Islanda. Quando credi di aver visto tutto, giri l’angolo e scopri che il mondo è ancora tutto da vedere.

Tredici giorni in Islanda e tremilaseicento (a scriverlo in lettere sembrano ancora di più) chilometri percorsi in auto. 3200 guidati da me, gli altri 400 (se non di più) in escursione.

Prima di continuare a leggere: sedetevi, mettetevi comodi, il racconto sarà un lungo…ma non sarà mai sufficiente a raccontare questa terra.

L’Islanda cos’è?
Una nazione con poco più di 300.000 persone e 1 milione di pecore.
Un paese di origine vulcanica, con terreno lavico ovunque, che spesso è stato bonificato per consentire il pascolo.
Un paese al confine con il Circolo Polare Artico con parecchi, parecchi ghiacciai e vulcani che gli fanno da contorno e con un tempo e un cielo che variano a una velocità sorprendente.
Tutto questo per dire che in Islanda…strada che vai, colore che trovi.
Ci sono il bianco e l’azzurro del ghiaccio.
Ci sono il nero, le sfumature di grigio e ogni tanto anche il rosso delle diverse eruzioni che si sono susseguite nei secoli.
Ci sono un sacco di verdi: prati, licheni, muschi, arbusti.
Ecco, una cosa manca: la foresta. Non c’è quasi traccia di alberi.

Segretamente penso che ogni bambino prima di nascere passi dall’Islanda.
Lì ci sono le montagne a punta, come ogni bambino le disegna.
Lì (se non piove) c’è il sole in tutte le fotografie che si fanno, come ogni bambino mette il sole nell’angolo del foglio.
Lì ci sono i colori delle matite colorate, quelle presenti nell’astuccio di ogni bambino.

Quindi…chiudete gli occhi e tornate un po’ bambini, oppure…se siete più tecnologici e proprio non avete voglia di tornare indietro nel tempo…immaginate un mondo a “contrasto e saturazione +4” e potrete avere un’idea di quello che vi racconterò.
Per aiutarvi ad immaginare, qualche foto potrebbe aiutarvi:
https://www.facebook.com/media/set/?set=a.10151799226487225.1073741830.706922224&type=1&l=b533905903

ARRIVO A REYKJAVIK E GIORNO 1
Io sono partita da Reykjavik, la capitale. Una cittadina grande come Pescara. Qualche museo, una chiesa di strana architettura, costruzioni urbane di dubbio gusto. Il lungo mare, il porto, una sala concerti super avveniristica. Un laghetto in città e uno poco fuori su cui d’inverno si pattina e praticamente una sola, unica, grande via centrale.
Una notte lì e poi ho iniziato il mio giretto con me, me stessa e i miei pensieri.
Prima tappa, prima pioggia, primo vento: il Golden Circle.
Il parco nazionale di Thingvellir e il lago Thingvallavatn, il più grande d’Islanda, fanno da contorno a una bella chiesetta (la prima di centinaia!). In questo parco c’è un’enorme spaccatura verticale che segna il confine delle placche tettoniche europea e nordamericana e da lì partono numerosi piacevoli sentieri.
Una cinquantina di chilometri dopo incontro Gulfoss, una cascata dal doppio salto…probabilmente ancor più mozzafiato di quanto sia sembrata a me se ci fosse il sole. Una pioggia sottile e fitta me ne ha un po’ rovinata la magia, ma il rumore era veramente fragoroso. Poco più avanti Geysir, luogo simbolo dell’attività di geyser (nome derivante proprio dal luogo islandese) con il graaande soffione di Strokkur e gli altri piccoli geyser a fargli compagnia. Ogni 5/7 minuti Strokkur esplode in tutta la sua forza, con un getto di 20/25metri sopra le teste dei turisti pronti a fotografare.
Si riprende la macchina e si va verso sud, qualche stradina sterrata e…ta-daaa…lo pneumatico che esplode. Fortuna non pioveva quasi più, fortuna passava per caso una macchina di islandesi…fatto sta che per la prima volta in vita mia ho cambiato una ruota. Il panico c’è stato, ancor più al pensiero dei 100km che mi mancavano alla destinazione, con tre pneumatici in pessime condizioni e niente più ruota di scorta.
Arrivo a destinazione, Selfoss, dopo essermi comunque goduta il paesaggio che mi circondava anche grazie al sole che si faceva largo tra le nuvole.
A Selfoss faccio il mio primo bagnetto in una piscina geotermale. Il cortesissimo gestore della guesthouse (grazie a cui il giorno dopo cambierò l’intero treno di gomme a spese della compagnia di noleggio auto) mi suggerisce di rilassarmi un po’ dopo la giornata avventurosa.
Wow. Piccole piscine circolari di acqua a 38°C e con idromassaggio, in cui distendere tutti i nervi e far volar via tutti i pensieri.
Nota informativa: l’Islanda pesca l’acqua calda direttamente dal sottosuolo, per cui per avere l’acqua calda (e riempire le piscine) basta aprire il rubinetto. L’unico inconveniente è che ha un odore un po’ di zolfo, o di uovo marcio, come direbbero ironicamente gli islandesi.

