Cuba: schioccavi le dita e tornavi indietro di 50 anni.

Qualche settimana fa la storia di un’isola è cambiata radicalmente. Era il 17 dicembre 2014.
Per venerdì è annunciato un altro piccolo passo verso questo cambiamento.
Non so cosa ne sarà di lei, ma credo che sia questo il momento giusto per dedicare a lei un altro racconto sull’onda dei ricordi.

Di chi sto parlando? Di Cuba. Un’isola che era un mondo a sé, da 60 anni a questa parte. A dicembre è stato annunciato il disgelo tra USA e Cuba. Il futuro cambierà, nessuno sa come.

Non mi dilungherò su opinioni politiche e nulla di questo racconto vorrà essere un giudizio. Solo, magari, permetterà di pensare.

In tempi non sospetti, quando qualcuno mi chiedeva se fossi mai stata a Cuba e se sì cosa ne pensassi, la mia risposta era sempre la stessa “Sì ed è un’isola molto particolare. E’ uno di quei posti (per me ad oggi l’unico) in cui anche se vai in un villaggio turistico, ti rendi conto che “c’è qualcosa di strano”. Se poi esci dal confine del villaggio e riesci a viverla per davvero, beh, ti rendi conto di quanto sia veramente fuori dal mondo. Non so cosa succederà quando l’embargo verrà tolto, ma se ci devi andare…se vuoi toglierti la curiosità…vacci ora.”

Cosa intendo? Io a Cuba ci sono stata due volte. La prima in vacanza vera e propria. Tour organizzato dell’isola e settimana di relax al mare. La seconda vivendo in una casa cubana, per quasi un mese. Ora vi racconerò le mie impressioni e i miei ricordi.
Partiamo dall’esperienza più turistica. Era l’inizio del nuovo millennio, il 2003 Con i miei genitori e un’amica decidiamo di fare questo viaggio alla scoperta dell’isola caraibica più famosa al mondo.
Prendiamo il nostro aereo e atterriamo a Camaguey, nel centro dell’isola. I controlli di polizia in uscita dall’aeroporto sono pignoli come non mai.
Una valigia di una famiglia con bambini aveva all’interno cibi liofilizzati per neonati: viene controllata a fondo.
Un ragazzo, animatore di un villaggio, aveva con sé magliette e cappellini per lo staff: ogni singolo indumento viene aperto.
Nella valigia di mio padre viene intravisto qualcosa di sospetto: aveva i sigari toscani al seguito (sì, nella patria dei sigari cubani, mio padre si portò dietro i suoi amati sigari italiani). La polizia quasi non credeva alle proprie orecchie, ma alla fine fece passare la merce.

Arriviamo nel “Grand Hotel” della città e siamo praticamente negli anni ’30. L’ascensore funziona a mano. Una persona regola la partenza e l’arresto ai piani. Ti strofini gli occhi e non ci credi.

I giorni a seguire proseguono su un pullman, da Camaguey verso est: Sancti Spiriuts, Santa Clara e il mausoleo a Che Guevara, Cienfuegos e i suoi edifici neoclassici. Fino ad arrivare a l’Havana (di questa parlerò in seguito). Un volo interno e si arriva a Santiago de Cuba. Il nostro viaggio cade nel cinquantennale della rivoluzione e gli animi sono caldi. Nel 1953 il regime di Batista viene rovesciato e ha inizio il regime di Fidel Castro.

Durante tutto il tour la nostra guida ci parla degli usi e costumi del Paese. Ci spiega come vengono gestite le due monete (CUC e peso cubano). Ci spiega cosa viene garantito dallo Stato: un pasto al giorno, l’istruzione, la sanità… Ci dice quanto guadagna al mese un direttore di una banca (13$) e ci racconta come chi fa il suo lavoro non può farlo più di una volta ogni due mesi, altrimenti guadagnerebbe troppo dalle mance. Ci mette in guardia riguardo agli acquisti da fare: le opere d’arte (di qualsiasi valore) abbiano il timbro del Ministero della Cultura e i sigari siano confezionati in scatole con il bollo dello Stato. Tramanda i racconti del padre riguardanti la rivoluzione e cerca di trasmettere i suoi sentimenti a noi, turisti europei. Non parla mai degli USA. Ci dice solo che la Coca-Cola arriva dal Messico e il petrolio lo si importa dal Venezuela in cambio di medici (i medici cubani sono i migliori del Centro-America).

E’ l’ultimo giorno del nostro tour, prima di arrivare al villaggio. Vediamo un po’ come un miraggio il nostro arrivo. Il tour è stato affascinante, ma stancante. Mancheranno meno di due ore di viaggio e…il pullman fora uno pneumatico. E’ quello posteriore, sulla destra. Tutti giù dal pullman, restiamo attoniti e ci rendiamo conto che le strade sono tutte a “dorso d’asino”: il crick in dotazione sembra quello per una Fiat Punto, è troppo piccolo, non solleverà mai tutto il peso del pullman fino all’altezza necessaria per permettere il cambio della ruota. C’è un sole asfissiante e non un albero. Gente che comincia a camminare per cercare nei dintorni pietre o legni per far spessore. I minuti passano, diventano ore e noi sempre lì. Finalmente passa un camion. Uno dei “loro” camion. I camion da loro sono mezzi pubblici, gente nel cassone e via, con l’aria nei capelli. L’autista si ferma. Ci presta il suo crick (fortuna ne aveva uno decente). Aiuta il nostro autista a cambiare la ruota. Finalmente si riparte. Anche questa è Cuba.

