantiene la sua identità.
Non avevo pranzato ed erano le 17. Decido di fare un pranzo+merenda+cena in un risorante a caso e mi gusto il Babi Guling (un maialino cotto con spezie, tipico di questa città), poi un giro per la cittadina ad osservare i negozi di souvenir e a pensare ai regalini da fare. Rientro nell’homestay e prenoto l’autista privato per il giorno dopo: Kintamani e Pura Besakih mi aspettano (https://goo.gl/maps/tmIGI).
Arriva a prendermi Sana, un soggetto sufficientemente alternativo che mi fa pensare “in che mani sono capitata”, ma che in realtà si dimostra eccezionale. Parliamo di couch surfing, parliamo del giornalista australiano che lui ha ospitato per due mesi, parliamo della religione hindu. Arriviamo alla prima tappa, il tempio degli elefanti (15000Rp); me lo visito con calma passeggiando in solitaria e poi ritorno all’auto. Seconda tappa, il tempio della fonte sacra (Tirta Empul, 15000Rp). P1030761 Sana mi spiega che “Tirta” sta a significare una fonte d’acqua sacra e questo è il tempio più importante da questo punto di vista. Entro, passeggio e arrivo davanti alla piscina con i getti di acqua sacra. Rimango in silenzio (sì ero da sola, ma è come se mi si fosse silenziata anche la parola dentro di me) ad osservare le persone vestite, dentro alla piscina che procedono nel rito delle loro preghiere.
Uscendo si è obbligati a un percorso tra le bancarelle, con gente con calcolatrice in mano che ti propone qualsiasi cosa. Tutta l’aurea di spiritualità che si acquista nel tempio viene persa in un battibaleno. Risalgo in macchina e ci dirigiamo verso una piantagione di caffè.
Bali è famosa per un caffè fatto con chicchi mangiati (e espulsi dal di dietro) da un simaptico animaletto che si chiama luwak. In questa piantagione mi spiegano la lavorazione del caffè (anche quello normale) e poi mi fanno testare tutte le loro opzioni di caffè e tè. Interessante e diciamo senza obbligo di acquisto (io poi due cose le ho prese lo stesso).
Di nuovo in auto, arriviamo a Kintamani, il paesello che si affaccia sul lago Batur e ha di fronte a se il vulcano Batur. La vista è notevole. C’è poi un ristorante (turistico, ma accettabile) con una terrazza da cui si può mangiare e rimirare il panorama. C’è atmosfera di tranquillità.P1030792
Con Sana proseguiamo il viaggio verso il tempio di Pura Besakih. Parcheggiamo, indosso il sarong, pago l’ingresso (20000Rp) e al controllo biglietti mi fermano dicendo che devo fare una donazione di 500000Rp. Cosa?? Io mi blocco, dico che non ci credo e faccio per tornare da Sana, loro capiscono che non c’è trippa per gatti e mi dicono che posso salire lo stesso. Prima di me non so quanti turisti siano rimasti ingabolati. Arrivata all’ingresso…la magnificenza di questo tempio. Ci sono tanti turisti e le “guide” presenti ti dicono che se non fai la donazione non puoi entrare in alcuni posti. Poco importa, con un po’ di sali e scendi e con il girovagare a destra e a sinistra (il sito è veramente grande) si vede tutto tranquillamente. Le persone sono pressanti, continuano a proporti di pagare per guide e ingressi. I bambini (che le quattro frasi che devono dire le sanno in tutte le lingue del mondo) ti si attaccano e ti seguono per proporti cartoline. Diciamo che il contorno è un po’ stressante. Io alla fine esco dopo un’ora e tante fotografie scattate.P1030833
Siamo praticamente alla fine del giro, non ci resta che tornare a casa, ma Sana mi dice che siamo in anticipo e mi propone di visitare altri due templi, meno conosciuti, ma che a lui piacciono. Non mi lascio sfuggire l’occasione e seppur non siano niente di speciale, il fatto che lui li visiti con me, mi offra uno snake-fruit e si chiacchieri del più e del meno me li fa vedere con occhi diversi. Rientro all’homestay, lo ringrazio e lo saluto calorosamente, promettendo di dare il suo contatto a chiunque voglia venire a Bali. (lo troverete in fondo).