GIORNO 2
Si cambiano le gomme, si fa benzina e si riparte, con un paio d’ore di ritardo sulla tabella di marcia. La strada è la numero 1, la strada principale detta Ring Road, che è costantemente a una corsia per direzione di marcia e che non è nemmeno asfaltata per tutto la sua lunghezza. Limite di velocità: 90km/h, un po’ bassino, soprattutto considerando che non c’è mai nessuno sulla strada, ma così ci si gode meglio il paesaggio.
Oggi si inizia con le cascate, quelle di Seljalandsfoss prima (dietro cui si può andare per una breve passeggiata umidiccia, ma tanto…già piove, chissenefrega di bagnarsi un po’ di più) e quelle di Skogafoss dopo (e qui si può salire fino all’altezza del salto, per ammirare la potenza della cascata e tutta la zona circostante…se non ci fosse foschia, eheh).
Tra le due cascate mi fermo per il tempo di una foto: c’è il vulcano Eyjafjallajökull alla mia sinistra, il vulcanino alto poco più di 1600m che abbiamo imparato a conoscere anche noi nel 2010, quando la sua eruzione bloccò il traffico aereo di tutta europa (e l’Inter così vinse la Champions, quando ricapita che il Barça deve farsi in pullman la trasferta?! Scherzo amici interisti, sapete che ero contenta per voi quell’anno lì!).
Prima di arrivare a Vik, uno dei piccoli paesi del sud d’Islanda faccio una deviazione: le scogliere a picco sul mare di Dyrhólaey su cui ho la fortuna di vedere appollaiati tre pulcinelle di mare, i puffin (in inglese), i lundi (in islandese). Che forza questo uccellino un po’ goffo! Sono uccelli migratori e di norma restano sull’Isola fino al 15 agosto, poi…via fino al giugno successivo! Per cui…dai, una piccola botta di fortuna doveva ripagarmi per la ruota forata!
Poco dopo, un’altra deviazione, per la spiaggia e la particolare scogliera di basalto di Reynir. Tante colonnine di basalto incastonate l’una di fianco all’altra, fan sì che questa scoscesa parete abbia un disegno unico, prima di raggiungere il mare.
Si riparte alla volta del parco nazionale di Vatnajökull. Prima di arrivarci attraverso la cosiddetta zona dei sundur del sud. È una zona in cui la lava si è fusa con la sabbia; una zona in cui i fiumi provenienti dai ghiacciai del centro dell’Isola si gettano nel mare; una zona in cui si crea un paesaggio che a tratti appare desolante, ma che racchiude in sé una natura magica.
Arrivata al centro visitatori del parco nazionale osservo le cartine dei percorsi da fare a piedi e decido di farne due da un paio di chilometri ciascuno.
Nel primo dei due sentieri si sale un pochino nella vegetazione e poi…un rumore d’acqua scrosciante…la cascata di Svartifoss. Piccola rispetto alle precedenti che ho visto, ma con dietro colonne basaltiche molto suggestive.
Nel secondo sentiero si cammina in piano. La terra del sentiero si fa sempre più scura. A destra in lontananza il mare, a sinistra le montagne e qualche rigolo d’acqua che scende dalla cima. La vista si apre. Il ghiacciaio di Skaftafellsjökull. Fa-vo-lo-so con questi colori bianco/azzurro che si mischiano al nero/grigio della cenere vulcanica. Il cielo grigio che minaccia tempesta rende il tutto più freddamente magnifico..
Tornata alla macchina con negli occhi 5 chilometri tanto belli quanto diversi, riparto per la Jökulsárlón, la laguna ghiacciata.
Ecco, qui nessuna parola potrà spiegare l’emozione. Gli iceberg. Il ghiaccio che si fonde con il mare. Il rumore del ghiaccio. L’ho vista alla sera, con il cielo grigio di nubi, sono tornata al mattino, per godermi il silenzio-non-silenzio e i colori della natura con le luci dell’alba. Un’esperienza indescrivibile.