Arriviamo al villaggio e devo ammettere che il mare era bello, ma non lo ricordo come un qualcosa di eccezionale. Non eravamo in nessun “Cayo” e non abbiamo assaporato le spiagge caraibiche. Non è importante, ci rilassiamo comunque, ma…come dicevo all’inizio…c’è qualcosa di strano. Se si va in un villaggio turistico, anche se ci si trova in un paese “povero”, si ha l’impressione che ci sia tutto a disposizione. Cibo, bevande, alcool a volontà. I villaggi turistici offrono tutto, puntando sulla bellezza dei luoghi e snaturandola (alcune volte in malo modo) dal contesto. A Cuba no. Ci ragioni e pensi “eh sì, l’embargo non lo puoi nascondere”.

La vacanza finisce e arriviamo in aeroporto. Se i controlli in entrata sono pignoli, in uscita sono qualcosa di mai visto. Chiunque avesse qualcosa di “irregolare” lo ha dovuto lasciar giù. Chi aveva nascosto piccoli quadri senza timbro all’interno dei vestiti, è stato costrello ad abbandonarli. I sigari, non ne parliamo. Ogni scatola viene controllata e aperta. Il servizio di sicurezza ha sempre un militare con il mitra al suo fianco.

Ci imbarchiamo, decolliamo e in meno di 10h abbandoniamo gli anni ’50 per atterrare nuovamente negli anni 2000.

Passano gli anni, 4 per la precisione, è il 2007 e mi ritrovo un altro biglietto per Cuba in mano. Ci vado con il fidanzatino di allora, a trovare suo padre, che da tempo vive a L’Havana. Ci sto quasi un mese. Vivo in questa casa cubana, ma con qualche particolarità.
Il padre del mio ragazzo convive con una signora cubana e con la figlia adolescente di lei. Ci sono tre auto a disposizione, una connessione internet, due donne di serzio che si alternano giorno e sera. Ci sono poi le ore di ogni giorno e i racconti quasi surreali.

La presenza di un non-cubano permette la presenza di soldi. A Cuba se no, tutto è regoalto dallo Stato.
Se la macchina ha la targa cubana, per esempio, non è tua, è dello Stato. Se qualcuno per strada fa l’autostop, sei obbligato ad accoglierlo con te. Noi usavamo quella con la targa da turista, così da non aver problemi.
Le case sono tutte dello Stato. Altro che ICI, IMU o compagnia bella.
In casa è presente una dispensa con aria condizionata a manetta. Ci saran dentro 10kg di zucchero, 20kg di sale, conserve, pasta. Sì, perché se qui finisce qualcosa. Finisce. Punto. Prima di poterlo riavere di tempo ne passa. Una volta c’era l’URSS, ci racconta il nonno cubano: si avvisava per tempo e arrivava il mercantile via mare. Ora, non più.
Chiunque, continua il nonno, cerca di far soldi tramite il mercato nero (tessuti, pelli, rum…e ovviamente sigari), ma attenzione a non farlo notare troppo, altrimenti il vicino ti denuncia allo Stato.
Uscire dallo Stato, poi, non è possibile.
La scuola, che bellezza. Tutti hanno i libri, tutti possono studiare, tutti possono scegliere che liceo fare e che univeristà frequentare.
La sanità, non costa nulla e tutti ne hanno diritto.
Il cibo garantito per almeno un pasto al giorno. Arance, banane, riso “a volontà”.
Le conraddizioni si leggono sul volto di quest’uomo.

Visitiamo L’Havana. Sfruttiamo le dritte di chi lì ci vive e andiamo sul tetto dell’Hotel Saratoga per una splendida vista dall’ultimo piano, sorseggiando mojito. Passeggiamo per la città vecchia e osserviamo la gente del posto. Andiamo in Plaza de la Revolucion e guidiamo lungo il Malecón, come ogni turista che si rispetti. Il grande vantaggio, però, è il non avere fretta. Ci possiamo in qualche modo immedesimare nella gente del posto, che guida Chevrolet anni ’50, mangia “manì” (noccioline) ad ogni angolo della strada e fuma sigari.

Entriamo nei negozi, così, giusto per capire come può essere un negozio “Adidas” a Cuba o per vedere cosa è presente all’itnerno di un centro commerciale cubano. Per un occidentale la risposta è semplice. Desolazione. Sono vuoti. Sono pieni solo dei sorrisi (a volte, spesso, finti) della gente del posto.

Con tutta la famiglia facciamo anche una gita a Pinar del Rio: le distese di campi di tabacco a perdita d’occhio. L’odore impregnatne di foglie umide. A bordo strada, gente che vende qualsiasi cosa: formaggio, galline, sigari.

Prendiamo inifine l’auto e andiamo al mare, il mare de L’Havana. Non il più bello dell’isola, ma sufficiente a respirare un po’, furoi dai confini cittadini e familiari. Anche lì, le enormi differenze tra locali e turisti e la polizia sempre di guardia.

Ancora una volta i giorni cubani arrivano alla fine, dobbiamo imbarcarci. con nonchalance, per 20$, imbarchiamo il doppio dei sigari esportabili e siamo in business class.
Intanto che siamo in volo, rianalizzo le differenze tra i due viaggi. Sono passati solo pochi anni, ma Fidel ha lasciato sempre più potere al fratello Raul. Raul ha aperto alla Cina e la percezione della vita è completamente diversa da prima.

Oggi di anni ne sono passati altri 7 e il Presidente degli Stati Uniti d’Amerca ha riaperto il dialogo con Raul Castro. Non so cosa ne sarà di Cuba da oggi in poi. Se gli USA la trasformeranno e se Cuba riuscirà a mantenere la sua spina dorsale e la sua essenza. Chissà se per una volta si riuscirà a non vederetutto con il simbolo del dollaro negli occhi, così da custodire la storia. Miglirando il presente e il futuro, ma non dimenticando il passato.

Io sono contenta di averla vista prima. Non so se ci tornerò.

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