Marrakech a/r

Quanto tempo che non mi mettevo a scrivere dei miei viaggi. L’ultimo, il Cammino di Santiago “con variazione sul tema”, non avevo voglia di descriverlo. Ho lasciato solo qualche breve didascalia via Facebook, ma niente di più. L’alone di delusione non voleva farmi scrivere.

Oggi invece, eccomi qui a raccontare il Marocco. 10 giorni in compagnia di un’amica Lussemburghese, Elena, tanto simile quanto diversa da me. Io multicolor, lei “bianco, blu, nero, beige”. Io disordinata, lei ordinata. Io geometrica, lei dai motivi arrotondati.

Questo viaggio inizia un anno fa, quando chiacchierando con Elena vien fuori che entrambe vorremmo visitare il Marocco. Abbiamo aspettato il momento giusto (tra incroci di impegni personali e ferie da prendere) e una volta trovato, abbiamo prenotato il nostro viaggio. Abbiamo dovuto trovare compromessi per accontentare entrambe e via di prenotazioni: due voli aerei (Francoforte Hahn – Marrakech, a/r), qualche Riad, i trasporti in bus (CTM) e un tour privato (Morocco Key Travel). Complessivamente un bel viaggio, che con un giorno in più sarebbe stato quasi perfetto: il Marocco è un paese facile da visitare, poco integralista nella religione pur mantenendo le caratteristiche profane dei paesi mussulmani. Bei paesaggi, differenti tra loro. Colori dal rosso al verde, passando per il giallo del deserto e l’indaco di Fes.

Il nostro viaggio inizia di giovedì, atterriamo a Marrakech e ci troviamo già a dover contrattare il taxi per raggiungere il Riad Karmanda (consigliato!). Dai 25€ iniziali arriviamo a 15€ e Karim si fa trovare nel punto più vicino raggiungibile dalle auto per portarci verso il Riad. Ci fa accomodare in stanza, ci offre il tè alla menta (il primo di millemila) e ci spiega come muoverci per la città.
Usciamo per la cena, sono le 22, ci perdiamo tra qualche viuzza della medina e ci ritroviamo in piazza Jamaa el-Fnaa.
Turisti, locali, turisti, locali, un’orda di persone.
Odori, profumi, colori, suoni.
Mangiamo in piazza, sulle panche da sagra paesana, ci affidiamo al caso, ne scegliamo uno e via un po’ di relax, staccando la spina dalla quotidianità lussemburghese. Ci incamminiamo di nuovo verso il Riad e dedicheremo il giorno dopo alla città.

Marrakech è facile da girare, nonostante le vie del souk tutte uguali, qualche punto di riferimento rimane negli occhi della memoria. Il solo capire se si va a nord-sud-ovest-est ti fa ritrovare la strada. Tra un negozietto e un altro, due persone ci accalappiano e ci dicono che oggi è venerdì, bisogna fare affari perché domani è sabato (la logica non la cogliamo appieno) e ci accompagnano alla cooperativa dei tappeti.
Dopo 40 minuti di contrattazione ne usciamo con 4 tappeti acquistati. Pagati e in teoria spediti a casa, chissà se arriveranno.
Ricominciamo il giro: porte di moschee, bar che invitano a salire in terrazza, camioncini che fanno spremute e succhi di frutta. Una pausa bevendo tè. Un tramonto sulla piazza. La cena al Riad.

8 del mattino, la sveglia suona, alle 8.30 ci aspetta Ibrahim, il nostro autista-guida per i prossimi tre giorni. Ci aspetta un tour da Marrakech a Fes, passando per il deserto. Inizialmente siamo pentite, ci sembra di aver speso un sacco di soldi, se avessimo organizzato dal Marocco e non da Lussemburgo, forse avremmo speso meno. Alla fine…forse avremmo speso meno…ma il tour è stato splendido.
1° giorno: si va verso l’Alto Atlas fino a svalicare il passo di Tizin-Tichka. Visita della kasbah Ait Ben Hadou, passaggio per la cittadina di Ouarzazate (la Hollywood del Marocco). Breve tappa nella valle delle rose  e arrivo nel tardo pomeriggio nella valle del Dades.
2° giorno: visita delle gole del Dades, poi quelle del Todra. Si attraversa il palmeto di Tinghir e si comincia l’esplorazione sahariana passando per Rissani e arrivando a Merzouga. Lì, due dromedari ci aspettano per un’oretta di cavalcata e l’arrivo in un bivacco solo per noi, nel mezzo delle dune.
3° giorno: ci si dirige verso Nord, lungo le strade e i piccoli villaggi del Medio Atlante. Quando la strada scende zigzagando nelle Gole dello Ziz, si incontra Azrou e la sua foresta di cedri (con tranquilli macachi) per poi puntare a Fes.

Tra aneddoti marocchini, paesaggi da fotografare, piccole soste tra cooperative di olio di argan e acqua di rose…il tempo passa. Ibrahim è un ottimo autista ed è piacevole chiacchierare con lui.
Forse il momento clou è stato in realtà quando io non sono stata bene (santo Imodium) e intanto che facevo amicizia con un bagno di un negozietto di una cittadina persa nel nulla…Elena ha comperato un altro tappeto: doveva pur occupare il tempo!
Scherzi a parte, la cavalcata nel deserto e la notte a guardare le stelle sono state un po’ come un viaggio in un film: sabbia a perdita d’occhio, silenzio, buio. Quasi magia.

Arrivati a Fes, Ibrahim contatta Fatima, la responsabile del Riad Dar Essoaoude, (consigliato anche questo!) e Amin (il figlio di Fatima) ci viene a prendere. Salutiamo Ibrahim e ci diamo appuntamento a Marrakech (di grazia si offre di tener lui il tappeto e di venirci a prendere a Marrakech quando saremmo dovute andare in aeroporto per tornare in Europa).
Fes è nettamente più complicata da girare di Marrakech. Anche per andare al ristorante Fatima ci dice “Amin vi accompagna, poi fateci chiamare e vi veniamo a prendere”. Gentilissimi.
Fatima ci organizza anche il tour con guida ufficiale del giorno dopo: ottima scelta. Visitiamo tutta Fes seguendo un simpatico omino che ci racconta la sua città. Moschee, quaritere ebraico, moschee, concerie, negozi di pashmine, moschee, negozi di lavorazione di metalli,…
Chiedo “quante guide siete a Fes?” “420”
Poco dopo “quante moschee ci sono a Fes?” “420”
Lo prendo in giro “uh, come le guide!” lui sorride sdentato e mi dice “naaa forse più moschee”.
Ci salutiamo, ringraziamo e ci facciamo dare indicazioni per andare in una fabbrica di ceramiche, per concludere il giro.
Stanche ma soddisfatte rientriamo al Riad. Oboli pagati anche oggi, per tutti i tipi di artigianato locale. Ceniamo al Riad, ci offrono una bottiglia di vino e andiamo a letto. La sveglia suona presto: si parte con il CTM (comodissimi bus turistici) per andare a Chefchaouen.

Chefchaouen è un piccolo paesello bianco e azzurro, che spicca nello sfondo del paesaggio naturale. 5h di bus (pieno di gente, bisogna prenotarlo con anticipo), taxi e la chiamata al Riad Dar Zambra (Sconsigliato!) per farci venire a prendere. Il tizio sbuffa, si fa quasi pregare per venirci a prendere (nonostante fossimo d’accordo dalla sera prima), sarebbe bastato il giorno prima inviarci una mappa della cittadina…ci eravamo abituate troppo bene. La camera non è pronta, lasciamo gli zaini e iniziamo a passeggiare su e giù per le calle (alla spagnola) colorate di turchese. Ci spingiamo fino alla moschea sulla collina, per rimirare il panorama e il colpo d’occhio, che diventa anche colpo d’udito perché inizia la preghiera e tutti i minareti risuonano delle voci dei vari imam. Cena in un posto turistico al 1000% e poi a letto, anche il giorno dopo la sveglia suona presto.

Altro giorno, altro bus: destinazione Casablanca. 6h con tappa colazione in un posto improbabile, ma sicuramente caratteristico. L’arrivo a Casablanca, la scoperta che non c’è possibilità di lasciare i bagagli e l’inizio di una pratica passeggiata zaino in spalla…aaaah quanti ricordi del Camino…Elena stremata, io più allenata al supplizio del peso sulle spalle. Camminiamo giusto per capire un po’ com’è la medina di questa città e non facciamo la scelta giusta: Casablanca è città ricca e “occidentale”, la medina è quindi un quartiere povero. Arriviamo comunque alla mosche Hassan II. Imperiosa. La spianata davanti e il mare dietro la rendono ancora più grande. Prendiamo un taxi per andare al faro; il taxista ci porta al faro, ma ci dice che quello è posto da ricchi (io in realtà volevo solo fare una foto, che non mi ha fatto fare) per portarci quindi sulla corniche.
Un’altra passeggiata, una tappa pranzo alle 15, un’altra passeggiata, una tappa drink alle 18 e poi la ricerca del tram per tornare verso la fermata del bus. Il tram ci fa vedere a sprazzi la città nuova, decisamente movimentata, occidentale, come detto, ma con sprazzi di Marocco persistenti: venditori ambulanti, gente che beve tè sulle strade, profumi di spezie.

Bus notturno per Agadir; Elena voleva una giornata di mare, il suo collega marocchino suggerisce Agadir e quindi…mi tocca. Una faticaccia ‘sto bus notturno: bello era bello, ma i sedili in pelle ti facevano scivolare sotto al sedile davanti. Scomodissimo. Arrivo prima dell’alba, il miraggio dell’hotel (Tilila, vecchiotto, ma non male) e la dormita di Elena sui divanetti, in attesa delle 8h30 e della colazione.
Colazione, camera disponibile, cambio abiti e…costume!…5 minuti a piedi e siamo sulla spiaggia: grande, oceanica, ventosa. Camminiamo un’oretta sulla battigia, bagniamo i piedi, arriviamo a un estremo della spiaggia e ci buttiamo sdraiate a prendere il sole. Il dolce far niente per 2h. Il vento poi imperversa e lo stomaco reclama. Su tutto il lungo mare sono presenti resort e villaggi vacanze (più o meno belli, ma non eccezionali), con ristoranti esclusivi, troviamo però uno dei pochi aperti al pubblico e ci sediamo godendoci la vista del mare, al riparo dal vento. Torniamo in albergo per un pisolino, poi di nuovo qualche giro nelle vie interne: abbiamo gli ultimi dirham da spendere.

Ultimo giorno, giorno di viaggio.
Ore 12 Agadir, poi Marrakech (dove Ibrhim ci viene a prendere, ci dà il tappeto e ci accompagna in aeroporto) e Hahn, infine Lussemburgo, ore 3 del mattino. Una dormita e il risveglio alla vita di tutti i giorni, con qualche lavatrice da fare.

Point break in Cantabria – “Io credo che neanche tu hai ancora capito il vero spirito del surf. È uno stato mentale, dove prima ti perdi e poi ti ritrovi”

Ho voglia di vacanza. Ho voglia di una vacanza da sola. Ho voglia di un dolce far niente. Prenoto un volo aereo: Charleroi-Santander; prenoto l’alloggio e la scuola surf: La Curva. Destinazione finale: Loredo, in Cantabria. Non avevo mai fatto surf in vita mia, a trent’anni si può ancora provare. Faccio lo zaino e si parte.
Flibco (bus Luxembourg-Charleroi), volo Ryanair (Charleroi-Santander), autobus cittadino dall’aeroporto fino alla città e poi traghettino fino a Somo. Trovo Damian che mi aspetta, sorridente e spensierato sul suo furgoncino sgangherato.
Ci facciamo due chiacchiere, da dove vieni, cosa fai, solite cose. Poi è il mio turno e lui mi racconta un po’ di sé. Mi lascia in albergo e ci diamo appuntamento per la mattina successiva.

La settimana è volata, nonostante il “brutto” tempo…relativo, per carità…in Lussemburgo nevicava, da me ha solo piovuto qualche volta e la felpa è stata la mia migliore compagna di viaggio.
È stato interessante essere “fuori stagione” in un paesello spagnolo:
– nessuno parla inglese: “hola, que tal?” “bien, how are you?” e la risposta è mutismo e una faccia che neanche avessi chiesto il terzo principio della termodinamica
– tutti passano il tempo al bar, di cosa vivano mi è oscuro, se non sono al bar, sono sulla spiaggia a fare surf
– la cena è alle 22 e il pranzo non esiste, basta mangiare patatine come se non ci fosse un domani, a non importa che ora della giornata
– dopo le 13.30 vuoi non farti un pisolino? si ricomincia a lavorare verso le 17. Il pomeriggio quindi o dormi, o vai sulla spiaggia, o ti fai una passeggiata; scordati di interagire con le persone .
In quella zona è bello fare delle passeggiate lungo la spiaggia, ma anche nell’entroterra. Da Loredo si può andare a Somo lungo mare, oppure a Langre, tra le colline, per arrivare alla scogliera che ne crea le spiagge. C’è poi il Cammino del Nord che porta a Santiago de Compostela e si incontrano parecchie persone con il loro zaino. C’è infine Santander, una cittadina rilassante e bellina da vedere in un pomeriggio.

Il surf qui è una ragione di vita. Damian mi racconta di quanta gente venga in qualsiasi periodo dell’anno, perché questo è uno dei posti più conosciuti e con le migliori onde: di diverso tipo e di diversa altezza, più o meno a ogni ora della giornata.
Il primo giorno non sapevo cosa mi aspettasse e forse è stato il miglior giorno, diciamo che ho capito che non è il mio sport, nonostante sia sicuramente divertente.
Dopo il primo giorno (per non parlare dopo al terzo) le braccia e i pettorali non li senti più, non riesci nemmeno a sollevare un bicchiere per bere.
La fatica che si fa a “uscire” per andare a prendere l’onda è proporzionale all’inettitudine del principiante (io) che sfida le onde, le prende dritte e…l’onda vince sempre riportandolo 3m più indietro. C’è quindi da capire il mare (che non è mai stato un mio grande amico, senza ragioni particolari) e come aggirare la sua forza.
Una volta al largo, ci si siede sulla tavola, si riprende fiato e si deve scegliere l’onda. Facile a dirsi, a farsi…un po’ meno. L’onda arriva e “paddle, paddle, paddle; one two three” e in teoria dovresti ritrovarti in piedi sulla tavola.
Ehm…questa è la teoria, in pratica: o sbagli il tempo, o non hai la forza, o metti male mani/piedi e l’85% delle volte ti ritrovi in ginocchio a surfare a quattro zampe oppure cadi dopo un nanosecondo che ti sei messo in piedi. Però, perché c’è sempre un però, il 25% delle volte che ti ritrovi in piedi, ti senti un fenomeno.
Poi arrivi a riva e ti ricordi che devi nuovamente nuotare per riprendere un’altra onda. Ohmammasanta.

Scherzi a parte, mi dò una futura altra chance per provare a surfare, ma non mi ha conquistata. Di sicuro però è un modo di stare nel mare, a contatto con l’acqua, unico. Fai quattro chiacchiere con quelli che sono lì ad aspettare le onde, gioisci per loro (se sono principianti come te) quando riescono a prendere l’onda, ammiri chi ce la fa come se stesse mangiando un gelato, ti fai prendere in giro quando prendi culate e spanciate lanciandoti dalla tavola. Insomma, è un mondo a sé, che è stato bello vivere per una settimana.