Il tempo di lasciar giù un paio di cose, prenotare la navetta Perama per Sanur per il giorno dopo e riesco; oltre a volermi fare un giro, devo prelevare. Ecco che rinizia il secondo grande calvario della vacanza. Gli ATM di Bali funzionano ad minchiam (scusate il francesismo). Io ho tre carte, di tre circuiti diversi e ho provato cinque ATM. Nessuno mi ha erogato soldi. Ero tra l’incazzato cattivo e il nervoso da panico, più di cinque volte per carta non ho provato, mancava solo mi mangiassero la carta. Sono quasi senza soldi. Faccio un rapido calcolo e mi rendo conto che per finire la vacanza mi servono ancora l’equivalente di 150$. Ovviamente tralascio i negozi di souvenir, ogni rupia risparmiata può essermi necessaria. Rientro nell’homestay e scopro che spesso i turisti europei hanno problemi. Due polacchi, una tedesca, una coppia di francesi. Io sono senza parole. Sono a B-A-L-I, una delle mete più turistiche del mondo e non posso prelevar soldi? Chiamo le banche europee (ringraziando il fuso orario) e mi accerto che quanto meno non siano state tracciate transazioni, mi dicono che in teoria se c’è il simbolo del circuito, è possibile chiedere un “cash advance” direttamente nelle banche, presentando la carta e un documento; sottolineano che le commissioni sono un po’ elevate, ma nella mia testa c’è la frase “basta aver soldi”. Vado a dormire e decido che domani è un altro giorno. Ringrazio solo il cielo di non essere una che si fa prendere dal panico.
Il mattino dopo, a colazione, mi ritrovo con una coppia di spagnoli (furoi come dei balconi, in giro da 16 mesi, perché “costa meno viaggiare che stare in Spagna e trasferirsi in Germania per lavorare fa troppo freddo”) e chiacchierando con loro vien fuori che lì a Ubud il cambio è buono, decido quindi di cambiare pressoché tutti i dollari che mi erano rimasti, lasciando perdere il cash advance e lasciandomi nel portafoglio meno di 100€.
Mi sembrava di giocare al Monopoli. Cambio e divido i soldi tra quelli che sicuramente mi servono per pagare i trasporti e gli homestay, più quelli che mi servono per pagare la tassa di uscita dall’Indonesia. Il resto (poco) lo posso spendere per mangiare e per comprare qualcosina. Rientrando verso l’homestay (che dovevo pagare) faccio qualche acquisto, ma sarà stato forse un decimo di quello che avrei voluto acquistare e parliamo di oggetti che non superavano i 10€…giusto per darvi un’idea della conta al centesimo che ho dovuto fare e di quanto nervosismo potevo avere in corpo.
Per fare la turista al 1000% vado a vedermi la Sacred Monkey Forest (30000Rp), P1030915una foresta con centinaia di scimmie più o meno addomesticate. In realtà sono liberissime di muoversi, ma sono nello stesso tempo abituate ai turisti…non sono sceme…i turisti hanno le banane e vogliono far le foto, per cui “vai che si mangiaaaa”. Passeggio e scatto qualche foto, si è a Ubud, non si può non passare da qui. Finito il giro, avrei voluto vedere altro, ma ero ancora una ovlta psicologicamente stanca, recupero il mio zainone e vado a prendere il minivan per Sanur, ultima tappa balinese.
Arrivo a Sanur. Le signore dell’homestay mi accolgono a braccia aperte, mi offrono frutti locali, mi spiegano un paio di cose sul paesello e poi mi consigliano di andare a rilassarmi in spiaggia. Io approfitto dei consigli, ma chiedo anche di prenotarmi un autista per il pomeriggio del giorno successivo, voglio andare a vedere il tramonto.
Mi metto in cammino, stare in spiaggia non mi appartiene troppo, per cui preferisco camminare. Lungo mare e lungo la via principale. Arriva l’ora di cena e mi godo una cena a base di pesce rimirando mare e stelle.