GIORNO 3
La strada prosegue verso est. Passo da Hofn un piccolo villaggio di pescatori da cui è possibile ammirare tutto il ghiacciaio del Vatnajökull e poi si svolta verso il nord. La route 1 per lunghi tratti qui è sterrata. Si sale e si scende e si è sempre immersi nella natura più brulla.
Arrivata a Egilsstaðir svolto sulla route 94 per arrivare a Borgarfjörður Eystri. Un gioiello lontano da tutto il resto. 70km di starda sterrata (bruttarella) per poi scoprire questo tranquillo paesino. I fiordi orientali sono selvaggi, meno pubblicizzati di quelli dell’ovest, ma splendidi. Faccio una passeggiata fino al porto e fino alle scogliere per scattare qualche foto e per respirare l’atmosfera del posto.
Rientro alla guesthouse ed è presente una spa insieme alla piscina geotermale…vogliamo non sfruttarla? Prima un giro in sauna, poi un bagno caldo in riva al mare della Groenlandia, qualche chiacchiera con gli altri ospiti internazionali e poi, tutti a sfidare il freddo mare.
La sera mi concedo un’ottima zuppa di pesce nel ristorante del paese e poi vado a nanna, con gli occhi sempre più pieni di bellezze.

GIORNO 4
Rifaccio i 70km per tornare sulla strada principale e mi dirigo verso il lago Mývatn. Un lago molto poco profondo e molto particolare: è situato in una zona piena di piccoli vulcani e negli anni si sono creati pseudo-crateri, per le colate di lava incandescente a contatto con l’acqua, che si specchiano nel lago.
Poco lontano e ritornando un po’ sui miei passi, trovo la distesa di solfatare di Namaskarð. Fumo dal sottosuolo, roccia fusa e ribollente, puzza di zolfo. Fa parte dell’area vulcanica di Krafla, “sulla” cui caldera vado a farmi una passeggiata. Bellobello e con un’enorme centrale geotermica lì a fianco.
La tappa successiva è la cascata di Dettifoss, la cascata con la più grande portata d’acqua in tutta Europa. Piccolo inconveniente…per raggiungerla mi è toccato fare uno sterrato infernale: 26km a 20km/h al massimo, anche il più paziente degli automobilisti non ne potrebbe più. Arrivare alle cascate è quindi un sollievo oltre che a una meraviglia per gli occhi. Mangio rimirando la cascata e poi faccio un’altra passeggiatina verso la cascata di Selfoss, forse meno imponente, ma si estende per un lungo tratto del canyon ed è verametne affascinante.
Altro sterrato (meno provante) per tutta la lunghezza del canyon Jökulsárgljúfur e infine costeggio tutta la penisola di Tjörnes, prima di arrivare a Húsavik.