USA vol.2.1 – Madre Natura, cosa ci hai regalato!

Qui parlavo delle città, ma se mi si dice “Stati Uniti” e io penso subito alla natura: i parchi nazionali (NP), i “monuments” nazionali (NM), i parchi statali (SP) e tutte quelle cose che Madre Natura ci ha regalato e che gli Statunitensi sanno curare ed esaltare nei migliori dei modi, che cosa magnifica. Eccomi quindi qui a fare la lista della categoria…

…per la categoria “Miglior paesaggio statunitense”… (si ringrazia Mr. Google per le immagini)
[arrivata al punto 20 mi sono resa conto che erano tantissimissimi quelli che dovevo ancora elencare e quindi questi sono solo i primi 20, ecco svelato il “.1” del titolo]

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 1- Rocky Mountains (NP): è una “banale” pineta a “soli” 3000 m (mediamente) e di “soli” 650 km quadrati. Devo aggiungere altro?

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2- Arches (NP): la prima terra rossa vista (al di fuori dei campi da tennis). Passeggiare tra questi archi di pietra è suggestivo e incredibile, ci si chiede come siano lì e ci si scopre curiosi come bambini.

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3- Dead Horse Point (SP): qui il fiume Colorado ha scavato nella roccia e ha creato un ferro di cavallo. Lo si ammira dall’alto e il fiume è lì sotto, a 600 m da voi.

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4- Canyonlands (NP): il fiume Colorado lo divide in tre aree completamente diverse tra loro: Island in the Sky, Needles e Maze. Tre al prezzo di uno, meglio di così?

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5- Monument Valley: OMG come direbbero gli ammmmericani. Qui qualsiasi domanda uno si ponga sul percome di cotanta bellezza cade. È spettacolare, non ci sono parole per descriverla. Se riuscite a prenotare al Goulding Lodge potete anche ammirare l’alba.

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6- Grand Canyon (NP): Va beh…è il Grand Canyon, devo aggiungere altro? Godetevelo al tramonto e resterete (per l’ennesima volta) senza fiato. North Rim (diciamo per chi arriva da Denver) è il lato “meno” conosciuto e “meno” visitato, anche perché non è aperto tutto l’anno. South Rim (per chi arriva da Las Vegas) è invece il Grand Canyon più conosciuto e che spesso viene ritratto nelle fotografie.

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7- Brice Canyon (NP): avete presente quando si è bambini, si è sulla spiaggia, si prende la sabbia bagnata in una mano e la si lascia cadere a poco a poco (come una cacchina, sì, non ditemi che non l’avete mai fatto)? Ecco questo è quello che a me ricordano gli hoodoos che creano questo canyon, sono come pinnacoli creati dall’erosione della roccia e creano un gioco di colori veramente magnifico.

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8- Zion (NP): qui il verde dei boschi si fonde con il rosso del canyon. Forse uno dei parchi in cui il passeggiare tra i sentieri merita più che in altri, per poterne apprezzare veramente la bellezza.

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9- Death Valley (NP): la prima volta che ci sono stata era chiusa in parte a causa di un’alluvione pazzeca (e per la cronaca, era il 15 agosto). Assurdo, è un posto veramente assurdo. Caldo, senza ombre, secco secchissimo, ma con dei colori straordinari. Ecco, controllate bene il sito internet e informatevi più che in altri parchi presso il visitor center, ah…e abbiate benzina nel serbatoio!

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10- Yosemite (NP): magnifico. I passi montani, le pareti di granito, le cascate, le sequoie. Sono quasi 2000km quadrati, per cui prendetevi il vostro tempo.

11- Grand Teton (NP): quasi troppo semplice, rispetto agli altri, ma sicuramente un bel parco in cui fare passeggiate

12- Yellowstone (NP): ok è un po’ lontano, ma è più grande dell’Umbria. Sì, avete letto bene! Non lo si può descrivere in due righe…i geyser, le distese di prati, i canyon, il lago, i bisonti che vi attraversano la strada e creano code. Almeno due giorni dovete dedicarglieli.

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13- North Cascades (NP) questo è proprio un parco alpino, con i suoi 300 e più ghiacciai sempre lì, sopra le vostre teste.

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14- Olympic (NP): anche questo sembra quasi banale, ma se lo si incontra per la strada, perché non fermarsi per un pic-nic?

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15- Shenandoah (NP): 120 km di strada in mezzo ai boschi e con viste stupefacenti su di essi. La nebbia (se non eccessiva) aggiunge un tocco magico e in autunno dev’essere ancora più bello.

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16- Cape Cod: non è un parco, è una penisola vicino a Boston. La spiaggia bianca, un po’ di figlie dei fiori di ogni generazione e la forza dell’Oceano che si infrange sui fari.

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17- Big Bend (NP): questo è il parco dove io immagino gli indiani e i cow boy…o quanto meno lo sceriffo a cavallo. È in Texas, forse è anche per quello.

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18- Guadalupe Mountains (NP): è la catena montuosa del Texas e la montagna di El Capitan si staglia lì, in mezzo a questo parco.

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19- White Sands (NM): il parco che mi è rimasto nel cuore escludendo i parchi più noti e conosciuti. Distese di sabbia bianche, distese di dune color avorio. Qualche piantina, qui e lì, ma niente di più. Un manto bianco che sa di neve, ma non lo è. Stupendo.

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20- Saguaro (NP): è il parco dei cactus. I cactus graaandi che ci sono nei cartoni di BeepBeep e Willy il coyote. Immaginate un bosco di abeti, poi immaginate il classico cactus alto con due braccia. Sovrapponete le immagini e avrete la distesa di cactus di Saguaro.

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Indonesia: Jawa e Bali. Tanti “ma” che non me la fanno promuovere.

Due settimane di vacanza, due settimane dedicate a un viaggio e attese da tempo. Forse questo mi ha fregato, le mie aspettative erano alte, troppo e si sa…più si sale…più se si cade ci si fa male. Iniziamo però dal principio.

Nell’autunno scorso decido di prendere due settimane di ferie a febbraio. E’ la prima volta.
Decido di andare nel Sud-Est Asiatico. E’ la prima volta.
Decido di fare un viaggio da sola, così lontano. E’ la prima volta.

Guardando Pechino Express (sì, prendetemi pure in giro) l’Indonesia mi attira e prenoto il volo. Chiedo informazioni ad amici e conoscenti che conoscono le zone: 3 entusiasti, 1 dubbiosa. Faccio vincere la maggioranza (anche perché ormai il volo era prenotato e dovevo convincermi della scelta), ma già dopo poco trovo non poche difficoltà ad organizzare e a trovare informazioni pratiche sul viaggio. Mi prestano la Lonely Planet in italiano e io acquisto la versione e-book in inglese, approfittando di una super offerta del sito internet LP. Giudizio: tremende! Ma te ne rendi conto solo una volta che sei laggiù e metti a fuoco il tutto.
Solo una precisazione: alla fine di questo lungo racconto darò i consigli pratici. Non mi offendo se saltate tutto per leggere solo quelli. Qui mi limito a dire che 1$=12.500Rp (cambio medio che ho avuto durante la vacanza), così che chi invece decida di leggere tutto, possa avere un’idea dei costi.

Il volo da Amsterdam per Jakarta è diretto (salvo uno scalo a Kuala Lumpur che scopro solo al momento dell’imbarco, pazienza). Arrivo a Jakarta e la confusione della città mi assale…però ero preparata…un amico mi aveva detto “non farti domande sul perché quasi non esistano mezzi pubblici in una città da 12milioni di abitanti, il traffico è folle”. A Jakarta ci resto solo una notte, il tempo di riposarmi dopo le 14h in ballo tra aeroporti e aerei, anche con la scusa della presenza dell’Hard Rock Café…faccio la collezione di magliette, non posso sfruttare l’occasione di essere lì. Scelgo un hotel vicino all’aeroporto e il mattino dopo ho il volo alle 6 per Yogjakarta.

Esco alle 4 dall’albergo e il traffico è veramente assurdo, tipo l’ennesima potenza della tangenziale di Milano alle 8 del mattino. L’arrivo a Yogja(karta) è un po’ da nevrosi per un limite mio. Lì (in tutta l’Indonesia) alla base di tutto c’è la contrattazione e io sono negata. Recupero un taxi che mi porti all’hotel, lascio giù lo zainone e decido di andare a visitare la città a piedi.
Chiedo la piantina della città all’hotel, la studio e mi metto in marcia…cammina, cammina, cammina…qualcosa non mi torna. Riguardo la piantina e capisco ancor meno, chiedo informazioni (più o meno) a un passante e capisco che sulla piantina l’hotel è posizionato male. Io dovevo andare a destra…sono andata a sinistra…cominciamo bene. Inversione di marcia e si ricomincia.

Il caldo è asfissiante. Il numero di motorini è fuori da ogni logica e mediamente su ognuno di essi ci sono 3 esseri viventi da scegliere tra adulti, neonati, galline. I “rari” motorini che incroci con un’unica persona a bordo sono lì per chiederti se vuoi un passaggio, chiunque ti lascia il numero di telefono “chiamami se hai bisogno”. I becak (delle sorti di taxi a bicicletta) ancora più insistenti. Il top: gente che fa i propri bisogni solidi per strada. Io…io arrivo dal Lussemburgo e prendo la multa se attraverso a piedi non sulle strisce e senza aspettare il verde…un shock.
Arrivo finalmente sulla via principale: Malioboro. Sono le 8.30 del mattino e i negozi di ogni genere e tipo stanno iniziando ad esporre la merce. Io mi dirigo verso il Kraton, il palazzo del sultano (13500Rp). Interessante passeggiarci dentro, la LP dà informazioni molto generiche e non è semplicissimo orientarsi all’interno…tutti i cortili sembrano un po’ uguali. Proseguo verso il Taman Sari (7000Rp), il castello dell’acqua e tra le varie persone insistenti che incontro, uno mi colpisce per la sua gentilezza. Mi indica l’entrata del quartiere da cui accedere al Taman Sari e poi mi chiede se può esercitare il suo inglese raccontandomi la storia legata al quartiere (degli artisti) e al Taman Sari. P1030007 Io gli dico di sì e P1030023posso affermare che senza di lui non avrei apprezzato nemmeno un decimo di quanto ho visto. Mi ha raccontato tutto quello che aveva da raccontare, con trasporto, perché lui in quel quartiere ci vive. Mi ha portato a vedere gente che crea batik, senza essere preda di venditori avvoltoi. Alla fine il batik l’ho comprato da lui, contrattando, ma neanche troppo. Sempre questo ragazzo (di cui non ricordo il nome, purtroppo) mi ha portato con il suo motorino a Kota Gede. Su mia richiesta volevo vedere la produzione di argento e detto e fatto. Con i mezzi pubblici sarei stata ancora lì. Dopo Kota Gede ho richiesto un posto in cui comperare la frutta….detto e fatto pure in questo caso, mi ha portato in un grande mercato ortofrutticolo, da cui si riforniscono i piccoli venditori locali. Infine siamo passati dalla stazione, per capire orari e prezzi del treno che mi avrebbe portato a Surabaya qualche giorno dopo. Al mio rientro in albergo gli ho dato la mancia, senza che lui la chiedesse. Sicuramente se l’aspettava, ma non l’ha chiesta. Dieci punti in più per lui.

Il giorno dopo Wisnu mi è venuto a prendere in hotel. Wisnu è stato il mio autista per due giorni e questa scelta si è rivelata vicente. Wisnu parla un ottimo inglese ed è disponibilissimo a portarti in giro, rispettando i silienzi (che ogni tanto ci volgiono quando si viaggia in auto), ma riempiendoli anche con un sacco di informazioni su Giava e sull’Indonesia. Via mail lo si contatta e si definisce il prezzo (che io ho trovato ragionevole), via whatsapp è poi possibile accordarsi sui dettagli.
Con Wisnu ho visto le tappe tipiche dei dintorni di Yogja:

  • Solo, Candi Sukuh e Candi Cetho (https://goo.gl/maps/psXqz): ho avuto la fortuna di capitare a Solo durante una festa cittadina e mi sono goduta parata e bancarelle di cibo locali. A Solo si visita il Kraton (30000Rp, mancia per la guida inclusa) e poi si prosegue il viaggio per i due luoghi religiosi. Wisnu racconta piacevolmente la storia dei templi. (circa 20000Rp per entrambi). P1030072   P1030135
  • Borobudur, Prambanan e le pendici del monte Merapi (https://goo.gl/maps/X3kUK): ho scelto di vedere Borobudur all’alba e vi assicuro che ne vale la pena al 1000%. L’atmosfera è magica e il numero dei turisti è sensibilmente minore. (380000Rp, con colazione inclusa). Prambanan è ugualmente bello, ma totalmente diverso, me lo sono goduto in parte, poiché appena mi fermavo venivo assalita dai locali che mi chiedevano di fare foto con loro….ero allucinata… (225000Rp). Per ciò che riguarda il Merapi, io mi sono fermata alle pendici del villaggio che è stato distrutto durante l’eruzione del 2010, in realtà è possibile sia scalarlo, sia fare dei tour con jeep.
    [una considerazione sul costo dei templi: è tantissimo! La combo dei due è quasi 50€. Il Louvre costa 10€, la tessera annuale per 4 adulti per tutti i parchi nazionali statunitensi costa 80$. Sinceramente trovo il prezzo dei templi Indonesiani fuori da ogni logica.]

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Dopo le due giornate passate con Wisnu è il momento di trasferirsi a Cemoro Lawang (https://goo.gl/maps/7ZJXn), per ammirare l’alba del monte Bromo. Qui…il mio calvario ha inizio. Raggiungere il Bromo è scomodissimo, poiché è abbastanza isolato (tornassi indietro o dovessi dare consigli: tutta la vita tour privati!). Io ho preso il treno per Surabaya; scena alla biglietteria a Yogja: posto in business class 210000Rp, posto in standard class 170000Rp insieme a quelli dell’economy, posto economy (ossia seduta per terra) 70000Rp. Ho optato per la business class. 5h di treno equivalente al nostro regionale + 3h di bus per arrivare alla penultima città prima del Bromo (nell’inframezzo un taxi per andare dalla stazione dei treni alla stazione dei bus)…lì…pullmino pubblico…costa 30000Rp, ma parte solo quando è pieno. Io e altri 6 abbiamo aspettato 2h (dovevamo arrivare a 15 persone), poi ho detto agli altri di contrattare un prezzo per salire e abbiamo pagato 60000Rp (un’altra 1h30 di pullmino sgangherato). A Cemoro Lawang (questo il nome del paesello più vicino al Bromo) approfittano dei turisti in maniera scandalosa. Io ho pagato 350000Rp per una stanza gelida, in cui ho dormito vestita, con bagno in comune inquietante e scarafaggi che passeggiavano nei corridoi. Sul cibo…ho chiuso gli occhi e ho mangiato una roba cotta non meglio definita con il pollo. Fortuna che nell’attesa del pullmino avevo fatto amicizia con tre ragazze malesi e ci siamo fatte compagnia.