Il giorno dopo mi sveglio alle 4, c’è l’alba da andare a vedere. Mi siedo su una spiaggia deserta e buia. La lampada frontale è l’unica fonte di luce. La spegno. Il rumore del mare mi culla e mi diverto un po’ a fare fotografie a lunga esposizione (nessuna verrà come avrei voluto, con l’autoscatto è difficilissimo). Aspetto. Le prime luci…che spettacolo…il Gunung Batur si fa spazio tra il buio e le nuvole, l’isola di Nusa Lembongan è lì, di fronte a me. Arrivano i primi pescatori a stendere le reti, ripiegarle, mettersele in spalla e andare al largo. P1030963Sono le 6.30, è ora di tornare a dormicchiare ancora un pochino.
La colazione di pancake alla banana mi riempie di energie e vado a passeggiare lungo la spiaggia. Sanur ha una bellissima spiaggia bianca, i turisti sono pochi, le persone locali discrete e non troppo insistenti. Passeggiare è estremamente piacevole. Mi siedo all’ombra di un albero, a due passi dal mare e leggo. Questo è forse il primo giorno di vero relax (ed è il terz’ultimo della vacanza). Pranzo e poi torno all’homestay, dove mi raggiunge l’autista. Il piano fare un rapido salto a Kuta, giusto per vederla e per recueprare la maglietta dell’Hard Rock Café e poi andare a sud, nella penisola di Bukit. Due tappe intermedie per rimirare qualche bella spiaggia dell’ovest e infine visita a Uluwatu, per aspettare il tramonto (https://goo.gl/maps/twzW6).
Kuta…il delirio…Rimini non è nulla in confronto, considerando che ero in periodo di bassa stagione! Diciamo che sono contenta di non aver dormito lì, non è il mio genere di posto. Detto ciò, sono certa che se uno si voglia divertire, Kuta possa offrire molto, a partire da warung (baretti) sulla spiaggia, in cui gustarsi una birra fresca chiacchierando con millemila altri turisti e qualche balinese.
P1030982Proseguiamo verso la spiaggia di Jimbaran. Una luuunga spiaggia di sabbia fine, color paglia. La spiaggia è bella, il mare permette di fare il bagno comodamente (a Kuta le onde arrivano fino alla riva), peccato che…ci sia sempre qualche bottiglietta di plastica a rovinare tutto. Io non faccio il bagno, mi gusto solo la tranquillità, il caldo e la sensazione della sabbia sotto ai piedi.
Ci rimettiamo in moto, per arrivare a Padang Padang, spiaggia amata dai surfisti. E’ una piccola spiaggia, per accedervi bisogna fare una scalinata di un centinaio di gradini. Una volta giù ci si può sedere sulla sabbia e osservare in lontananza i surfisti che si alzano sulle loro tavole. L’ambiente è suggestivo. Anche qui, mi siedo e ascolto il silenzio della natura, interrotto solo da risate di turisti, rilassati, quanto me.P1030990
L’ultima tappa prevede di arrivare a Uluwatu (20000Rp), un tempio arroccato su una scogliera, nella parte più a sud-ovest dell’isola.
Vista la posizione, molti turisti tendono a volerci andare per l’ora del tramonto. Io ovviamente scelgo di fare così e in realtà il numero di persone non è eccessivo (l’autista mi dirà che durante l’alta stagione anche per loro è difficile sistemarsi nel parcheggio). Passeggio per il sito, senza occhiali da sole e senza nulla che possa attrarre le scimmiette dispettose. Qui sono meno educate di quelle di Ubud e rubano facilmente oggetti ai turisti, poi li lasciano in cambio di una banana, ma…spesso gli oggetti vengono lanciati giù dalla scogliera, eheh.
Il tempio in realtà non è visitabile, lo si può vedere solo dall’esterno. Cerco la posizione migliore per attendere il tramonto e mi siedo ad aspettare.
Aspetto e intanto è arrivato un po’ il momento di tirare le somme di questa esperienza asiatica. Niente, non ce la faccio. Più ci penso e più vedo questo Paese lontano da me. Non posso generalizzare parlando di Asia, ma l’Indonesia non mi ha convinta. Per limiti miei, questo è scuro, ma non solo. P1040025Penso poi anche al resto della mia vita, ma queste discussioni filosofiche con il mio Io le lascio per me. Il tramonto sta per arrivare e la macchina fotografica è pronta.