GIORNO 5
Dopo quattro giorni di lunghi viaggi in auto, oggi mi aspetta un po’ di relax anche perché i giorni successivi si prospettavano impegnativi.
Mi sveglio, mi godo la mattinata, faccio un giretto al museo delle balene e verso le 12 vado al porto: si parte per andare a vedere le balene! 3h di escursione in mezzo al mare (bardati come non mai, per proteggersi dal freddo) per osservare questi bei mammiferotti. Che belle!
Qui, ahimè, devo fare una precisazione sull’Islanda. Nel paese è legalizzata la caccia alle balene; ci sono persone a favore e persone contro, fatto sta che per quanto in teoria sia controllato, purtroppo la caccia alle balene è grande fonte di soldi (forse non sempre legali) per il paese.
Finita questa piccola parentesi seriosa, che però mi sembrava giusto fare, ricominciamo con il viaggio…
Purtroppo ricevo una telefonata della compagnia di escursioni che mi comunica che la visita del giorno dopo ad Askja (una zona vulcanica situata nel centro dell’Islanda, una delle parte più remote del paese, tanto che il paesaggio sembra quasi lunare) è stata annullata a causa delle pessime previsioni meteo. Un po’ sconsolata apprendo la notizia e decido che quindi il mio viaggio avrebbe subito anche una piccola variazione sulle tappe e con un giorno di anticipo rispetto a quanto pianificato, mi sarei mossa verso i fiordi dell’ovest.
Riprendo l’auto, faccio una deviazione per andare a vedere le cascate Godifoss e nel tardo pomeriggio arrivo ad Akureyri, la seconda cittadina d’Islanda. Cioè, loro la chiamano cittadina, ma ha 15000 abitanti…quello che sarebbe un paese in qualsiasi altra nazione, eheh!
Lì incontro Alessio e Laura, una coppia di Pesaro che sta facendo il giro in senso opposto al mio. Si chiacchiera un po’ e si va a cena insieme, scoprendo che poi ci saremmo ritrovati a Reykjavik una decina di giorni dopo, per rientrare in Italia.
Durante la serata conosciamo Gili, un ragazzo israeliano: quante storie di vita e di viaggi entusiasmanti! Ma questi sono tutti altri racconti e li tengo per me e per i prossimi viaggi che farò.

GIORNO 6
La tappa di oggi la comincio senza sapere dove finirà, decido di spingermi quanto più a ovest possibile. Dato che so che la route 61 che costeggia i fiordi dell’ovest è una strada un po’ sconnessa e che le previsioni danno neve per la serata, voglio portarmi avanti.
Prendo la mia amata route1 e proseguo il viaggio lungo la costa nord dell’Isola. Incontro verdi paesaggi, montagne a punta e una leggera nebbia che fa sembrare il tempo autunnale. Arrivo ad Hvammstangi, la città delle foche, faccio un rapido giro nel visitor center e dopo una piccola spesa riprendo l’auto per una stradina consigliatami dalla mia amica Serena. 10km di sterrato dopo e con una passeggiata tra ruscelletti, prati e pecore, arrivo sulla riva del fiordo, dal lato opposto ad Hvammstangi. Sssssh…silenzio…sulla riva ci sono le fochine: nere e bianche, splendide. Ma…mamma mia che udito che hanno! Il solo movimento dello zoom della mia macchina fotografica le faceva voltare!
Scatto qualche foto e poi riprendo la strada.
Lascio la route 1 per la route 61 e inizio la panoramica (e a lunghi tratti sterrata) strada dei fiordi dell’ovest.
Giungo a Hólmavík, il primo paesello con un centro informazioni e mi fermo per chiedere consigli su dove fermarmi a dormire. Qui mi dicono, senza esitazioni, di proseguire e di fare il “passo” che porta sull’altra sponda: la sera è prevista neve, per cui domattina sarebbe poco piacevole fare quella strada. Mi suggeriscono una guesthouse, publicizzandone la piscina geotermale e quindi prendo quella direzione.
Arrivo alla guestause Reykjanes sotto un diluvio universale, 2°C e un vento da volar via. Sono praticamente l’unica ospite di questo gigantesco ex hotel adibito ora a una più spartana guesthouse. Mi sembrava di essere in una sorta di film thriller: fuori un tempo da lupi e io chiusa dentro a questo edificio con 70/80 stanze, lontanto almeno 70km da qualsiasi altro posto abitato. Faccio praticamente compagnia ai soli proprietari, dei simpatici vecchietti che mi dicono “beh, ma la piscina è calda, valla a provare, ti facciamo passare dal retro, così prendi meno vento!”.
Io accetto la sfida! Costumino, asciugamano in vita e infradito per un bagno surreale e a suo modo speciale.
Post bagno e post doccia mi offrono la cena (e qui stendiamo un velo, ma mi sono comunque cibata!) e dopo una bella tisana calda vado in stanza per chiacchierare un po’ via Viber e per guardarmi un film.
Qui un’altra parentesi: in tutta l’Islanda, anche il posto più isolato che possa esistere ha la connessione wifi e il POS per la carta di credito. Incredibile (non solo per me, italiana retrograda, ma anche a dire di alcuni americani conosciuti lungo il viaggio).