Il giorno dopo io e queste tre ragazze abbiamo preso una jeep per fare il tour insieme e dividere il costo (500000Rp per 6 persone + 250000Rp di ingresso al parco, anche qui, torna il mio pensiero sul costo degli ingressi indonesiani). Il tour comprende sveglia alle 2.15 per andare sul monte Pananjakan e vedere l’alba sorgere sul Bromo, poi, si arriva con la jeep alle pendici del vulcano e si può camminare fino al cratere. Volendo si può andare a piedi anche sul Pananjakan, ma a mio parere non ne vale la pena dato che non c’è un sentiero di montagna, semplicemente si cammina sull’asfalto.P1030405 Io ero lì durante il capodanno cinese, neanche la domenica in Piazza San Pietro c’è un affollamento come quello per vedere l’alba sul Bromo. Dopo le millemila fotografie fatte, riprendiamo la jeep per andare sul Bromo. Per salire fino al cratere si può optare per la salita/discesa a cavallo (non ho idea di quanto costi)…il problema è che questi personaggi del turismo indonesiano sono pressanti da morire e ti vengono stravicino per proporti il cavallo e…ta-daaaa…un cavallo scalcia e becca il mio ginocchio. Mi censuro, ma potete immaginare cos’è uscito dalla mia bocca. Un male assurdo e poi ero stanca (erano le 8, ero già sveglia da 6h, senza colazione).
Nessuno si è preoccupato della cosa, solo le tre ragazze malesi si sono allarmate. Hanno grossomodo insultato in indonesiano i portantini dei cavalli e fortuna che non mi sono rotta nulla. Sono arrivata al cratere, due foto di rito e poi sono rientrata alla jeep. Il ginocchio faceva male e la tensione era alle stelle.
Torniamo all’alloggio e acquisto un biglietto direttamente per andare alla destinazione successiva del mio viaggio, Banyuwangi (https://goo.gl/maps/u1Oas). Questo comportava un cambio di bus: da un piccolo minivan a un grande bus con aria condizionata; salgo sul minibus (dopo aver fatto colazione all’indonesiana), arrivo alla stazione dei bus, scendo (dopo aver avuto da ridire con l’autista), mi dirigo verso il mio bel pullman. Faccio per salire e un tizio mi sbarra la strada, un altro mi tira lo zaino…cominciamo a discutere. Io dico di avere già il biglietto e di voler salire, loro mi dicono che non è possibile, vogliono vedere il biglietto. Mi circondano in 4/5…il pullman parte…io smadonno in cinese, mi incavolo da morire (in più ero sempre più stanca e con un male al ginocchio non indifferente). Alzando il tono della voce chiedo quanto vogliono per farmi salire su un altro pullman che mi portasse alla stessa destinazione, pago, lanciando loro addosso i soldi e salgo su un pullman economico, senza aria condizionata, furente. Apparentemente nessuno parla inglese, ovviamente.
La mia salvezza è una studentessa che si avvicina, mi dice se può aiutarmi. Ha visto la scena e ne è dispiaciuta, io le chiedo di chiedere quanto tempo ci voglia per arrivare a destinazione e l’autista risponde 5h.
Alla fine il viaggio era di 9h, un pullman assurdo che non fa vere e proprie fermate ma rallenta ogni tot e la gente sale e scende in corsa. Gente che sale dalla porta anteriore con acqua, frutta, noccioline da vendere e scende da quella posteriore. Sicuramente uno spaccato di vera vita indonesiana, ma in quel momento non ero in grado di vederlo nel modo migliore.
La ragazza mi dice “non addormentarti, è pericoloso, devi sempre avere un occhio alle tue cose di valore”. Volevo morire…ero in piedi dalle 2.15, sono arrivata a destinazione quasi alle 19.
A Banyuwangi mi aspettava (grazie al cielo) Rian, un ragazzo conosciuto tramite il couch surfing. Mi accoglie a braccia aperte, mi porta a cena. Poi una doccia e un caffé con uno dei suoi più grandi amici, Donna. P1030469Una serata stupenda, se non fosse che ero stravolta. Mi hanno raccontato dei dintorni di Banywangi, di come loro siano impegnati nello sviluppo del turismo e nella promozione del loro territorio (che di norma viene visto solo come luogo di passaggio tra l’Ijen e Bali) In teoria sarei dovuta andare a vedere l’alba sul monte Ijen. Inutile dire che non ci sono andata, tra stanchezza (fisica e psicologica) e male al ginocchio, ero cotta. Tutto questo mi rendeva triste, sapevo che probabilmente non tornerò in Indonesia e l’idea che gli indonesiani stessi mi abbiano causato tutti questi problemi mi innervosiva. Innervosiva anche Rian e Donna, loro stessi si rendevano conto di come personaggi così rovinassero l’immagine del popolo indonesiano.
Ho dormito a casa di Donna, una tipica casa di Banywangi. Materasso per terra e bagno spartano, senza acqua calda. Nessun problema, il contorno era piacevole, poco mi interessava. Il giorno dopo Rian mi propone di fare qualcosa di tranquillo, vede che sono stanca e ho anche il traghetto per Bali da prendere. Rian organizza il mio trasbordo e il mio trasporto dal porto P1030504fino al paese in cui dovevo andare…lui per primo capisce che di mezzi pubblici no ne voglio più sentir parlare. Andiamo a vedere le cascate, ci prendiamo una doppia colazione (una all’indonesiana dalla sua cuoca preferita, una alla occidentale) insieme e poi ci dirigiamo al porto. (https://goo.gl/maps/7tkhy) Rian mi spiega che sarebbe venuto con me a Bali e poi saremmo andati dai suoi zii ad aspettare il suo amico con l’auto. Non era fattibile attendere al porto, ci avrebbero circondato per proporre passaggi e lui non sarebbe stato ben visto, quasi volesse rubare un turista a un balinese. Arriviamo a Gilimanuk e l’ora cambia. Un vento incredibile. Uscendo dal porto controllano per ben due volte la patente di Rian. Una volta in casa dei suoi zii, attendiamo una ventina di minuti l’arrivo dell’amico autista e ci dirigiamo verso Pemuteran. Il viaggio non è dei migliori, un ciclone dall’Australia ha causato cadute di alberi sulla strada. Un viaggio di 1h diventa un viaggio da più di 2h. Arrivo a destinazione, saluto calorosamente Rian e…finalmente…relax. Mi dico “sono a Bali, sono apppppposto”. L’home-stay è veramente bellina e trovo un ristorante niente male.
La mattina successiva faccio un’escursione di in snorkeling all’isola Menjangan (350000Rp). Salgo sulla barchetta con altri 6 turisti e ce ne andiamo a fare due nuotate da più di mezz’ora intorno a quest’isola. Guardare giù…bello, bellissimo…tre di noi hanno le bombole e scendono fino a 15/20 metri e tornano in superficie entusiasti. Noi rimaniamo sull’orlo dell’acqua ed è ugualmente pieno di colori. Tra una nuotata e l’altra abbiamo anche il pranzo sulla spiaggia e il tempo di una passeggiata sull’isola.P1030544 Purtroppo sulla superificie dell’acqua ci sono un quantitativo incredibile di sacchetti e bottigie di plastica. A Bali il problema dell’inquinamento plastico è serissimo e purtroppo rovina non poco il paesaggio. Rientro in hotel soddisfatta, ma ustionata nonostante la protezione 50 e fortuna avevo la maglietta a maniche lunghe. Mi concedo una passeggiata sulla spiaggia delle paese, in attesa del tramonto, prima di tornare al ristorantino della sera precedente.
Il giorno dopo è già tempo di ripartire e un po’ mi spiace. Così, su due piedi, io che non sono amante della movida, suggerirei di fermarsi qui e visitare il resto dell’isola con escursioni in giornata (in realtà forse è un po’ scomodo, ma sono stata proprio bene lì a Pemuteran).
Il viaggio comincia con l’imprevisto, l’auto su cui viaggio viene fermata a un posto di blocco (Bali ne è piena) e il mio autista deve pagare 100000Rp per poter proseguire il viaggio, non ho ben capito quale irregolarità avessero i suoi documenti. Ci fermiamo a Manduk, poi ai laghi Tamblingan e Buyan.
Arriviamo a Bedugul dove la tappa obbligata è il tempio di Ulun Danu Bratan. Spettacolare. P1030655E’ un tempio su un lago, circondato da monti. L’atmosfera è suggestiva e le probabilità di beccare una cerimonia hindu sono molto alte…questo rende ancor più emozionante il momento.
A seguire il mercato di frutta di Candikuning (dove il gioco di contrattazione rasenta il ridicolo e so di aver preso una fregatura) e il giardino botanico (una mezza fregatura…è gigantesco e lo si gira in auto. All’ingresso non ci sono mappe, per cui è complicato orientarsi. Aggiungiamoci che il mio autista non era proprio un esperto e…ho buttato 18000Rp). Dopodichè, in teoria, avrei dovuto vedere i terrazzamenti di risaie di Jatiluwih: le foto (degli altri) sono pazzesche! Io…ho trovato la nebbia, come in Val Padana insomma. Mi sono sentita a casa, ma ne avrei fatto a meno. La strada per raggiungere Jatiluwih è a dir poco orribile e l’ingresso è a pagamento. Io mi sono fermata prima, considerando che la visibilità era meno di 60 metri.
Finite le tappe intermedie, eccomi a Ubud. Una cittadina che non è sul mare, ma che è forse l’essenza di Bali. in ogni angolo è presente l’ingresso di un tempio, ogni clan familiare ne ha almeno uno. L’odore di incenso è quasi costante. E’ pieno di turisti, è vero, ma mantiene la sua identità.
Non avevo pranzato ed erano le 17. Decido di fare un pranzo+merenda+cena in un risorante a caso e mi gusto il Babi Guling (un maialino cotto con spezie, tipico di questa città), poi un giro per la cittadina ad osservare i negozi di souvenir e a pensare ai regalini da fare. Rientro nell’homestay e prenoto l’autista privato per il giorno dopo: Kintamani e Pura Besakih mi aspettano (https://goo.gl/maps/tmIGI).
Arriva a prendermi Sana, un soggetto sufficientemente alternativo che mi fa pensare “in che mani sono capitata”, ma che in realtà si dimostra eccezionale. Parliamo di couch surfing, parliamo del giornalista australiano che lui ha ospitato per due mesi, parliamo della religione hindu. Arriviamo alla prima tappa, il tempio degli elefanti (15000Rp); me lo visito con calma passeggiando in solitaria e poi ritorno all’auto. Seconda tappa, il tempio della fonte sacra (Tirta Empul, 15000Rp). P1030761 Sana mi spiega che “Tirta” sta a significare una fonte d’acqua sacra e questo è il tempio più importante da questo punto di vista. Entro, passeggio e arrivo davanti alla piscina con i getti di acqua sacra. Rimango in silenzio (sì ero da sola, ma è come se mi si fosse silenziata anche la parola dentro di me) ad osservare le persone vestite, dentro alla piscina che procedono nel rito delle loro preghiere.
Uscendo si è obbligati a un percorso tra le bancarelle, con gente con calcolatrice in mano che ti propone qualsiasi cosa. Tutta l’aurea di spiritualità che si acquista nel tempio viene persa in un battibaleno. Risalgo in macchina e ci dirigiamo verso una piantagione di caffè.
Bali è famosa per un caffè fatto con chicchi mangiati (e espulsi dal di dietro) da un simaptico animaletto che si chiama luwak. In questa piantagione mi spiegano la lavorazione del caffè (anche quello normale) e poi mi fanno testare tutte le loro opzioni di caffè e tè. Interessante e diciamo senza obbligo di acquisto (io poi due cose le ho prese lo stesso).
Di nuovo in auto, arriviamo a Kintamani, il paesello che si affaccia sul lago Batur e ha di fronte a se il vulcano Batur. La vista è notevole. C’è poi un ristorante (turistico, ma accettabile) con una terrazza da cui si può mangiare e rimirare il panorama. C’è atmosfera di tranquillità.P1030792
Con Sana proseguiamo il viaggio verso il tempio di Pura Besakih. Parcheggiamo, indosso il sarong, pago l’ingresso (20000Rp) e al controllo biglietti mi fermano dicendo che devo fare una donazione di 500000Rp. Cosa?? Io mi blocco, dico che non ci credo e faccio per tornare da Sana, loro capiscono che non c’è trippa per gatti e mi dicono che posso salire lo stesso. Prima di me non so quanti turisti siano rimasti ingabolati. Arrivata all’ingresso…la magnificenza di questo tempio. Ci sono tanti turisti e le “guide” presenti ti dicono che se non fai la donazione non puoi entrare in alcuni posti. Poco importa, con un po’ di sali e scendi e con il girovagare a destra e a sinistra (il sito è veramente grande) si vede tutto tranquillamente. Le persone sono pressanti, continuano a proporti di pagare per guide e ingressi. I bambini (che le quattro frasi che devono dire le sanno in tutte le lingue del mondo) ti si attaccano e ti seguono per proporti cartoline. Diciamo che il contorno è un po’ stressante. Io alla fine esco dopo un’ora e tante fotografie scattate.P1030833
Siamo praticamente alla fine del giro, non ci resta che tornare a casa, ma Sana mi dice che siamo in anticipo e mi propone di visitare altri due templi, meno conosciuti, ma che a lui piacciono. Non mi lascio sfuggire l’occasione e seppur non siano niente di speciale, il fatto che lui li visiti con me, mi offra uno snake-fruit e si chiacchieri del più e del meno me li fa vedere con occhi diversi. Rientro all’homestay, lo ringrazio e lo saluto calorosamente, promettendo di dare il suo contatto a chiunque voglia venire a Bali. (lo troverete in fondo).
Il tempo di lasciar giù un paio di cose, prenotare la navetta Perama per Sanur per il giorno dopo e riesco; oltre a volermi fare un giro, devo prelevare. Ecco che rinizia il secondo grande calvario della vacanza. Gli ATM di Bali funzionano ad minchiam (scusate il francesismo). Io ho tre carte, di tre circuiti diversi e ho provato cinque ATM. Nessuno mi ha erogato soldi. Ero tra l’incazzato cattivo e il nervoso da panico, più di cinque volte per carta non ho provato, mancava solo mi mangiassero la carta. Sono quasi senza soldi. Faccio un rapido calcolo e mi rendo conto che per finire la vacanza mi servono ancora l’equivalente di 150$. Ovviamente tralascio i negozi di souvenir, ogni rupia risparmiata può essermi necessaria. Rientro nell’homestay e scopro che spesso i turisti europei hanno problemi. Due polacchi, una tedesca, una coppia di francesi. Io sono senza parole. Sono a B-A-L-I, una delle mete più turistiche del mondo e non posso prelevar soldi? Chiamo le banche europee (ringraziando il fuso orario) e mi accerto che quanto meno non siano state tracciate transazioni, mi dicono che in teoria se c’è il simbolo del circuito, è possibile chiedere un “cash advance” direttamente nelle banche, presentando la carta e un documento; sottolineano che le commissioni sono un po’ elevate, ma nella mia testa c’è la frase “basta aver soldi”. Vado a dormire e decido che domani è un altro giorno. Ringrazio solo il cielo di non essere una che si fa prendere dal panico.
Il mattino dopo, a colazione, mi ritrovo con una coppia di spagnoli (furoi come dei balconi, in giro da 16 mesi, perché “costa meno viaggiare che stare in Spagna e trasferirsi in Germania per lavorare fa troppo freddo”) e chiacchierando con loro vien fuori che lì a Ubud il cambio è buono, decido quindi di cambiare pressoché tutti i dollari che mi erano rimasti, lasciando perdere il cash advance e lasciandomi nel portafoglio meno di 100€.
Mi sembrava di giocare al Monopoli. Cambio e divido i soldi tra quelli che sicuramente mi servono per pagare i trasporti e gli homestay, più quelli che mi servono per pagare la tassa di uscita dall’Indonesia. Il resto (poco) lo posso spendere per mangiare e per comprare qualcosina. Rientrando verso l’homestay (che dovevo pagare) faccio qualche acquisto, ma sarà stato forse un decimo di quello che avrei voluto acquistare e parliamo di oggetti che non superavano i 10€…giusto per darvi un’idea della conta al centesimo che ho dovuto fare e di quanto nervosismo potevo avere in corpo.
Per fare la turista al 1000% vado a vedermi la Sacred Monkey Forest (30000Rp), P1030915una foresta con centinaia di scimmie più o meno addomesticate. In realtà sono liberissime di muoversi, ma sono nello stesso tempo abituate ai turisti…non sono sceme…i turisti hanno le banane e vogliono far le foto, per cui “vai che si mangiaaaa”. Passeggio e scatto qualche foto, si è a Ubud, non si può non passare da qui. Finito il giro, avrei voluto vedere altro, ma ero ancora una ovlta psicologicamente stanca, recupero il mio zainone e vado a prendere il minivan per Sanur, ultima tappa balinese.
Arrivo a Sanur. Le signore dell’homestay mi accolgono a braccia aperte, mi offrono frutti locali, mi spiegano un paio di cose sul paesello e poi mi consigliano di andare a rilassarmi in spiaggia. Io approfitto dei consigli, ma chiedo anche di prenotarmi un autista per il pomeriggio del giorno successivo, voglio andare a vedere il tramonto.
Mi metto in cammino, stare in spiaggia non mi appartiene troppo, per cui preferisco camminare. Lungo mare e lungo la via principale. Arriva l’ora di cena e mi godo una cena a base di pesce rimirando mare e stelle.
Il giorno dopo mi sveglio alle 4, c’è l’alba da andare a vedere. Mi siedo su una spiaggia deserta e buia. La lampada frontale è l’unica fonte di luce. La spegno. Il rumore del mare mi culla e mi diverto un po’ a fare fotografie a lunga esposizione (nessuna verrà come avrei voluto, con l’autoscatto è difficilissimo). Aspetto. Le prime luci…che spettacolo…il Gunung Batur si fa spazio tra il buio e le nuvole, l’isola di Nusa Lembongan è lì, di fronte a me. Arrivano i primi pescatori a stendere le reti, ripiegarle, mettersele in spalla e andare al largo. P1030963Sono le 6.30, è ora di tornare a dormicchiare ancora un pochino.
La colazione di pancake alla banana mi riempie di energie e vado a passeggiare lungo la spiaggia. Sanur ha una bellissima spiaggia bianca, i turisti sono pochi, le persone locali discrete e non troppo insistenti. Passeggiare è estremamente piacevole. Mi siedo all’ombra di un albero, a due passi dal mare e leggo. Questo è forse il primo giorno di vero relax (ed è il terz’ultimo della vacanza). Pranzo e poi torno all’homestay, dove mi raggiunge l’autista. Il piano fare un rapido salto a Kuta, giusto per vederla e per recueprare la maglietta dell’Hard Rock Café e poi andare a sud, nella penisola di Bukit. Due tappe intermedie per rimirare qualche bella spiaggia dell’ovest e infine visita a Uluwatu, per aspettare il tramonto (https://goo.gl/maps/twzW6).
Kuta…il delirio…Rimini non è nulla in confronto, considerando che ero in periodo di bassa stagione! Diciamo che sono contenta di non aver dormito lì, non è il mio genere di posto. Detto ciò, sono certa che se uno si voglia divertire, Kuta possa offrire molto, a partire da warung (baretti) sulla spiaggia, in cui gustarsi una birra fresca chiacchierando con millemila altri turisti e qualche balinese.
P1030982Proseguiamo verso la spiaggia di Jimbaran. Una luuunga spiaggia di sabbia fine, color paglia. La spiaggia è bella, il mare permette di fare il bagno comodamente (a Kuta le onde arrivano fino alla riva), peccato che…ci sia sempre qualche bottiglietta di plastica a rovinare tutto. Io non faccio il bagno, mi gusto solo la tranquillità, il caldo e la sensazione della sabbia sotto ai piedi.
Ci rimettiamo in moto, per arrivare a Padang Padang, spiaggia amata dai surfisti. E’ una piccola spiaggia, per accedervi bisogna fare una scalinata di un centinaio di gradini. Una volta giù ci si può sedere sulla sabbia e osservare in lontananza i surfisti che si alzano sulle loro tavole. L’ambiente è suggestivo. Anche qui, mi siedo e ascolto il silenzio della natura, interrotto solo da risate di turisti, rilassati, quanto me.P1030990
L’ultima tappa prevede di arrivare a Uluwatu (20000Rp), un tempio arroccato su una scogliera, nella parte più a sud-ovest dell’isola.
Vista la posizione, molti turisti tendono a volerci andare per l’ora del tramonto. Io ovviamente scelgo di fare così e in realtà il numero di persone non è eccessivo (l’autista mi dirà che durante l’alta stagione anche per loro è difficile sistemarsi nel parcheggio). Passeggio per il sito, senza occhiali da sole e senza nulla che possa attrarre le scimmiette dispettose. Qui sono meno educate di quelle di Ubud e rubano facilmente oggetti ai turisti, poi li lasciano in cambio di una banana, ma…spesso gli oggetti vengono lanciati giù dalla scogliera, eheh.
Il tempio in realtà non è visitabile, lo si può vedere solo dall’esterno. Cerco la posizione migliore per attendere il tramonto e mi siedo ad aspettare.
Aspetto e intanto è arrivato un po’ il momento di tirare le somme di questa esperienza asiatica. Niente, non ce la faccio. Più ci penso e più vedo questo Paese lontano da me. Non posso generalizzare parlando di Asia, ma l’Indonesia non mi ha convinta. Per limiti miei, questo è scuro, ma non solo. P1040025Penso poi anche al resto della mia vita, ma queste discussioni filosofiche con il mio Io le lascio per me. Il tramonto sta per arrivare e la macchina fotografica è pronta.
Merita, merita davvero. Meritano le nuvole, merita il rumore del mare che sembra quasi diverso al calar del sole e poi merita lui, il tempio, in controluce, che rimane lì, indisturbato.
Il sole scompare e non mi resta che tornare all’auto per rientrare in città (facendo lunghe code).
Un’altra cena in riva al mare. Un’altra mattina sulla spiaggia, questa volta immersa nell’acqua. Era tanto che non facevo un bagno in mare, che non mi mettevo a stella marina a guardare il cielo, che non mi rilassavo senza far nulla con l’acqua salata tra le labbra. Un’ora è volata. E’ tempo di far la doccia, cambiarmi, fare colazione e attendere il taxi per l’aeroporto.
Le ultime 24h le spenderò a Kuala Lumpur. Arrivo in aeroporto e cambio qualche Euro. Zaino in spalla e biglietto del treno acquistato. Arrivo in stazione e c’è abbastanza confusione, seguo le indicazioni per la monorail e mi siedo ad aspettare. Sono curiosa di vedere una città asiatica sviluppatasi negli ultimi 20 anni. L’albergo è nella zona delle Petronas Towers, il centro economico della città. Tappa all’Hard Rock Café per la solita maglietta, check-in in albergo e poi di nuovo fuori per scattare qualche fotografia notturna. Salgo allo SkyBar per ammirare le torri dall’alto, poi mi perdo un po’ a passeggiare tra le vie.
P1040066Il mattino dopo esco e vado verso le Petronas Towers, ho un biglietto per salire fino in cima (20€, mi sembra). Le viste dall’alto a me piacciono sempre, per cui me la sono gustata anche qui. 45 minuti di sali e scendi (in ascensore) per scoprire un po’ la storia di KL e guardare l’orizzonte da più di 300 metri d’altezza.
Finita la visita, ado a farmi un giro nel quartiere dello shopping, pranzo e attendo le 15, quando grazie ai suggerimenti di una ragazza malese conosciuta durante il volo di andata di due settimane prima, vado a vedere la ricostruzione fedele di una tipica casa malese (donazione di minimo 10MYR), la rumah penghulu. Un giovane studente emozionato mi racconta tutto e trovo la visita veramente interessante.
Finito lì, passeggio un po’ a caso in direzione di China Town e di Little India. Se siete bravi a contrattare quello è il posto che fa per voi!
Le ore passano e devo andare a prendere il volo per tornare in Europa. Passo a prendere le zaino, prendo un paio di mezzi pubblici (innervosendomi pure qui) e arrivo in aeroporto.
Ho ancra un po’ di soldi malesi da spendere ceno (da dimenticare), prendo una cartolina e poi un piccolo dipinto delle Petronas Tower. Si sale sull’aereo. Tutti seduti, tutti con le icnture allacciate. Annuncio. “a causa di un problema tecnico avremo qualche minuto di ritardo, ci scusiamo e vi ringraziamo per la pazienza”. I minuti diventano tre ore e mezza, seduti su un aereo con l’aria condizionata sparata a manetta, gli annunci che si sussguono e un misto di sonno e panico che assale qualcuno. Sono le 3 di notte e ci aspetta un volo di 12h.
Siamo quasi ad Amsterdam e questa volta sono gli annunci riguardanti le coincidenze con i voli che la maggior parte dei passeggeri avrebbero dovuto prendere. Io mi rendo conto di essere al limite. Scendo, corro al banco dei transfer, secondo la macchinetta automatica il volo è perso, secondo la signorina no. Chiama la collega al gate che rompe ogni speranza: il gate chiude tra 6 minuti, è impossibile attraversare mezzo aeroporto con un controllo passaporti da fare. Mi rassegno, la signorina si scusa e mi manda al banco per i nuovi biglietti.
Il volo successivo per Lussemburgo sarebbe stato alle 16.45. Erano le 9. Non ci potevo credere. Ridevo per non piangere. KLM mi da un simpatico voucher di 10€ per scusarsi dell’attesa. Meglio di niente, per carità. Purtroppo ero troppo stanca e spossata per ragionare al volo, ma quando ormai era quasi l’ora dell’imbarco mi rendo conto che almeno l’accesso alla lounge potevano darmelo (era KLM ed ero nel suo aeroporto, mannaggia). Avviso i miei amici che sarebbero dovti venire a prendermi e mi rassereno.