Merita, merita davvero. Meritano le nuvole, merita il rumore del mare che sembra quasi diverso al calar del sole e poi merita lui, il tempio, in controluce, che rimane lì, indisturbato.
Il sole scompare e non mi resta che tornare all’auto per rientrare in città (facendo lunghe code).
Un’altra cena in riva al mare. Un’altra mattina sulla spiaggia, questa volta immersa nell’acqua. Era tanto che non facevo un bagno in mare, che non mi mettevo a stella marina a guardare il cielo, che non mi rilassavo senza far nulla con l’acqua salata tra le labbra. Un’ora è volata. E’ tempo di far la doccia, cambiarmi, fare colazione e attendere il taxi per l’aeroporto.
Le ultime 24h le spenderò a Kuala Lumpur. Arrivo in aeroporto e cambio qualche Euro. Zaino in spalla e biglietto del treno acquistato. Arrivo in stazione e c’è abbastanza confusione, seguo le indicazioni per la monorail e mi siedo ad aspettare. Sono curiosa di vedere una città asiatica sviluppatasi negli ultimi 20 anni. L’albergo è nella zona delle Petronas Towers, il centro economico della città. Tappa all’Hard Rock Café per la solita maglietta, check-in in albergo e poi di nuovo fuori per scattare qualche fotografia notturna. Salgo allo SkyBar per ammirare le torri dall’alto, poi mi perdo un po’ a passeggiare tra le vie.
P1040066Il mattino dopo esco e vado verso le Petronas Towers, ho un biglietto per salire fino in cima (20€, mi sembra). Le viste dall’alto a me piacciono sempre, per cui me la sono gustata anche qui. 45 minuti di sali e scendi (in ascensore) per scoprire un po’ la storia di KL e guardare l’orizzonte da più di 300 metri d’altezza.
Finita la visita, ado a farmi un giro nel quartiere dello shopping, pranzo e attendo le 15, quando grazie ai suggerimenti di una ragazza malese conosciuta durante il volo di andata di due settimane prima, vado a vedere la ricostruzione fedele di una tipica casa malese (donazione di minimo 10MYR), la rumah penghulu. Un giovane studente emozionato mi racconta tutto e trovo la visita veramente interessante.
Finito lì, passeggio un po’ a caso in direzione di China Town e di Little India. Se siete bravi a contrattare quello è il posto che fa per voi!
Le ore passano e devo andare a prendere il volo per tornare in Europa. Passo a prendere le zaino, prendo un paio di mezzi pubblici (innervosendomi pure qui) e arrivo in aeroporto.
Ho ancra un po’ di soldi malesi da spendere ceno (da dimenticare), prendo una cartolina e poi un piccolo dipinto delle Petronas Tower. Si sale sull’aereo. Tutti seduti, tutti con le icnture allacciate. Annuncio. “a causa di un problema tecnico avremo qualche minuto di ritardo, ci scusiamo e vi ringraziamo per la pazienza”. I minuti diventano tre ore e mezza, seduti su un aereo con l’aria condizionata sparata a manetta, gli annunci che si sussguono e un misto di sonno e panico che assale qualcuno. Sono le 3 di notte e ci aspetta un volo di 12h.
Siamo quasi ad Amsterdam e questa volta sono gli annunci riguardanti le coincidenze con i voli che la maggior parte dei passeggeri avrebbero dovuto prendere. Io mi rendo conto di essere al limite. Scendo, corro al banco dei transfer, secondo la macchinetta automatica il volo è perso, secondo la signorina no. Chiama la collega al gate che rompe ogni speranza: il gate chiude tra 6 minuti, è impossibile attraversare mezzo aeroporto con un controllo passaporti da fare. Mi rassegno, la signorina si scusa e mi manda al banco per i nuovi biglietti.
Il volo successivo per Lussemburgo sarebbe stato alle 16.45. Erano le 9. Non ci potevo credere. Ridevo per non piangere. KLM mi da un simpatico voucher di 10€ per scusarsi dell’attesa. Meglio di niente, per carità. Purtroppo ero troppo stanca e spossata per ragionare al volo, ma quando ormai era quasi l’ora dell’imbarco mi rendo conto che almeno l’accesso alla lounge potevano darmelo (era KLM ed ero nel suo aeroporto, mannaggia). Avviso i miei amici che sarebbero dovti venire a prendermi e mi rassereno.