GIORNO 7
Nonostante le previsioni fossero pessime anche per la giornata e non solo per la nottata, al mio risveglio trovo il sole. Carico l’auto e mi metto in strada.
Fiordo dopo fiordo scopro paesaggi diversi tra di loro e diversi da quelli dei giorni precedenti.
Faccio una piccola sosta a Isafjörður, per farmi suggerire dove fermarmi a dormire e riparto. Faccio un tunnel di 6km letteralmente scavato nella roccia e qui non mi è ben chiaro perché per 4km il tunnel è a due corsie e per gli altri 2km sia a solo una corsia con una piazzola ogni 50m per far passare i mezzi in senso opposto. Boh…quanto meno originale come scelta.
Sbuco dall’altra parte e anche qui, paesaggi diversi. La neve ha fatto sì che ci fosse quella spruzzata di bianco a me sempre cara. Ma…c’è un ma…neve, vento e strada sterrata (di montagna) non sono proprio grandi amici, aggiungiamoci che manca il guard rail…decido quindi di lasciar giù la macchina fotografica e concentrarmi sulla strada, forse è meglio.
Dopo un bel po’ di sterrato, arrivo alla cascata di Dynjandisfoss, la più grande cascata dei fiordi dell’ovest, che spicca nel verde delle montagne che la circondano. Faccio una passeggiata nei dintorni e dopo decido di tagliare un pezzo di strada che mi aspetterebbe. Sono già le 16.30, non so dove dormirò (e i fiordi dell’ovest non offrono chissà quanta scelta, sono proprio isolatini) e avrei ancora una trentina di chilometri di sterrato con saliscendi da fare. Diventerebbe troppo tardi e quindi scelgo di tagliare e fare solo 10km per arrivare alla costa a sud, a Flókalundur, dove mi concedo un bagnetto in una pozza naturale di acqua calda, in riva al sempre gelido (e salatissimo) mare.
Il tempo di asciugarmi e vado alla ricerca di un alloggio per la notte. Trovo una guesthouse, che però non ha ospiti e la proprietaria (che, diciamocelo, come tutti gli islandesi che ho incontrato, non è che abbia una voglia matta di lavorare) mi dice di andare nella guesthouse vicina. Arrivo, pago per la mia cameretta da utilizzare con il sacco a pelo e mi faccio una bella doccia per riprendermi dalla guida della giornata.
Decido di andare a prendermi un hamburger nell’unico bar/ristorante presente nei dintorni e poi rientro nella guesthouse per leggermi la guida e preparami alla giornata del giorno dopo, dato che avevo anche il traghetto da prendere. Neanche il tempo di entrare in camera e sento bussare alla porta.
Un simpatico ragazzo trentino mi saluta, si chiama Tiziano e mi dice che lavora lì nella guesthouse, ma che tra un paio di giorni deve rientrare a Reykjavik. Mi chiede i miei piani per i prossimi giorni e mi propone di viaggiare insieme, dividendo le spese, così che lui possa vedere un po’ l’Islanda.
Io accetto con piacere e ci diamo quindi appuntamento per la mattina successiva.