Il Lussemburgo è un miraggio, ma ormai ci sono quasi.

Consigli pratici (senza un ordine preciso)

  • per andare su Bromo e Ijen, sono da preferire tour privati. Vi fate sicuramente il fegato meno amaro e il costo non è poi così elevato. Spesso si occupano anche del trasbordo a Bali.
  • Banyuwangi non è solo una tappa di passaggio, ha diverse cose da offrire e potrebbe valer la pena spenderci una notte (anche per riprendersi dalle due nottate su Bromo e Ijen).
  • se decidete di guidare, abbiate con voi la patente internazionale. Preparatevi poi sempre una banconota da 20000Rp da allungare alla polizia (che cercherà di chiedervene molte di più).
  • i voli interni costano una stupidata, ma c’è sempre da considerare una tassa di 40000Rp (200000Rp se il volo è internazionale).
  • portatevi tanto contante e il dollaro è sempre più ben visto dell’euro. Le banconote di taglio grande fino a 50$/€ sono cambiate con un tasso migliore delle banconote di valore più basso.
  • abbiate sempre un pareo a disposizione prima di entrare nei templi hindu (altrimenti i balinesi cercano di vendervi/noleggiarvi i loro).
  • non esiste attrazione turistica con donazione obbligatoria da fare (soprattutto se pagate il biglietto d’ingresso, in alcuni casi non c’è biglietto, ma chiedono una donazione…10/20000Rp vanno bene).
  • non esiste attrazione turistica con la guida obbligatoria.
  • sui mezzi pubblici, maaaai fare il biglietto fuori dal pullman. Salire e farlo sempre all’interno. All’esterno vi chiederanno di più, non sono venditori ufficiali (ma tacitamente accettati) e non vi viene rilasciato alcun biglietto. Non escludo quindi che poi, se al bigliettaio ufficiale giri la luna storta, vi richiedano altri soldi.
  • il cambio ufficiale è intorno al 1$=12800Rp, cambi buoni che si trovano fanno 1$=12700. I personaggini locali che incontri, per cercare di fregarti, fanno 1$=10000Rp. Chiedere seeeempre il prezzo anche in Rupie e vedere cosa conviene.
  • a Yogja il miglior cambio valute è presso la banca BRI, nella parte nord di Malioboro, ma chiude alle 16.
  • i miei alloggi a Bali (10/12€ a notte, per una camera matrimoniale con bagno privato e wifi):
    Pemuteran, “The sari bungalows”, bello, pulito, wifi che ti puoi pure portare in giro per il paesello, gentili, se non fosse che non mi hanno accettato la carta di credito per pagare…perfetto! (in più sono intortati con un centro diving e ti fanno lo sconto per l’escursione all’isola).
    Ubud: “Secret garden guesthouse”, carino, pulito, non accettano carte di credito (ma qui lo sapevo); a me non interessava, ma non hanno la piscina…non essendoci il mare, molte altre guesthouse hanno anche la piscina.
    Sanur: “Sindu guest house”, pulito, comodo perché vicinissimo al mare, buona colazione. Accettano carte di credito, con il 2% di percentuale (equivalente a tipo 1$)
  • gli autisti che mi sento di suggerire: per Yogja, Wisnu, qui il sito internet con i contatti e per Bali, Imade Sana, monkeyforest2@gmail.com
  • portatevi sempre un sacco letto, non si sa mai.
  • gli indonesiani dei circuiti turistici sono veramente insistenti. Se ci sono quindici persone sedute vicine a bordo strada che ti vogliono proporre un viaggio in taxi, tutte e quindici ti chiederanno se vuoi un taxi, nonostante si dica di no al primo.
    Parlando con altri turisti incontrati nel viaggio e più abituati di me al sud-est asiatico, quello che ne è venuto fuori è che più che in altri paesi, qui provino sempre e in ogni modo a intortare il turista.
  • se fate escursioni notturne per l’alba, la lampada frontale è comoda (quasi essenziale).a KL consiglio di soggiornare nel centro città, i mezzi sono pratici (e i goKL sono anche gratuiti) e il costo è accettabilissimo.

USA vol.1 – per la categoria “Miglior città”…

Quando qualche settimana fa ho pensato di raccontare viaggi passati, l’ho fatto pensando agli Stati Uniti d’America. Un evergreen, che non passerà mai di moda.

Di viaggi negli USA ne ho fatti 5, grossomodo un mese a girovagare per ogni viaggio. Devo contare gli Stati in cui sono stata? Mmm…arrotondiamo per difetto a una trentina. In alcuni mi sono fermata, altri li ho solo attraversati (e per alcuni è più che sufficiente, eheh).

Fare un racconto unico sarebbe lungo e noioso e mi ci perderei pure io…quindi…dividerò tutto in “categorie”, un po’ come si fa per gli Oscar. Una top-quanti-ne-ho-voglia di posti, colorata dai miei ricordi e dalle cose che mi sono rimaste nel cuore.
Il primo elenco lo dedicherò alle città.