Il Lussemburgo è un miraggio, ma ormai ci sono quasi.

Consigli pratici (senza un ordine preciso)

  • per andare su Bromo e Ijen, sono da preferire tour privati. Vi fate sicuramente il fegato meno amaro e il costo non è poi così elevato. Spesso si occupano anche del trasbordo a Bali.
  • Banyuwangi non è solo una tappa di passaggio, ha diverse cose da offrire e potrebbe valer la pena spenderci una notte (anche per riprendersi dalle due nottate su Bromo e Ijen).
  • se decidete di guidare, abbiate con voi la patente internazionale. Preparatevi poi sempre una banconota da 20000Rp da allungare alla polizia (che cercherà di chiedervene molte di più).
  • i voli interni costano una stupidata, ma c’è sempre da considerare una tassa di 40000Rp (200000Rp se il volo è internazionale).
  • portatevi tanto contante e il dollaro è sempre più ben visto dell’euro. Le banconote di taglio grande fino a 50$/€ sono cambiate con un tasso migliore delle banconote di valore più basso.
  • abbiate sempre un pareo a disposizione prima di entrare nei templi hindu (altrimenti i balinesi cercano di vendervi/noleggiarvi i loro).
  • non esiste attrazione turistica con donazione obbligatoria da fare (soprattutto se pagate il biglietto d’ingresso, in alcuni casi non c’è biglietto, ma chiedono una donazione…10/20000Rp vanno bene).
  • non esiste attrazione turistica con la guida obbligatoria.
  • sui mezzi pubblici, maaaai fare il biglietto fuori dal pullman. Salire e farlo sempre all’interno. All’esterno vi chiederanno di più, non sono venditori ufficiali (ma tacitamente accettati) e non vi viene rilasciato alcun biglietto. Non escludo quindi che poi, se al bigliettaio ufficiale giri la luna storta, vi richiedano altri soldi.
  • il cambio ufficiale è intorno al 1$=12800Rp, cambi buoni che si trovano fanno 1$=12700. I personaggini locali che incontri, per cercare di fregarti, fanno 1$=10000Rp. Chiedere seeeempre il prezzo anche in Rupie e vedere cosa conviene.
  • a Yogja il miglior cambio valute è presso la banca BRI, nella parte nord di Malioboro, ma chiude alle 16.
  • i miei alloggi a Bali (10/12€ a notte, per una camera matrimoniale con bagno privato e wifi):
    Pemuteran, “The sari bungalows”, bello, pulito, wifi che ti puoi pure portare in giro per il paesello, gentili, se non fosse che non mi hanno accettato la carta di credito per pagare…perfetto! (in più sono intortati con un centro diving e ti fanno lo sconto per l’escursione all’isola).
    Ubud: “Secret garden guesthouse”, carino, pulito, non accettano carte di credito (ma qui lo sapevo); a me non interessava, ma non hanno la piscina…non essendoci il mare, molte altre guesthouse hanno anche la piscina.
    Sanur: “Sindu guest house”, pulito, comodo perché vicinissimo al mare, buona colazione. Accettano carte di credito, con il 2% di percentuale (equivalente a tipo 1$)
  • gli autisti che mi sento di suggerire: per Yogja, Wisnu, qui il sito internet con i contatti e per Bali, Imade Sana, monkeyforest2@gmail.com
  • portatevi sempre un sacco letto, non si sa mai.
  • gli indonesiani dei circuiti turistici sono veramente insistenti. Se ci sono quindici persone sedute vicine a bordo strada che ti vogliono proporre un viaggio in taxi, tutte e quindici ti chiederanno se vuoi un taxi, nonostante si dica di no al primo.
    Parlando con altri turisti incontrati nel viaggio e più abituati di me al sud-est asiatico, quello che ne è venuto fuori è che più che in altri paesi, qui provino sempre e in ogni modo a intortare il turista.
  • se fate escursioni notturne per l’alba, la lampada frontale è comoda (quasi essenziale).a KL consiglio di soggiornare nel centro città, i mezzi sono pratici (e i goKL sono anche gratuiti) e il costo è accettabilissimo.