Point break in Cantabria – “Io credo che neanche tu hai ancora capito il vero spirito del surf. È uno stato mentale, dove prima ti perdi e poi ti ritrovi”

Ho voglia di vacanza. Ho voglia di una vacanza da sola. Ho voglia di un dolce far niente. Prenoto un volo aereo: Charleroi-Santander; prenoto l’alloggio e la scuola surf: La Curva. Destinazione finale: Loredo, in Cantabria. Non avevo mai fatto surf in vita mia, a trent’anni si può ancora provare. Faccio lo zaino e si parte.
Flibco (bus Luxembourg-Charleroi), volo Ryanair (Charleroi-Santander), autobus cittadino dall’aeroporto fino alla città e poi traghettino fino a Somo. Trovo Damian che mi aspetta, sorridente e spensierato sul suo furgoncino sgangherato.
Ci facciamo due chiacchiere, da dove vieni, cosa fai, solite cose. Poi è il mio turno e lui mi racconta un po’ di sé. Mi lascia in albergo e ci diamo appuntamento per la mattina successiva.

La settimana è volata, nonostante il “brutto” tempo…relativo, per carità…in Lussemburgo nevicava, da me ha solo piovuto qualche volta e la felpa è stata la mia migliore compagna di viaggio.
È stato interessante essere “fuori stagione” in un paesello spagnolo:
– nessuno parla inglese: “hola, que tal?” “bien, how are you?” e la risposta è mutismo e una faccia che neanche avessi chiesto il terzo principio della termodinamica
– tutti passano il tempo al bar, di cosa vivano mi è oscuro, se non sono al bar, sono sulla spiaggia a fare surf
– la cena è alle 22 e il pranzo non esiste, basta mangiare patatine come se non ci fosse un domani, a non importa che ora della giornata
– dopo le 13.30 vuoi non farti un pisolino? si ricomincia a lavorare verso le 17. Il pomeriggio quindi o dormi, o vai sulla spiaggia, o ti fai una passeggiata; scordati di interagire con le persone .
In quella zona è bello fare delle passeggiate lungo la spiaggia, ma anche nell’entroterra. Da Loredo si può andare a Somo lungo mare, oppure a Langre, tra le colline, per arrivare alla scogliera che ne crea le spiagge. C’è poi il Cammino del Nord che porta a Santiago de Compostela e si incontrano parecchie persone con il loro zaino. C’è infine Santander, una cittadina rilassante e bellina da vedere in un pomeriggio.

Il surf qui è una ragione di vita. Damian mi racconta di quanta gente venga in qualsiasi periodo dell’anno, perché questo è uno dei posti più conosciuti e con le migliori onde: di diverso tipo e di diversa altezza, più o meno a ogni ora della giornata.
Il primo giorno non sapevo cosa mi aspettasse e forse è stato il miglior giorno, diciamo che ho capito che non è il mio sport, nonostante sia sicuramente divertente.
Dopo il primo giorno (per non parlare dopo al terzo) le braccia e i pettorali non li senti più, non riesci nemmeno a sollevare un bicchiere per bere.
La fatica che si fa a “uscire” per andare a prendere l’onda è proporzionale all’inettitudine del principiante (io) che sfida le onde, le prende dritte e…l’onda vince sempre riportandolo 3m più indietro. C’è quindi da capire il mare (che non è mai stato un mio grande amico, senza ragioni particolari) e come aggirare la sua forza.
Una volta al largo, ci si siede sulla tavola, si riprende fiato e si deve scegliere l’onda. Facile a dirsi, a farsi…un po’ meno. L’onda arriva e “paddle, paddle, paddle; one two three” e in teoria dovresti ritrovarti in piedi sulla tavola.
Ehm…questa è la teoria, in pratica: o sbagli il tempo, o non hai la forza, o metti male mani/piedi e l’85% delle volte ti ritrovi in ginocchio a surfare a quattro zampe oppure cadi dopo un nanosecondo che ti sei messo in piedi. Però, perché c’è sempre un però, il 25% delle volte che ti ritrovi in piedi, ti senti un fenomeno.
Poi arrivi a riva e ti ricordi che devi nuovamente nuotare per riprendere un’altra onda. Ohmammasanta.

Scherzi a parte, mi dò una futura altra chance per provare a surfare, ma non mi ha conquistata. Di sicuro però è un modo di stare nel mare, a contatto con l’acqua, unico. Fai quattro chiacchiere con quelli che sono lì ad aspettare le onde, gioisci per loro (se sono principianti come te) quando riescono a prendere l’onda, ammiri chi ce la fa come se stesse mangiando un gelato, ti fai prendere in giro quando prendi culate e spanciate lanciandoti dalla tavola. Insomma, è un mondo a sé, che è stato bello vivere per una settimana.