…Per la categoria “Miglior città”…

usa

1- Chicago, indiscutibilmente la mia città preferita. Mi direte che d’inverno si gela. Pazienza, io l’ho vista in estate ed è stato subito amore. Ogni palazzo ha un suo perché, dal bar in cima al John Hancock Center ci si gode tuttà la città, pasteggiando e bevendo. Il lago sembra un mare, il fiume “ripulito” ad hoc, il Millennium Park.

2- Seattle: il “Needle” (su, fanciulle, non fate finta di non vedere Grey’s Anatomy, questo edificio lo si vede in ogni ripresa della città) e soprattutto il suo Pike Place Market. Queste sono le fotografie che ho nella mia mente di questa città

3- Washington. La Capitale, forse non ci sarebbe altro da aggiungere. E’ una città completamente diversa dalle altre, i palazzi sono “bassi”, la Casa Bianca è imponente. Il Washington Monument, il Lincoln Memorial, il Vietnam Veterans Memorial, l’Arlington National Cemetery…insomma…la storia degli USA è lì. Il National Air and Space Museum, per me, una chicca.

4- Philadelphia, Philly per gli amici. Forse una delle prove delle capacità degli americani a far di un “nulla” un capolavoro. Sinceramente, non c’è molto da vedere, ma lì c’è la Liberty Bell, la campana simbolo della rivoluzione americana e della dichiarazione di indipendenza del 1776. E’ una campana, niente più, ma per vederla farete una luuuunga fila.

5- Boston è per me una delle città più europee. Nonostante i suoi palazzi alti e imponenti, i sobborghi mi hanno ricordato un po’ l’Inghilterra. Non ha nulla di speciale, ma mi piace…sarà forse anche per il fascino del MIT e di Harvard. Il Museum of Science è assolutamente da vedere! Prima o poi ci tornerò, in autunno, per ammirarne i dintorni.

6- New York City, vado contro corrente, lo so, ma NYC non è la mia città. Che poi…tutti parlano di New York, ma spesso ci si riferisce a Manhattan, non alla città intera. Manhattan e dintorni sono da vedere almeno una volta nella vita, su questo sono d’accordo. Manhattan è maestosa. Gli edifici: spettacolari. I musei: straordinari. Central Park: una meraviglia in cui neanche senti il rumore del resto della città. I ponti: grandigrandissimi e belli. Addirittura le “strade” di questo quartiere sono conosciute in tutto il mondo. Ma…e qui per me casca l’asino…il ricordo più grande che ho della Grande Mela è che cammiando per le strade non vedi il cielo. E’ tutto “troppo”. Per vedere il cielo devi guardare in su, se guardi l’orizzonte vedi solo oggetti. E’ una città che mi opprime, io poi ci sono stata d’estate e l’odore (la puzza) che si sente per le strade è strano: smog, misto a hot dog, con l’aggiunta dei tombini fumanti; ti entra nelle narici e non se ne va. Un suggerimento: prendete il traghetto che va a Staten Island, è gratuito e potrete vedere (da lontano) Ellis Island e la Statua della Libertà, ma, soprattutto, arrivati a Staten Island non scendete e tornate indietro…potrete ammirare lo skyline di New York in maniera superlativa!

7- Salt Lake City. Penso a questa città e sorrido. Questa città è una follia, dovuta alla maggior religione presente lì e in tutto lo stato dello Utah: i mormoni (lungi da me dal fare propaganda religiosa, ma andatevi a leggere la storia e capirete che un po’ strani lo sono). C’è un tempio al centro della città: candido, pulito, in mezzo a un bel parco, peccato che è inaccessibile. Sì, non ci si può entrare, nenache se sei mormone. Le porte si aprono solo in casi eccezionali e solo con una raccomandazione speciale di non so che esponente della chiesa mormona. Lì di fianco un centro commerciale (uno dei “mall” che gli americani tanto amano), si entra ed è vuoto. Negozi di “abiti bianchi” si susseguono e poco altro. In città c’è silenzio, interrotto da cinguettii riprodotti meccanicamente per segnalare i semafori pedonali. L’atmosfera è bizzarra, non so come definirla. Certo di buono c’è che si vedono le montagne (non a caso ci han fatto pure delle Olimpiadi invernali) e, soprattutto, è vicina a Yellowstone.

8- Denver, mi piace, senza un particolare motivo. Sarà la vicinanza con le montagne di Aspen o il parco delle Rocky Montains, ma mi ha sempre fatto piacere atterrare lì e viverci qualche ora

9- San Francisco, la mia seconda città preferita. Pure qui il tempo non è un granché, ma anche questo la rende affascinante. Cosa sarebbe il Golden Gate senza quella nuvoletta sempre presente? Andateci e godetevi tutto: le strade che fanno su e giù, le “sette sorelle”, il Golden Gate, la gita a Sausalito, il cable car, Lombard Street, i leoni marini al Pier, il Japanese Tea Garden,…andate poi con il bus fino a Twin Peaks e ammirate il panorama dall’alto!

10- Los Angeles, una città grande come l’Umbria. C’è tutto quello che è il sogno ammmmericano: spiagge con i bagnini alla Baywatch, le palme, i grattacieli, le colline, Hollywood, la Getty Villa, strade lunghe decine e decine di chilometri,… E’ una città che per me non può veramente piacere, ma di cui almeno una parte piace…e se uno mi dovesse chiedere la prima immagine che hai di LA qual è, risponderei senza dubbio l’autostrada a sei corsie (per senso di marcia) e svincoli a quattro piani.

11- San Diego, tenerina e bellina. Spesso la si vede dopo la gigantesca Los Angeles e quindi il suo lungo mare sembra una bomboniera.

12- Houston. Ne ricordo lo skyline pulito (aiutato forse dalla splendida giornata) e ovunque la stella del Texas

13- El Paso non sarebbe da annoverare tra le grandi città, ma ha una cosa a suo modo unica. Sul confine, ti giri, ci sono gli USA, ti rigiri c’è Juarez, il Messico, quello che ha gli USA lì a un passo e vive per cercare di diventare clandestino negli States. La differenza è tangibile e di notte sembra incredibile.

14- San Antonio, la vicinanza con il Messico la si sente anche qui, ma soprattutto per la sua storia e i suoi edifici. Alamo è “la” missione per eccellenza e il Paseo del Rio merita sia una passeggiata, sia un giretto sul battello.

15- Tucson, c’è poco da scrivere se non che lì, vicino vicino, c’è il Saguaro National Park

16- Portland, un’altra città europea. Qui mi ci trasferirei domani. Mi ha conquistata, anche lei senza un particolare motivo. L’ho trovata vivibile, calda, con quei monti in lontananza che mi piacciono sempre tanto. La sue piazzette con le begonie davano quell’accoglienza speciale e attenta, non facile da trovare nelle grandi città degli States.

17- Honolulu, se si va alle Hawaii non si può non passare da qui. Se durante il resto del viaggio alle Hawaii ci si può quasi dimenticare di essere negli USA, qui, tornano prepotentemente alla ribalta: stradone e grattacieli. Sono quasi simpatici, a due passi dal mare tropicale! Detto ciò se andate fino alle Hawaii, vi prego, non fermatevi solo ad Honolulu! Pearl Harbor è uno degli emblemi degli USA, lugo di importanza storica, che ha segnato la recente storia mondiale in maniera significativa. Concretamente c’è poco da vedere, ma è il modo in cui espongono il tutto che esalta il capitalismo americano. Il numero di turisti giapponesi sulle isole è elevatissimo, gli americani quindi presentano tutta la sede visitabile di Pearl Harbor lodando e incensando le bravure militari nipponiche. I giapponesi ne sono contenti e spendono 20$ per andare a leggere tutti i nomi dei morti durante l’attacco, presso l’Arizona Memorial. Poco senso logico, forse cinismo puro, ma…paga (figurativamente parlando e non).

18- Miami, posso dirlo? me lo concedete? è un’orrendezza! Con i suoi grattacieli a ridosso del mare, Miami beach ha il fascino della spiaggia e dei palazzi un po’ retrò, ma per il resto non c’è nulla di speciale, in più, visitandola in agosto, il caldo prende il sopravvento. Temperature elevate e umidità alle stelle, combo (non)perfetta. Certo nel mare ci si può fare il bagno (a Los Angeles si può, ma le onde sono sicuramente più imponenti), con l’unica accortezza che stiamo parlando di oceano, non di mare Adriatico

19- New Orleans, la premessa è che io l’ho vista post uragano Katrina, ma…è una città strana, con il fulcro nel “quartiere francese”. La stranezza non la fa l’architettura, ma l’atmosfera. E’ forse l’unica città degli Stati Uniti in cui per me era palpabile la paura, la possibile violenza. Tutto poi ora ruota intorno al disastro di Katrina, appena ci si sposta dal centro, ci sono distese di campi santi e i segni sulle abitazioni sono ancora ben visibili per scelta, un po’ per lo stesso cinismo-capitalista descritto prima per Pearl Harbor, un po’ “per non dimenticare”. Detto ciò quella città non aveva scampo: il mare da una parte, il Mississippi dall’altra e il lago Pontchartrain dall’altra ancora, non poteva che essere sommersa dall’acqua.

20- Orlando. A parte i parchi a tema per ogni età (vi assicuro che in alcuni l’età media è da geriatria e imperversano slot machine e tavoli per giocare a carte), per me è la città del Kennedy Space Center di Cape Canaveral. Un’emozione, anche qui, senza età. Bambini affascinati dalle navicelle, adolescenti con il sogno dei film spaziali, adulti che hanno vissuto lo sbarco sulla luna. Ce n’è per tutti i gusti, per tutte le emozioni, per tutti gli occhi.

21- Las Vegas, che città! Dispersa nel deserto, tutto ruota intorno allo “Strip”, la strada principale con gli hotel immensi, che ora si sono ampliati anche negli isolati vicini. I sobborghi sono quartieri dormitorio per chi lavora negli hotel e poi, il nulla. Questa città è un immenso parco giochi, peccato che ci sia gente che si rovina a furia di giocar d’azzardo. Il rapporto qualità/prezzo degli hotel è ridicolo…suite con marmi e vasche idromassaggio per 70$ a notte (i prezzi però salgono nei weekend), tanto, i ricavi arrivano dai casinò, grandi come campi da calcio. Ce n’é per ogni gusto: Venezia, Roma, Parigi, Egitto, Bellagio, cavalieri medievali, New York, leoni dell’MGM, pirati…chi più ne ha, più ne metta, nel vero e proprio senso della parola. Penso che il numero medio di camere per ogni hotel si aggiri intorno a 2500. La luce nei casinò non varia mai, così che non ci si renda conto del tempo che passa. La temperatura è da polaretto, per cui portatevi una felpina (che toglierete appena fuori, visto che di norma ci sono 40°C), il rischio cagarella è elevato. Non sognatevi di usare troppo la macchina, ma ricordatevi che Las Vegas è una delle poche città in cui il parcheggio negli hotel è gratuito (e vi lascio immaginare la grandezza dei parcheggi, ma tranquilli, ci sono i “valet” che parcheggiano per voi e vi riportano la macchina quando l’avrete bisogno). Cosa dire..a me non piace troppo, ma una volta nella vita va vista!

L’elenco in pillole è terminato! Adesso, per chi è arrivato fino in fondo ed è curioso, non resta altro che prendere la cartina degli Stati Uniti e vedere un po’ da quale città partire.
Prometto che seguira un racconto sui Grandi Parchi (altra meta imprescindibile per chi viaggia negli USA) e poi vi darò gli itinerari dei miei viaggi, non si sa mai che possiate prendere spunto…per ora però vi faccio aspettare!

Cuba: schioccavi le dita e tornavi indietro di 50 anni.

Qualche settimana fa la storia di un’isola è cambiata radicalmente. Era il 17 dicembre 2014.
Per venerdì è annunciato un altro piccolo passo verso questo cambiamento.
Non so cosa ne sarà di lei, ma credo che sia questo il momento giusto per dedicare a lei un altro racconto sull’onda dei ricordi.

Di chi sto parlando? Di Cuba. Un’isola che era un mondo a sé, da 60 anni a questa parte. A dicembre è stato annunciato il disgelo tra USA e Cuba. Il futuro cambierà, nessuno sa come.

Non mi dilungherò su opinioni politiche e nulla di questo racconto vorrà essere un giudizio. Solo, magari, permetterà di pensare.

In tempi non sospetti, quando qualcuno mi chiedeva se fossi mai stata a Cuba e se sì cosa ne pensassi, la mia risposta era sempre la stessa “Sì ed è un’isola molto particolare. E’ uno di quei posti (per me ad oggi l’unico) in cui anche se vai in un villaggio turistico, ti rendi conto che “c’è qualcosa di strano”. Se poi esci dal confine del villaggio e riesci a viverla per davvero, beh, ti rendi conto di quanto sia veramente fuori dal mondo. Non so cosa succederà quando l’embargo verrà tolto, ma se ci devi andare…se vuoi toglierti la curiosità…vacci ora.”

Cosa intendo? Io a Cuba ci sono stata due volte. La prima in vacanza vera e propria. Tour organizzato dell’isola e settimana di relax al mare. La seconda vivendo in una casa cubana, per quasi un mese. Ora vi racconerò le mie impressioni e i miei ricordi.
Partiamo dall’esperienza più turistica. Era l’inizio del nuovo millennio, il 2003 Con i miei genitori e un’amica decidiamo di fare questo viaggio alla scoperta dell’isola caraibica più famosa al mondo.
Prendiamo il nostro aereo e atterriamo a Camaguey, nel centro dell’isola. I controlli di polizia in uscita dall’aeroporto sono pignoli come non mai.
Una valigia di una famiglia con bambini aveva all’interno cibi liofilizzati per neonati: viene controllata a fondo.
Un ragazzo, animatore di un villaggio, aveva con sé magliette e cappellini per lo staff: ogni singolo indumento viene aperto.
Nella valigia di mio padre viene intravisto qualcosa di sospetto: aveva i sigari toscani al seguito (sì, nella patria dei sigari cubani, mio padre si portò dietro i suoi amati sigari italiani). La polizia quasi non credeva alle proprie orecchie, ma alla fine fece passare la merce.

Arriviamo nel “Grand Hotel” della città e siamo praticamente negli anni ’30. L’ascensore funziona a mano. Una persona regola la partenza e l’arresto ai piani. Ti strofini gli occhi e non ci credi.

I giorni a seguire proseguono su un pullman, da Camaguey verso est: Sancti Spiriuts, Santa Clara e il mausoleo a Che Guevara, Cienfuegos e i suoi edifici neoclassici. Fino ad arrivare a l’Havana (di questa parlerò in seguito). Un volo interno e si arriva a Santiago de Cuba. Il nostro viaggio cade nel cinquantennale della rivoluzione e gli animi sono caldi. Nel 1953 il regime di Batista viene rovesciato e ha inizio il regime di Fidel Castro.