GIORNO 8
La giornata inizia con un timido sole che presto scompare per lasciare il posto a una pioggia a tratti torrenziale. Io e Tiziano ci mettiamo in auto e chiacchieriamo delle nostre vite, per conoscerci e condividere le ore insieme. Arriviamo fino a Látrabjarg, il punto più a ovest dell’Islanda, ma non di Europa…ci sono le Azzorre che sono ancora più in là.
Ci accolgono delle scogliere di 20m diritte sul mare. Il vento e la pioggia sempre presenti. Onde che si infrangono sulla parete verticale e si alzano di parecchi metri. Uccelli che ci volano intorno e il piccolo faro sulla punta. Facciamo una piccola camminata per goderci il panorama e poi torniamo in auto.
Una sosta anche a Patreksfjörður per recuperare qualcosa da mangiare per il primo “picnic on the car” e poi torniamo alla guesthouse. Tiziano deve recuperare tutti i suoi bagagli (io anche) e deve salutare la famiglia per cui ha lavorato per il mese di agosto.
Prima di prendere il traghetto per Stykkishólmur, nonostante la pioggerellina, il venticello e la temperatura sui 5°C propongo a Tiziano un altro bagno in riva all’oceano. Tiziano sgrana gli occhi e accoglie la mia proposta al volo! Veloce cambio in auto e poi pluff, nella pozza di acqua calda. Un po’ di relax ci vuole, sempre!
Alle 17 saliamo sul traghetto e attraversiamo la larga insenatura che collega i fiordi dell’ovest con la penisola di Snaefellsbaer. Un’unica fermata di neanche 5 minuti sull’isola di Heimaey (una minuscola isola di 13km² su cui qualcuno ci vive pure) e poi arriviamo dopo circa 2h45 a Stykkishólmur, giusti in tempo per la cena.
È l’1 di settembre, l’indomani sarà il mio compleanno e per quanto io non ami festeggiare, c’è Tiziano con me e ho dei regali da aprire la mattina successiva, per cui…prendiamoci un dolce!

GIORNO 9
Mi sveglio, Tiziano mi fa gli auguri e scarto i regali datimi prima di partire da un’amica speciale. Che tenerezza…una torta gonfiabile con su le candeline di buon compleanno, una maglietta da viaggiatore e un ciondolo con bassotto! Sorrido e Tiziano sorride con me!
Cartina alla mano e con l’aiuto del proprietario dell’ostello decidiamo il percorso della giornata. Vista la pioggia sempre presente, chiedo al proprietario dell’ostello come sono le previsioni e la risposta è: “un po’ di pioggia, ma poco vento”.
Le-ultime-parole-famose.
Capisco che uno dei detti islandesi è “non ti piace il tempo, aspetta cinque minuti”, ma…è forse stata la giornata più piovosa e più ventosa che io abbia incontrato in questo viaggio.
Visitiamo prima il museo dell’hákral (carne di squalo, un po’ molliccia, che sa più o meno di ammoniaca) e poi ci avviamo verso la punta ovest della penisola. Davanti a noi nera terra lavica, mare blu petrolio e schiuma bianca delle onde, strade sterrate…il cielo grigio fa sì che sembri di essere in un film in bianco e nero. Purtroppo però il brutto tempo non ci fa ammirare la cima del ghiacciaio Snæfellsjökull.
Dopo un altro pranzo in auto vista mare e con il riscaldamento a manetta in auto, proseguiamo lungo la costa sud della penisola per arrivare a Reykjavik.
Giro della città, hamburger al vecchio porto e poi direzione aeroporto. Io ho l’auto da consegnare, Tiziano un aereo da prendere la mattina successiva. Arrivati a Keflavik, infatti, passiamo le ultime ore insieme e poi io rientro in città, starò a Reykjavik tre notti.

GIORNO 10
Sveglia presto, colazione e vestizione per la giornata di trekking impegnativo che mi aspetta: 20km, 6-8h di cammino, 700-800 metri di ascesa. Il tutto condito da un tempo che è tutt’altro che soleggiato.
La destinazione è Þórsmörk, per poi salire sul vulcano Fimmvörðuháls, camminare sul suo ghiacciaio e osservare il vulcano/ghiacciaio Eyjafjallajökull.
Palli, la guida che ci accompagnerà fino in cima mi viene a prendere alla guesthouse e durante il tragitto spiega a tutti (siamo un gruppo di 7 persone) come sarà l’escursione. Purtroppo le previsioni non sono ottime, per cui vedremo una volta là cosa si riuscirà a fare.
Effettivamente le previsioni sono una lotteria, si passa da un timido sole a una sorta di tempesta di neve ghiacciata. Incredibile come vari il tempo ogni 5 minuti.
Per la nostra sicurezza Palli decide di fermarsi al primo ghiacciaio. Dopo quindi una splendida e non poco difficoltosa camminata su per la montagna, ci fermiamo in silenzio ad osservare la cascata di lava del vulcano Fimmvörðuháls. La neve è battente e fende il viso, ma la fatica è più che ripagata dalla vista. Senza parole.
Bisogna però rientrare a Reykjavik, per cui ripercorriamo il tragitto al contrario e raccogliamo qualche mirtillo. Arriviamo alla super jeep e ci rifocilliamo con un bel paninozzo, del succo di frutta e un dolcetto, per premiarci.
A Reykjavik arrivo distrutta. Luke, uno dei miei compagni di gita mi saluta e mi augura buona fortuna per l’escursione del giorno dopo…lui è ben contento di riposarsi in città, prima di rientrare in Australia.