Durante tutto il tour la nostra guida ci parla degli usi e costumi del Paese. Ci spiega come vengono gestite le due monete (CUC e peso cubano). Ci spiega cosa viene garantito dallo Stato: un pasto al giorno, l’istruzione, la sanità… Ci dice quanto guadagna al mese un direttore di una banca (13$) e ci racconta come chi fa il suo lavoro non può farlo più di una volta ogni due mesi, altrimenti guadagnerebbe troppo dalle mance. Ci mette in guardia riguardo agli acquisti da fare: le opere d’arte (di qualsiasi valore) abbiano il timbro del Ministero della Cultura e i sigari siano confezionati in scatole con il bollo dello Stato. Tramanda i racconti del padre riguardanti la rivoluzione e cerca di trasmettere i suoi sentimenti a noi, turisti europei. Non parla mai degli USA. Ci dice solo che la Coca-Cola arriva dal Messico e il petrolio lo si importa dal Venezuela in cambio di medici (i medici cubani sono i migliori del Centro-America).

E’ l’ultimo giorno del nostro tour, prima di arrivare al villaggio. Vediamo un po’ come un miraggio il nostro arrivo. Il tour è stato affascinante, ma stancante. Mancheranno meno di due ore di viaggio e…il pullman fora uno pneumatico. E’ quello posteriore, sulla destra. Tutti giù dal pullman, restiamo attoniti e ci rendiamo conto che le strade sono tutte a “dorso d’asino”: il crick in dotazione sembra quello per una Fiat Punto, è troppo piccolo, non solleverà mai tutto il peso del pullman fino all’altezza necessaria per permettere il cambio della ruota. C’è un sole asfissiante e non un albero. Gente che comincia a camminare per cercare nei dintorni pietre o legni per far spessore. I minuti passano, diventano ore e noi sempre lì. Finalmente passa un camion. Uno dei “loro” camion. I camion da loro sono mezzi pubblici, gente nel cassone e via, con l’aria nei capelli. L’autista si ferma. Ci presta il suo crick (fortuna ne aveva uno decente). Aiuta il nostro autista a cambiare la ruota. Finalmente si riparte. Anche questa è Cuba.

Arriviamo al villaggio e devo ammettere che il mare era bello, ma non lo ricordo come un qualcosa di eccezionale. Non eravamo in nessun “Cayo” e non abbiamo assaporato le spiagge caraibiche. Non è importante, ci rilassiamo comunque, ma…come dicevo all’inizio…c’è qualcosa di strano. Se si va in un villaggio turistico, anche se ci si trova in un paese “povero”, si ha l’impressione che ci sia tutto a disposizione. Cibo, bevande, alcool a volontà. I villaggi turistici offrono tutto, puntando sulla bellezza dei luoghi e snaturandola (alcune volte in malo modo) dal contesto. A Cuba no. Ci ragioni e pensi “eh sì, l’embargo non lo puoi nascondere”.

La vacanza finisce e arriviamo in aeroporto. Se i controlli in entrata sono pignoli, in uscita sono qualcosa di mai visto. Chiunque avesse qualcosa di “irregolare” lo ha dovuto lasciar giù. Chi aveva nascosto piccoli quadri senza timbro all’interno dei vestiti, è stato costrello ad abbandonarli. I sigari, non ne parliamo. Ogni scatola viene controllata e aperta. Il servizio di sicurezza ha sempre un militare con il mitra al suo fianco.

Ci imbarchiamo, decolliamo e in meno di 10h abbandoniamo gli anni ’50 per atterrare nuovamente negli anni 2000.

Passano gli anni, 4 per la precisione, è il 2007 e mi ritrovo un altro biglietto per Cuba in mano. Ci vado con il fidanzatino di allora, a trovare suo padre, che da tempo vive a L’Havana. Ci sto quasi un mese. Vivo in questa casa cubana, ma con qualche particolarità.
Il padre del mio ragazzo convive con una signora cubana e con la figlia adolescente di lei. Ci sono tre auto a disposizione, una connessione internet, due donne di serzio che si alternano giorno e sera. Ci sono poi le ore di ogni giorno e i racconti quasi surreali.

La presenza di un non-cubano permette la presenza di soldi. A Cuba se no, tutto è regoalto dallo Stato.
Se la macchina ha la targa cubana, per esempio, non è tua, è dello Stato. Se qualcuno per strada fa l’autostop, sei obbligato ad accoglierlo con te. Noi usavamo quella con la targa da turista, così da non aver problemi.
Le case sono tutte dello Stato. Altro che ICI, IMU o compagnia bella.
In casa è presente una dispensa con aria condizionata a manetta. Ci saran dentro 10kg di zucchero, 20kg di sale, conserve, pasta. Sì, perché se qui finisce qualcosa. Finisce. Punto. Prima di poterlo riavere di tempo ne passa. Una volta c’era l’URSS, ci racconta il nonno cubano: si avvisava per tempo e arrivava il mercantile via mare. Ora, non più.
Chiunque, continua il nonno, cerca di far soldi tramite il mercato nero (tessuti, pelli, rum…e ovviamente sigari), ma attenzione a non farlo notare troppo, altrimenti il vicino ti denuncia allo Stato.
Uscire dallo Stato, poi, non è possibile.
La scuola, che bellezza. Tutti hanno i libri, tutti possono studiare, tutti possono scegliere che liceo fare e che univeristà frequentare.
La sanità, non costa nulla e tutti ne hanno diritto.
Il cibo garantito per almeno un pasto al giorno. Arance, banane, riso “a volontà”.
Le conraddizioni si leggono sul volto di quest’uomo.

Visitiamo L’Havana. Sfruttiamo le dritte di chi lì ci vive e andiamo sul tetto dell’Hotel Saratoga per una splendida vista dall’ultimo piano, sorseggiando mojito. Passeggiamo per la città vecchia e osserviamo la gente del posto. Andiamo in Plaza de la Revolucion e guidiamo lungo il Malecón, come ogni turista che si rispetti. Il grande vantaggio, però, è il non avere fretta. Ci possiamo in qualche modo immedesimare nella gente del posto, che guida Chevrolet anni ’50, mangia “manì” (noccioline) ad ogni angolo della strada e fuma sigari.

Entriamo nei negozi, così, giusto per capire come può essere un negozio “Adidas” a Cuba o per vedere cosa è presente all’itnerno di un centro commerciale cubano. Per un occidentale la risposta è semplice. Desolazione. Sono vuoti. Sono pieni solo dei sorrisi (a volte, spesso, finti) della gente del posto.

Con tutta la famiglia facciamo anche una gita a Pinar del Rio: le distese di campi di tabacco a perdita d’occhio. L’odore impregnatne di foglie umide. A bordo strada, gente che vende qualsiasi cosa: formaggio, galline, sigari.

Prendiamo inifine l’auto e andiamo al mare, il mare de L’Havana. Non il più bello dell’isola, ma sufficiente a respirare un po’, furoi dai confini cittadini e familiari. Anche lì, le enormi differenze tra locali e turisti e la polizia sempre di guardia.

Ancora una volta i giorni cubani arrivano alla fine, dobbiamo imbarcarci. con nonchalance, per 20$, imbarchiamo il doppio dei sigari esportabili e siamo in business class.
Intanto che siamo in volo, rianalizzo le differenze tra i due viaggi. Sono passati solo pochi anni, ma Fidel ha lasciato sempre più potere al fratello Raul. Raul ha aperto alla Cina e la percezione della vita è completamente diversa da prima.

Oggi di anni ne sono passati altri 7 e il Presidente degli Stati Uniti d’Amerca ha riaperto il dialogo con Raul Castro. Non so cosa ne sarà di Cuba da oggi in poi. Se gli USA la trasformeranno e se Cuba riuscirà a mantenere la sua spina dorsale e la sua essenza. Chissà se per una volta si riuscirà a non vederetutto con il simbolo del dollaro negli occhi, così da custodire la storia. Miglirando il presente e il futuro, ma non dimenticando il passato.

Io sono contenta di averla vista prima. Non so se ci tornerò.

Correva l’estate del 2000. Sull’onda dei ricordi… Repubblica Dominicana e Sud Africa.

Siamo nel 2015, sono passati giusto 15 anni dal mio primo viaggio intercontinentale. Un’estate di viaggi con la V maiuscola. Leggendo un articolo su un blog (questo) mi sono tornati alla mente viaggi passati e mi son detta che qualcuno valeva la pena di essere raccontato.
Dopo tutto l’obiettivo di questo mio blog è raccontare i posti del mondo con i miei occhi e le mie emozioni, per far nascere curiosità a chi legge, ma anche per me e per chi con me ha vissuto quei luoghi e quei momenti. Non importa quindi se il viaggio che racconto è stato fatto ieri o tanto tempo fa.
Leggendo quell’articolo (questo) ho pensato ai miei viaggi negli States, ma alla fine ho deciso di cominciare questa sezione di viaggi “passati” dalla lontana estate del 2000. [le foto sono prese dal web, le mie le conservo in un cassetto in casa in Italia, non mi era possibile “digitalizzarle”]

Dopo tutta l’infanzia trascorsa in mari vicini, tra villaggi turistici del Mediterraneo, i miei genitori (insieme alla nostra famiglia di amici compagna di tante avventure) decidono che è arrivato il momento di spingerci più lontano: quest’anno si va in Repubblica Dominicana.

Si preparano le valigie, si arriva in aeroporto e io e Federica cominciamo a fantasticare sul lungo volo che ci avrebbe atteso. Siamo due ragazzine iperattive e la voglia di arrivare nei Caraibi ci fa emozionare.
Atterriamo a La Romana, dopo non so quante ore di viaggio. Il fuso orario ci stordisce, ma l’adrenalina è tanta. I nostri genitori faticano a tenerci, ma alla fine in un villaggio turistico si può tutto. Si è in un grande parco giochi e la sicurezza è pressoché garantita in ogni luogo. La piscina, il ristorante, il bar, i bungalow, ma…soprattutto…la spiaggia!
Quella spiaggia da cartolina, bianca, con palme ricurve, la barca con colori sbiaditi dalla salsedine sulla battigia. Tutti siamo estasiati.

I giorni sembrano volare.
Di quella vacanza ricordo qualche animatore e la cosa mi sorprende, sono passati 15 anni, ma è proprio vero che il nostro cervello funziona in maniera unica e a suo modo misteriosa.
Ricordo la visita al villaggio vicino, per sualutare Giacomo, un amico di gioventù dei miei genitori che da anni si era trasferito ai Caraibi e viveva lì, in un mo(n)do completamente diverso dal nostro.
Ricordo un’escursione speciale, all’isola di Saona. Se già eravamo entusiasti della spiaggia del villaggio, lì i nostri occhi ci fanno rimanere senza fiato. Bagni con le stelle marine in un mare che sembra una piscina
,
cocchi rotti al momento da cui gustare (si fa per dire, per me era ed è tutt’ora imbevibile) l’acqua del cocco, spiagge color avorio e silenziose. Incredibile.

Passano i giorni e la vacanza volge al termine, saremmo dovuti rientrare in Italia nel giro di qualche giorno. Vanna e Pinuccio ricevono una telefonata dall’altro loro figlio, Corrado, rimasto in Italia perché neodiciottenne e con tanta voglia di vacanze “in libertà”. Ha preso la broncopolmonite, è in ospedale, sta bene, ma, inosmma, non benissimo. Vanna e Pinuccio si arrabbiano un po’, tra una settimana sarebbero dovuti partire per un viaggio in Sud Africa e questa notizia proprio non ci voleva. Cercano di non pensarci troppo e arriva l’ultimo giorno della vacanza. Siamo in aeroporto e a Vanna e Pinuccio viene un’idea: chiedono ai miei genitori se io avessi potuto e voluto prendere il posto di Corrado. Siamo tutti titubanti, la proposta è fantasmagorica e un “sì” sull’onda dell’entusiasmo era d’obbligo, ma c’era qualche problema tecnico. primo fra tutti il fatto che io fossi ancora sul passaporto dei miei genitori e quindi avrei dovuto richiedere un passaporto d’urgenza, appena rientrata in Italia, in un caldo fine agosto.

Arriviamo in Italia, ci riprendiamo dal fuso e andiamo in questura per richiedere un passaporto urgente. In fila davanti a noi c’è gente che li chiede per viaggi che sarebbero cominciati da lì a 10gg…io aveo 2gg di margine…un po’ di panico ci assale! Invece, invece…credo che mia madre si ricordi quel giorno come fosse ora…è il nostro turno, spieghiamo il tutto, il carabiniere guarda l’orologio e ci dice “tra 4 ore è pronto”. Woooow, figata pazzesca! Il Sud Africa diventa realtà!

Via, si parte! Io e Federica siamo sempre emozionate dal lungo volo, questa volta poi si viaggia in Business Class e avevamo altre novità da scoprire. Atterriamo a Johannesburg e un altor volo ci attende, per raggiungere il Parco Kruger e fare un safari di 3gg immersi nella natura africana.

Io e Federica ridiamo per il mini aeroplanino. Ridiamo per l’aeroporto in cui atterriamo. Ridiamo piene di euforia del viaggio. Arriviamo in questo posto favoloso. Le nostre case sono completamente immerse nella savana.
I safari ci dicono che si fanno al mattino prestissimo e dopo il tramonto. Veniamo svegliati personalmente ogni notte, verso le 3.30 per fare colazione e metterci in viaggio sulla jeep. Conosciamo i nostri compagni di viaggio (erano 3, ma il ricordo più nitido è quello di un ragazzo appassionato di ornitologia), il nostro autista e la “guida” che poi non è altro che una persona con fucile sempre in mano, pronto a sparare in caso di pericolo.

Non riesco a descrivere l’emozione che ancora oggi è dentro di me se ripenso a quei giorni. Io e la mia macchinina fotografica. Io e la coperta per ripararci dal freddo. Io, Federica, Vanna e Pinuccio a sorridere quando vedavamo giraffe, impala, zebre, ghepardi, rinoceronti, ippopotami, elefanti. Io e loro, amici di sempre, che mi hanno regalato un viaggio così speciale. Io e il mio 15esimo compleanno, festeggiato là, con una festa a sorpresa, un ballo locale, una torta cioccolatosa.
Se chiudo gli occhi ricordo ancora il suono delle risate con Federica.

I giorni nella savana finisco, ma non le sorprese. Ci dirigiamo a Cape Town di cui ho ricordi in generale poco nitidi, ma con due immagini nella mente che mai scorderò:
– i pinguini. Sì, la gioia nel vedere i pinguini e pensare che fino al giorno prima vedevo leoni.
– il Capo di Buona Speranza e Cape Point. Lo spettacolo degli Oceani che si incontrano. 

Dopo Cape Town è la volta di Johannesburg. Anche in questo caso ho solo fotografie istantanee della città. Ci sono però due sensazioni che ricordo come se fosse oggi. Due sensazioni completamente contrastanti:
– le risate soffocate mie e di Federica ada andare in giro sul pullmino della signora Ida, la nostra guida italiana in città.
– il clima di pericolosoità che si respirava ovunque e da cui chiunque ti metteva all’erta.

Giunse poi il momento di rientrare in Italia. In quell’estate passai più di 30h sugli aerei. Vidi tanti aeroporti. Mi sentii grande, anche se avevo solo 15 anni.
“Il ricordo delle cose passate non è necessariamente il ricordo di come siano state veramente”. Proust diceva così e forse aveva ragione. Lui al tempo che passa, alla memoria e ai ricordi ci ha dedicato un lungo libro. Io…mi godo i ricordi, forse ocn un briciolo di malinconia, ma con soprattutto una grande felicità nel cuore.

Tour (de force) tra birre e abbazie.

Diciamocelo, non tutti i viaggi escono alla perfezione, ma…anche quelli mal riusciti nascondono qualcosa di bellino e permettono di imparare.

L’idea era approfittare del fatto di essere vicino a Bruxelles per questioni di lavoro e rientrare in Lussemburgo facendomi il weekend in giro per il Belgio a degustare birre.
Ora…sarà che ero stanca, sarà che non ero nella situazione giusta per fare un viaggio in solitaria (perché, diciamocelo, a me piace viaggiare da sola, ma bisogna essere in qualche modo “pronti”), fatto sta che è stato un viagigo in cui è mancato qualcosa. Sembra paradossale, ma è un viaggio in cui è richiesta un sacco di organizzazione pre-partenza.

Prendete questo link http://www.belgianbeerroutes.com/en/home/ e vi renderete conto di quante birrerie sono presenti in Belgio. Aggiungetene un 10% per quelle non segnalate e capite che già la scelta del giro da fare non è dei più semplici. Io avevo il vantaggio di sapere da dove partivo e spare dove sarei dovuta arrivare.
Il primo problema però è che in questo caso il digitale non aiuta molto, è da farsi venire il mal di mare ad aprire ogni piccola iconcina. Io avevo una mappa cartacea (datami dalla mia zia-non-zia Marina) che pensavo avrebbe risolto i miei problemi. Era del 2012, ma…suvvia…sono solo due anni. Ecco, non avrei dovuto pensarlo. L’unico modo per provare a far uscire bene questo “tour” è, cartina alla mano e itinerqrio più o meno deciso, chiamare ogni singola brasserie e capire quale di queste sia aperta e quale no. In più, bisogna considerare che le strade del Belgio non sono grandissime e spesso il limite non supera i 90 km/h. Ma…cominciamo… 

Venerdì finisco di lavorare e me ne vado a Leuven. Ci metto un pochino a parcheggiare e a trovare come raggiungere l’hotel (Mille Colonnes, un dignitosissimo 1 stella, con una colazione spaziale!) e poi decido di andare in giro per la bella cittadina belga. Mi mangio un tipico tacos (scherzi a parte, era molto buono) e poi volevo andare a bermi una birra nella birreria di casa “Domus”.
Il problema era che era ora di cena, per cui accettavano solo persone che mangiavano. Desisto (e in ogni caso non avrei avuto voglia di mangiare lì, avevo mangiato come un piccolo cammello nei giorni precedenti) e vago per la città. Arrivo in hotel giusto in tempo, prima di una grandinata.

Il mattino dopo faccio una colazione ipercalorica, non sapendo quanto e cosa avrei mangiato per pranzo. In più, mi fermo in un supermercato per prendere dei Tuc e dell’acqua, non si sa mmmmmai. Servono sempre per asciugare e diluire.
La prima tappa sarebbe stata Hoegaarden. Controllo il sito internet e ho la conferma che fanno tour guidati a partire dalle 10. Arrivo davanti alla birreria e attendo le 10.20. Entro, chiedo informazioni a un giovane cameriere e la risposta è “eeeeh…no…ci sono dei lavori dentro al museo per cui né il museo, né la parte di produzione della birra sono visitabili”.
Prima delusione, mista a incavolatura. Cosa costa scriverlo su internet?!
Mi rimetto in auto e cerco una meta alternativa, devo arrivare all’ora di pranzo, poiché alle 14 sarebbe iniziata una festa della birra ad Archennes. Trovo sulla mappa la Bink, i chilometri sono fattibili, per cui imposto il navigatore.
Arrivo lì e finalmente respiro un ambiente non troppo industriale. Chiunque lavori nella parte dedicata al pubblico, sembra farlo come volontario. Sono tutte persone over60 che tra una birra portata al tavolo e un’altra, si scolano birrettine piccole. …e siamo solo alle 11.30 del mattino.

bink

Purtroppo la brasserie non è visitabile, se non previo appuntamento e per larghi gruppi. Bevo quindi la mia Bloesem Bink, la birra estiva di questa birreria e leggo un po’ del mio libro, per ingannare l’attesa.

Imposto il gps e metto come destinazione Archennes. Tra un’acquazzone e un Tuc, arrivo a destinazione e la pioggia finisce. Sono le 14.30, ma della festa nemmeno l’ombra. Ci sono giusto i gazebo, pronti, ma nessuna persona presente. Aspetto un pochino, mi faccio un giro, respiro un po’ di aria fresca, compero una zucca da una bancarella “direttamente dal produttore”. Torno al punto della festa e c’è ancora il deserto. Ci rinuncio. Mi rimetto a cercare sulla mappa un’altra destinazione.
Imposto e via, si riparte.

Vicino alla destinazione, che non trovo (e chi mi conosce ha un’idea di quanto io potessi essere nervosa), si apre di fronte a me l’indicazione di “Abbaye d’Aulne” con vicino la parolina magica “Bière”. Vado lì, deciso.
Ordino la birretta (bionda, stiamo leggeri) e mi metto sulla terrazza a godermi il timido sole e un po’ di musica. Sorseggio pensando al nulla. Ogni tanto ci vuole.

Mi rimetto in auto e la prossima destinazione è Chimay. Qui so già che l’abbazia è visitabile, ma la brasserie no. Per cui, nessuna aspettativa. Mi fermo al Chimay Shop, bevo un birra e mangio un toast (benedettii Tuc, ma un paninino come aperò ci voleva).
Vado a visitare l’abbazia. Pulita, semplice, bianca. Entro e stanno per iniziare i Vespri. Mi aggrego alla preghiera per una ventina di minuti, poi si stava facendo tardi e sono costretta ad uscire da quest’atmosfera fuori dal tempo.

abbaye

Pensavo di essere più vicino alla mia destinazione finale, invece, una bella oretta e mezza di viaggio. Finalmente arrivo a Jemelle, vicino a Rochefort.

Davanti alla porta della chambre d’hotes, suono la campana per annunciare la mia presenza. Mi apre la signora Malou, una sorridente signora di almeno 75 anni. Che speldonre, che accoglienza. Mi fa vedere la stanza, mi chiede cosa voglio per colazione (pubblicizzando le sue marmellate), mi fa vedere il suo libro dei peniseri del mattino e quello dei fiori del giardino. Mi suggerisce di tornare a Rochefort per cenare. Io ascolto il suggerimento, ma alla fine non ceno. Passeggio per Rochefort e nessun ristorante mi convince appieno, in più, c’è un qualcosa di strano…inizialmente non ci faccio caso, ma, a poco a poco, mi rendo conto che in tutto il centro della cittadina c’è la musica in stereofonia.
Rientro nella stanza, mi preparo un tè e guardo un film.

Al mattino mi sveglio presto, sono l’unica ospite della piccola casetta. Malou mi ha preparato una bella tavola con le sue marmellate in bella vista, caffè, succo d’arancia, formaggi, uovo alla coque (pazienza se era sodo, la gentilezza vince su una cottura sbagliata), pani differenti. Mi rimpinzo per bene, chiacchierando piacevolmente con la signora. Poi…è ora di rimettersi in strada.
Vado a vedere l’abbazia di Rochfort (anche qui so che la brasserie non è visitabile). Un monaco in biciletta mi attraversa la strada e entro nella chiesa, tutta per me. Silenzio, candore. Mi dedico ai miei pensieri e poi torno verso l’auto.

La prossima destinazione è Achouffe. Arrivo con un po’ di anticipo rispetto all’inizio del tour della birreria (finalmente! Alemno uno!), ma non me ne preoccupo. Un timido sole mi fa compagnia, mi sdraio su una panchina, cuffie, libro. What’else?
Arriva il momento della visita guidata, di fianco a me un omone gigante mi chiede informazioni al riguardo. Arriva da Colorado Springs e si chiama Marc (lo scoprirò dopo). Iniziamo il tour, la signora ci spiega tutti (o quasi) i segreti de La Chouffe, la buona birra belga con i simpatici gnometti sull’etichetta.

levure

Dopo 45minuti di racconti, arriva il momento della degustazione. Prima uno, poi due, poi tre, infine l’ultimo bicchiere. Il tutto rigorosamente a stomaco vuoto (!). Mi gusto insieme a Marc le birre, chiacchierando con lui e con altri due giovani ragazzotti del Belgio.
Ci salutiamo, salutiamo Achouffe, la sua birra e i suoi gnometti. Ognuno prende strade diverse, la mia è diretta a Ebly.
Secondo la mappa e secondo il sito internet dovrebbe esserci una birreria la cui particolarità sta nel nome e a sua volta nel bicchiere nel quale viene servita: la Corne du bois des Pendus. Ecco, cercate il sito internet e vedrete la stessa cosa che ho visto io, considerando che della brasserie non ho visto nemmeno l’insegna. Uff.
Proseguo per Orval, altra abbazia, altra birra, altra birreria non visitabile. In realtà qui faccio giusto un giro del cortile dell’abbazia, ma non degusto nemmeno la birra. La conosco e ho in corpo ancora la birra del mattino. Sono a posto così

Il giro per il Belgio è finito, la prossima tappa è la mia casetta lussemburghese. Sognerei una porzione di patatine fritte, ma sembra che la domenica qualsiasi friterie del Belgio sia chiusa. Tant pis.
Arrivo a casa prima del previsto e accetto l’offerta delle mie amiche Sara e Silvia per raggiungerle alla fiera della città…ma…questa è un altra storia, o meglio, è la mia vita qui, niente a che vedere con i viaggi, piccoli o grandi che siano e quindi con i racconti di questo blog.

  

Quanto sono corti i letti nel Nord-Pas de Calais?!

E’ il weekend di Ferragosto. Quest’anno l’estate non è stata benevola con l’Italia, ma per gli italiani il Ferragosto si associa sempre a anguria, spaiggia, mare, vacanzaaaa.
Io, italiana nel mio piccolo Lussemburgo, sono senza ferie e quindi questo weekend casca a fagiolo! 3 giorni pieni di non-far-niente (o quasi).
Come sempre prima di scegliere seleziono i dintorni. GoogleMaps alla mano guardo un po’ a est, ma Berlino è troppo lontana; un po’ a sud, ma alla fine a sud ci si va quando si rientra in Italia e quindi è quasi sempre a disposizione; un po’ a ovest, ma gli amici pargini sono in vacanza altrove. Rimane il nord…mmm…e se andassi nel Nord-Pas de Calais?!
E’ una regione un po’ bistrattata da tutti i francesi e vai a capire perché…vabbuò, non è che racchiuda chissà quali posti da rimanere senza fiato, ma non è poi così male (naturalisticamente parlando). In ogni modo, decido di andare tra gli Ch’tis, così si chiamano gli abitanti di questa regione. Magari avete visto il film “Benvenuti al Sud”, con Claudio Bisio. Ecco, quello si rifà a “Bienvenue chez le Ch’tis”, in italiano tradotto “Benvenuti al Nord”. Paragoni e luoghi comuni alla mano, potete quindi ben capire che idea hanno i francesi di quella regione, eheh.

Decido di andare e decido l’itinerario, prenoto gli alloggi e…poi parlo con Marco, un amico italiano conosciuto qui in Lussemburgo. Una persona con cui c’è feeling e con cui mi sento di poter passare qualche giorno, io, animo da viaggiatrice solitaria da qualche anno a questa parte. Lo convinco senza troppe difficoltà, proponendogli anche di andare là per provare lo char-à-voile (cos’è lo scoprirete tra qualche riga). Un compagno di viaggio eccellente: oltre a non aver obbiettato nulla riguardo all’itinerario, si è pure offerto di guidare. Cosa avrei potuto voler di più?

Partiamo il giovedì sera, post lavoro. 300km abbondanti, fino a Turcoing, vicino a Lille. Chiacchieriamo, ascoltiamo musica, ci dedichiamo un pochino alle cose che ci avrebbero aspettato il giorno dopo. Arriviamo a Turcoing verso le 21.45. Saliamo in camera, lasciamo giù zaino e borsone e decidiamo di andare a Roubaix per mangiare qualcosa.
Pizzeria. Chiuso.
Kebab. Chiuso.
Brasserie. Chiuso.
Bene…non c’è un’anima in giro, se non quelle che mia nonna definirebbe “persone poco raccomandabili”. Troviamo a caso il centro, lasciamo l’auto e passeggiamo in questa cittadina (conosciuta da me solo per l’arrivo della celebre corsa ciclistica Parigi-Roubaix e forse è pure l’unica cosa che la rende famosa) in un silezio quasi tombale. Davanti a noi, un’insegna rossa: Quik, il McDonald’s belga. E’ aperto, non possiamo lasciarcelo sfuggire. Entriamo, ordiniamo e ci dicono che abbiamo 15 minuti per mangiare, perché poi avrebbe chiuso. Oh mizzega. Appena in tempo.
Mangiamo e torniamo in albergo. Lavatina di denti, pigiamino e sotto le coperte. Ehm…ma il letto è corto! Lo nota prima Marco, poi io. Ci ridiamo un po’ su, considerando che non siamo due giganti.

Il giorno dopo andiamo a Lille, la capitale del Nord. Il deserto pure lì. Io cerco di giustificare la cosa “è il 15 agosto, è presto”; non riesco a convincere troppo l’ing. Marco. Scherzi a parte, la città è veramente desolata. A un certo punto ci sorprende pure la pioggia e quindi decidiamo di entrare in una panetteria per far colazione.
Aspettiamo che spiova, rifacciamo un giretto nel centro: Il sole timidamente comincia a uscire e comincia anche ad esesrci qualcuno per le strade e le piazze. Woooow. Qualche foto e ritorniamo alla macchina.
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Direzione: Calais.
“Questo nome mi dice qualcosa” mi dice Marco. Io, guida alla mano, comincio a leggere. Secondo la guida è il secondo porto mondiale. Ora, né io, né Marco siamo grandi conoscitori degli scambi-merci navali, ma…o erano tutti in sciopero, o non ci è parso di vedere chissà quale via vai (1 nave mercantile e stop) e poi, conti alla mano, c’è sicuramente Rotterdam e…in tutta la Cina ci volete dire che non c’è un porto più grande di quello di Calais?! Insomma, questa cosa non ci convince. Di sicuro però si respira aria di mare.
Parcheggiamo e ci dirigiamo verso il centro e verso il porto. Il sole ci tiene compagnia, passeggiamo, scattiamo qualche foto. Io leggo la guida e scopriamo le curiosità dei vari edifici. Arriviamo al porto, vorremmo mangiare lì, ma i locali non ci attirano particolarmente. Ciò che propongono sono cozze, patatine, cozze, pesce non meglio identificato, patatine, cozze, patatine, cozze,…
Optiamo per due insalatone in una piazza lì vicino e poi ci rimettiamo in auto. Ci aspetta la costa che va da Calais a Boulogne-sur-Mer.

20km di strada tra la campagna, il mare lì di fianco che si fa largo tra i campi e le poche case. Arriviamo a Cap Blanc Nez.
Orde di turisti, macchine parcheggiate in ogni dove. Una camminata di meno di 100m e si arriva a picco sul mare. In lontananza si scorgono le scogliere di Dover, ah sì, ecco…dimenticavo, da Calais parte il tunnel sotto la Manica! Effettivamente l’Inghilterra è proprio lì. A leggere la guida ci saremmo dovuti trovare una scogliera di falesia bianca a picco sul mare. Ora, non che non ci sia, ma non è che la si veda proprio da vicino. Noi ci aspettavamo di poter andarci moooolto più vicino, in realtà si vede da lontanoooo. In ogni caso, approfittiamo lo stesso della vista e decidiamo insieme che altre fermate fare.
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Sempre affidandoci alla guida (quella, avevamo) ci fermiamo in un altro paesello: Wissant. La descrizione parlava di spiaggie da lasciare senza fiato. Ora, anche qui, ma che spiaggie ha visto chi ha scritto questa guida?! Non ci facciamo comunque prendere dalla delusione e quindi ci godiamo la passeggiata e una gauffre in riva agli scogli (dopo aver trovato un parcheggio con una botta di cu…ehm…fortuna pazzesca).