GIORNO 11
Anche oggi la giornata comincia con una colazioncina tranquilla e con una chiacchierata in ostello. La guida per l’escurisione di oggi si chiama Æssi, arriva puntuale alle 8 e dopo aver recuperato i 3 compagni di viaggio, partiamo alla volta del vulcano Hekla e delle distese del Landmannalaugar.
Æssi ci racconta un po’ della storia islandese e ci porta sul vulcano. L’ennesimo spettacolo per gli occhi, grazie anche alla neve caduta nei giorni precedenti. Nero e bianco si fondono magicamente e poi, in lontananza, grigio, verde rosso e marrone fanno da contorno.
Non possiamo salire in cima al vulcano proprio a causa della neve sdrucciolevole, ma Æssi ci porta a vedere tutti i dintorni: montagne levigate dalle eruzioni secolari, crateri di vulcani in continua attività che accolgono acque lacustri. Distese di niente, ma che in realtà sono tutto.
Arriviamo nel Landmannalaugar, una fantastica terra geotermale. Riolite, lava, rocce solfuree, basalto si fondono e con esse una moltitudine di colori: rosa, marrone, verde, giallo, blu, viola, nero, bianco. Incredibile.
La ciliegina sulla torta sono le piscine calde naturali, in cui immergersi dopo il trekking di un’oretta (e quello di ieri ancora nelle gambe, eheh).
Ripartiti dal Landmannalaugar rimaniamo ancora un po’ in questa zona selvaggia, in cui scattare qualche altra fotografia. Si rientra a Reykjavik, dove passo la serata con Laura e Alessio (e per grazia divina un ristorante lungo il porto ci ha dato da mangiare anche alle 21.40, dato che il 99% dei posti chiude la cucina alle 21, un po’ assurdo per noi italiani).

GIORNO 12
Ultimo giorno in terra islandese. L’aereo è però in notturna, per cui ho tutta la giornata da dedicare a Reykjavik e dintorni. Dormo un pochino di più e preparo gli zainoni che chiedo di lasciare alla guesthouse.
Vado a farmi un giro della città. Fotografo i punti più turistici, i numerosi murales presenti nelle vie e mi dedico anche un po’ allo shopping. Si spende un po’…ma chissà quando ci ritorno quassù!
Infine…cedo alla tentazione…la Blue Lagoon! L’area geotermale più conosciuta d’Islanda. È una grande piscinona con la solita splendida acqua calda, ma in aggiunta ci sono saune, bagni turchi e fango di silicato da spalmarsi sulla pelle. Ora…non so se la mia pelle sia più bella e nutrita, ma i capelli ne sono usciti provati, eheh! Tra silicio e sale, chiunque abbia i capelli ricci può fare invidia al miglior rastaman jamaicano!
Detto ciò…mi sono riposata e rilassata per tutto il pomeriggio, proprio prima di andare in aeroporto (esiste infatti un servizio navetta che effettua il trasporto Reykjavik – Blue Lagoon – Keflavik, eccezionale per i viaggiatori).
Mi sono goduta l’ultima aria islandese, standomene un po’ fuori a guardare il cielo particolarmente limpido e a ripensare un po’ al mio viaggio in solitaria “into the wild”. È giunta l’ora di passare i controlli di sicurezza e di ricambiare le corone rimaste, prima di rientrare in Italia.
Salgo sull’aereo, mi sistemo vicino al finestrino e guardo fuori. Una leggera luce verde..sono le “northern lights”!
Sì, allora è proprio finita la vacanza e non poteva che concludersi così: un’aurora boreale e le poche luci di Reykjavik e dell’Islanda si allontanano sempre più. Il blu del mare si fa sempre più scuro, i miei occhi si chiudono e mi addormento.

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