La prossima fermata è Cap Griz Nez. Qui la costa cambia orientazione: da una parte il mare senza il sole davanti a noi e con l’Inghilterra in lontananza, dall’altra il sole che in qualche ora sarebbe sprofondato nell’orizzonte per il suo tramonto quotidiano.

Qualche passeggiata per ammirare meglio la costa (e per invidiare la Signora che abita proprio lì, vista oceano, come nei migliori romanzi) e torniamo in auto per raggiungere il paese che ci avrebbe ospitato per la notte, Hucqueliers. Arrivo comunicato alla struttura: 20h.
Curva a destra, curva a sinistra, chiacchieriamo piacevolmente orientandoci senza gps ma con la sola piantina della guida e qualche stampata di GoogleMaps preparata da casa. Siamo a meno di 5km dalla struttura, ore 19.45, mi suona il telefono. “Madame Biffi?”…praticamente il signore voleva assicurarsi che stessimo per arrivare e una volta che io ho dato la nostra posizione, ci dice che in meno di 4 minuti saremmo arrivati. Sorridiamo per la precisione del tizio e alla fine arriviamo in questo posto tanto strano quanto bellino per rilassarsi.
E’ una villona e noi abbiamo un monolocale su due piani. Il signore (con delle briciole di pane sulla camicia…si vede che gli abbiamo interrotto la cena, eheh) ci fa fare il tour della struttura: sala della colazione, sala da lettura con camino, sala wifi, giardino, parcheggio, nostra stanza. Ci dice che l’indomani avremmo conosciuto la moglie, per la colazione e il saldo del conto. Per la cena ci suggerisce un paese lì vicino: Montreuil-sur-Mer.
A parte che il mare questo paese lo ha visto in non so quale era glaciale, devo dire che è molto carino. Ci mettiamo una ventina di minuti o più a scegliere dove cenare. Il processo decisionale di una fisica e di un ignegnere non è dei più rapidi (o semplicemente a nessuno dei due piace scegliere). Fatto sta che finiamo in un ristorante “di classe”. Un po’ più pretenzioso di quanto alla fine ci ha offerto, ma…la pancia era piena e il vinello Marco se l’è bevuto. Passeggiata serale al chiaro di luna e poi rientro in albergo.
Lavatina di denti, pigiamino e sotto le coperte. Ehm…ma pure qui il letto è corto!

Al risveglio il sole filtra dalla finestra. Evvaiiii! Io chiamo Monsieur Phillippe, stamattina ci aspetta il char-à-voile e devo accertarmi che sia possibile farlo. Ricevo la conferma, prendiamo zaino e borsone, paghiamo e ci mettiamo sulla strada. In breve tempo arriviamo a Camiers.
Dopo aver visto dove ci saremmo dovuti incontrare da lì a un’oretta, decidiamo di andare alla scoperta di una spiaggia un po’ più a nord: Hardelot. Qui, su tutta la Cote d’Opale, le maree sono padrone delle spiaggie. Il mare si vede quasi con il binocolo e la sabbia si estende per centinaia di metri. A suo modo è affasciante.
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Ci togliamo le scarpe e decidiamo di andare a pucciare i piedi nell’oceano. Cammina, cammina, ci siamo! Prendo in giro Marco, un po’ restio a causa dell’ipotetica temperatura dell’acqua e…ma…è calda. Cioè…il mare è un po’ zozzino, ma in realtà non è per nulla freddo. Non ce l’aspettavamo! Qualche foto di rito anche qui e poi di corsa in auto.
Andiamo a conoscere Philippe, tipico personaggio da spiaggia, che nella vita non avrebbe potuto far altro che un lavoro di mare: capello disordianto volutamente con gel, occhiale da sole, abbronzatura perenne, pile (la temperatura non è proprio da tropici), costume e infradito. Ci presentiamo, due frasi di circostanza e poi ci dice che il vento non è molto per cui avremmo dovuto ritardare la seduta…ah…già…vi devo dire cos’è il char-a-voile! Tradotto in “carretto a vela” è un triciclo senza pedali e con una grossa vela. Il vento soffia e la vela ti porta in giro, con i piedi lo si guida e con le mani si tiene a bada la vela.
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Ci spalmiamo sulla spiaggia (con la felpa) e ci rilassiamo un pochino. Alla fine indossiamo il casco e andiamo sul carretto! Io ci rinuncio dopo un’oretta a causa del ginocchio che faceva i capricci e prendo il sole (con k-way), Marco fa avanti e indietro per la spiaggia chilometrica per un’altra ora abbondante. Di ritorno era contento e divertito, un po’ dispiaciuto che io non abbia potuto approfittare del vento della seconda parte, ma, con la gentilezza che lo contraddistingue, mi ringrazia sinceramente per averglielo fatto provare. Io…sono contenta per lui.

Ridendo e scherzando sono le 15h e la nostra pancia è vuota. Ci dirigiamo a sud, verso Berck che la nostra guida definisce “piccolo villaggio di pescatori, popolare e non modaiolo come la vicina Touquet”. Oh-Santo-Cielo quanta gente c’è?! Giriamo almeno 20minuti per trovar parcheggio, poi la pazienza finisce. Ci spostiamo, andiamo in una zona più “portuale e camperistica” e lì per grazia divina troviamo un posto. Scendiamo, acquistiamo due porzioni abbondanti di patatine fritte (sono ormai le 16h30 passate) e le mangiamo un po’ di corsa osservando il mare.

105km per arrivare al nostro prossimo alloggio e ci dobbiamo arrivare prima delle 19h. Una strada noiosetta che non finisce mai. Mamma mia. La stanchezza del sole comincia a farsi sentire. Per fortuna le indicazioni di Lens cominciano a vedersi e quindi ci riattiviamo: destra, sinistra, guarda la strada di qui, guarda di là. Arrivati! La signora ci accoglie con il bimbo in braccio, ci fa vedere l’appartementino, ci propone la colazione marocchina per il giorno dopo (che rifiutiamo), ci propone il parcheggio a pagamento privato (che rifiutiamo), saldiamo il conto e la salutiamo.
Per la cena andiamo in centro. Leggiucchiamo sulla guida cosa offre la città e siamo un po’ spaesati. Sembra non esserci un centro vero e proprio. Sembrano esserci diversi quartieri che si stanno “sviluppando” e scopriamo soprattutto che questa città ospita la succursale del Louvre. La Francia ha deciso di puntare molto su questa regione e su questa città, con un processo di rinnovazione e investimento, fino ad aprire questo museo nel 2012 ocn oltre 200 opere provenienti dal celebre museo parigino.
Museo o no, anche questa città è semideserta. Ci affidiamo a un ristorante elencato sulla guida e sperimentiamo un ottimo pollo con salsine piccanti, verdure crude (e non le solite patate) e birra a condir tutto. L’unico inconveniente: si mangia con le mani. A Marco l’idea non andava troppo a genio, ma a poco a poco è riuscito a gustarsi a fondo il piannot e a ripulire il pollettino ber bene. Concludiamo con un dolcetto e con una signora un po’ fuori di testa che ci attacca bottone e ci racconta del suo b&b da pubblicizzare.

Ritorniamo nell’appartamento. Lavatina di denti, pigiamino e sotto le coperte. Non c’è due senza tre, il letto è corto! Sia io, sia Marco non sempre dormiamo con la testa sul cuscino, per cui è facile che i piedi quasi escano. Eheh. Va beh, sarà anche questo un ricordo di questo weekend.Il giorno dopo è l’ultimo e il tempo non è troppo bello. Andiamo ad Arras, passeggiamo un po’ per la città (deserta, ma ormai ci abbiamo quasi fatto l’abitudine) e decidiamo di attendere le 11h per un brunch da fare in un ristorante suggerito dalla guida. Bene, ovviamente il ristorante non fa più il brunch. Mannaggia. Prendiamo un croissant e un panino da dividere per il viaggio e decidiamo di rientrare in Lussemburgo.
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Dopo un saaaaacco di strada tra le campagne, arriviamo ad Arlon e poi in Lussemburgo.

Ringrazio Marco per i piacevoli giorni insieme e per avermi fatto da autista in questa gitarella fuori porta. Spero ce ne possano essere altre, per scoprire insieme altri piccoli pezzi di mondo….e alla fine, seppur non partirei mai dall’Italia per vederla, questa regione non è così male. Se si beccano belle giornate, la si apprezza ancora di più, per cui alla fine sono stata contenta della scelta fatta e di aver avuto l’opportunità di conoscere meglio una bella persona, rimirando paesaggi campagnoli e respirando aria di mare.

Ah…una precisazione…avevamo la guida Rutard della regione.
“Cara Routard, sei sempre cara e bellina, ma devo dire che qui si è visto lo zampino del essere campanilisti. Potevi risparmiarti un centinaio di pagine, diciamocelo. Sempre tua affezionata, Margherita”

Il primo viaggio musicale.

Riassettata un po’ la mia vita, comincio a sentirmi a casa in Lussemburgo e nuovi viaggi si delineano nella mia mente.
I grandi viaggi per ora restano nel cassetto, ma il Lussemburgo è al centro dell’Europa e sarebbe un peccato non sfruttarne la posizione.

Guarda qualche sito internet, sfoglia qualche depliant, parla con qualche amico. Vien fuori che In Germania, a 2h30 da Lussemburgo città, c’è Elton John in concerto.
Alzi la mano chi non conosce almeno una sua canzone…e ricordatevi che la colonna sonora del Re Leone è sua, per cui almeno quelle canzoni le avete sentite (su…non fate i vergognosi).
In ogni modo per me è uno di quegli artisti da vedere almeno una volta nella vita e ora ne ho l’occasione. Il prezzo del biglietto non è bassissimo, ma in due decidiamo di comperarlo e lanciarci all’avventura.

Destinazione Hockey Park di Mönchengladbach. Orario di inizio concerto: 19.
Tutto ci fa pensare a una gita fuori porta da accompagnare al viaggio verso il concerto.
Io e Marco partiamo alle 11 (la serata prima era stata impegnativa, necessitavamo di dormire un pochino) e puntiamo verso nord.

Ci fermiamo verso le 12 a Clervaux, un paesello Lussemburghese. Nel suo castello c’è una splendida mostra fotografica: The Family Man.
E’ una delle più grandi esposizioni fotografiche del mondo. Ideata nel 1955 da Edwaerd Steichen per il MoMa di New York; dopo essere stata in giro per più di 150 musei, ora è la mostra permanente del Castello di Clervaux.
Alcune foto sono eccezionali ed è difficile aspetttarsi altro considerando gli autori (Capa, Doisneau, Lange, Cartier-Bresson,…) e gli archivi fotografici (Magnum, Life,…). Alcune foto lasicano senza fiato, ma qui è solo soggettività.
Fotografiamo e ascoltiamo l’audioguida con attenzione. Rimaniamo tra i pannelli della collezione per quasi 2h, senza rendercene conto.
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Ora è il momento di ripartire.
Tergiversiamo un po’ sul pranzare o meno, ma decidiamo di aspettare la nostra prossima tappa: Aquisgrana.

Varchiamo il confine e arriviamo in Belgio. La nostra gola e la nostra pancia sono messe a dura prova dai cartelli di “pommes frittes”. Le patatine, un’istituzione della cucina belga (…non c’è bisogno di commentare, vero?!)
Raggiungiamo con qualche difficoltà ad Aquisgrana. Parcheggiamo l’auto e passeggiamo verso il centro. Visto il tempo “perso” a Clervaux, non abbiamo tantissimo tempo, ma sappiamo che non abbiamo altro da fare che visitare il Duomo, fare un giretto per sgranchirci le gambe e mettere qualcosa nello stomaco.
Inizialmente la città ci appare un po’ cupa: sono le 15 di domenica pomeriggio e siamo in Germania, non certo a Valencia in riva alla spiaggia.
In realtà quando arriviamo nel centro storico, notiamo che la città nasconde scorci veramente bellini. I ciottoli per terra, le viuzze tra i palazzi antichi, i fiori che adornano la città, sui davanzali e sui lampioni.
Il Duomo, maestoso dall’esterno, con quelle mura un po’ sporche che fanno pensare alla sua storia. Sfarzoso nei dipinti dorati dei soffitti, alto e verticale, grazie alla cupola posta nel suo centro. Le vetrate, immense. Peccato per il poco sole, altrimenti fasci di luce colorati avrebbero illuminato lo scrigno dorato con le spoglie di Carlo Magno.
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Proseguiamo a passeggiare per il centro, alla ricerca di un posto veloce in cui pranzare…ehm…l’ora era più quella della merenda, ma poco importa.
Troviamo Hanswurst, una catena tedesca che offre, tra le altre cose, panini con salsicciazza, patatine e birra. Cosa vogliamo di più?
Mangiamo all’aperto, godendoci la giornata con sole e qualche nuvola. Ci rilassiamo il giusto, beviamo un espresso e alle 17.30 ripartiamo. Elton ci aspetta.

44 e 61 sono le strade da prendere, il navigatore non ci assiste troppo e ci affidiamo al nostro fiuto. Arriviamo a MonchenQualcosa in perfetto orario. Sono le 18.40, una radler per rinfrescarci e ci dirigimo verso i nostri posti.

Ore 19.05 inizia la magia.
Elton John sale sul palco. Si siede al suo pianoforte. Silenzio. Le dita iniziano a muoversi tra i tasti bianchi e neri e martelletti e corde del suo Yamaha si animano. La musica incanta.
Canta, suona, si alza, riceve appalusi, si inchina per ringraziare.
Scherza con i componenti della sua band. E’ genuino, quasi 70 anni e sembra un ragazzino che suona per la prima volta il suo concerto. E’ lui il primo a godersi lo spettacolo.

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Dopo ogni canzone una standing ovation delle prime file; avessero potuto, se lo sarebbero abbracciato dopo ogni canzone.
Don’t Let The Sun Go Down On Me, Your Song, Candle in the Wind, Rocket Man, Philadelphia Freedom, Goodbye Yellow Brick Road, The Bitch Is Back, I’m Still Standing, Corcodile Rock, Circle of Life Tiny Dancer (forse la mia preferita, ma come si fa a fare una classifica?),…

Alla fine del concerto sono in estasi, siamo in estasi. Io e Marco continuiamo a ripeterci “Che concerto!”.
C’è ancora luce in cielo. Noi dobbiamo tornare a casa. Pian pianino arriva il buio che avvolge le strade tedesche.
Chiacchieriamo, ci raccontiamo di noi, arriviamo a casa.
La giornata è stata lunga, ma splendida. Non posso che addormentarmi con ancora il pianoforte di Elton John che risuona nella mente e la stella cadente, sulla via del ritorno.
There’s a time for everyone if they only learn
That the twisting kaleidoscope moves us all in turn
There’s a rhyme and reason to the wild outdoors
When the heart of this star-crossed voyager beats in time with yours