Indonesia: Jawa e Bali. Tanti “ma” che non me la fanno promuovere.

Due settimane di vacanza, due settimane dedicate a un viaggio e attese da tempo. Forse questo mi ha fregato, le mie aspettative erano alte, troppo e si sa…più si sale…più se si cade ci si fa male. Iniziamo però dal principio.

Nell’autunno scorso decido di prendere due settimane di ferie a febbraio. E’ la prima volta.
Decido di andare nel Sud-Est Asiatico. E’ la prima volta.
Decido di fare un viaggio da sola, così lontano. E’ la prima volta.

Guardando Pechino Express (sì, prendetemi pure in giro) l’Indonesia mi attira e prenoto il volo. Chiedo informazioni ad amici e conoscenti che conoscono le zone: 3 entusiasti, 1 dubbiosa. Faccio vincere la maggioranza (anche perché ormai il volo era prenotato e dovevo convincermi della scelta), ma già dopo poco trovo non poche difficoltà ad organizzare e a trovare informazioni pratiche sul viaggio. Mi prestano la Lonely Planet in italiano e io acquisto la versione e-book in inglese, approfittando di una super offerta del sito internet LP. Giudizio: tremende! Ma te ne rendi conto solo una volta che sei laggiù e metti a fuoco il tutto.
Solo una precisazione: alla fine di questo lungo racconto darò i consigli pratici. Non mi offendo se saltate tutto per leggere solo quelli. Qui mi limito a dire che 1$=12.500Rp (cambio medio che ho avuto durante la vacanza), così che chi invece decida di leggere tutto, possa avere un’idea dei costi.

Il volo da Amsterdam per Jakarta è diretto (salvo uno scalo a Kuala Lumpur che scopro solo al momento dell’imbarco, pazienza). Arrivo a Jakarta e la confusione della città mi assale…però ero preparata…un amico mi aveva detto “non farti domande sul perché quasi non esistano mezzi pubblici in una città da 12milioni di abitanti, il traffico è folle”. A Jakarta ci resto solo una notte, il tempo di riposarmi dopo le 14h in ballo tra aeroporti e aerei, anche con la scusa della presenza dell’Hard Rock Café…faccio la collezione di magliette, non posso sfruttare l’occasione di essere lì. Scelgo un hotel vicino all’aeroporto e il mattino dopo ho il volo alle 6 per Yogjakarta.

Esco alle 4 dall’albergo e il traffico è veramente assurdo, tipo l’ennesima potenza della tangenziale di Milano alle 8 del mattino. L’arrivo a Yogja(karta) è un po’ da nevrosi per un limite mio. Lì (in tutta l’Indonesia) alla base di tutto c’è la contrattazione e io sono negata. Recupero un taxi che mi porti all’hotel, lascio giù lo zainone e decido di andare a visitare la città a piedi.
Chiedo la piantina della città all’hotel, la studio e mi metto in marcia…cammina, cammina, cammina…qualcosa non mi torna. Riguardo la piantina e capisco ancor meno, chiedo informazioni (più o meno) a un passante e capisco che sulla piantina l’hotel è posizionato male. Io dovevo andare a destra…sono andata a sinistra…cominciamo bene. Inversione di marcia e si ricomincia.

Il caldo è asfissiante. Il numero di motorini è fuori da ogni logica e mediamente su ognuno di essi ci sono 3 esseri viventi da scegliere tra adulti, neonati, galline. I “rari” motorini che incroci con un’unica persona a bordo sono lì per chiederti se vuoi un passaggio, chiunque ti lascia il numero di telefono “chiamami se hai bisogno”. I becak (delle sorti di taxi a bicicletta) ancora più insistenti. Il top: gente che fa i propri bisogni solidi per strada. Io…io arrivo dal Lussemburgo e prendo la multa se attraverso a piedi non sulle strisce e senza aspettare il verde…un shock.
Arrivo finalmente sulla via principale: Malioboro. Sono le 8.30 del mattino e i negozi di ogni genere e tipo stanno iniziando ad esporre la merce. Io mi dirigo verso il Kraton, il palazzo del sultano (13500Rp). Interessante passeggiarci dentro, la LP dà informazioni molto generiche e non è semplicissimo orientarsi all’interno…tutti i cortili sembrano un po’ uguali. Proseguo verso il Taman Sari (7000Rp), il castello dell’acqua e tra le varie persone insistenti che incontro, uno mi colpisce per la sua gentilezza. Mi indica l’entrata del quartiere da cui accedere al Taman Sari e poi mi chiede se può esercitare il suo inglese raccontandomi la storia legata al quartiere (degli artisti) e al Taman Sari. P1030007 Io gli dico di sì e P1030023posso affermare che senza di lui non avrei apprezzato nemmeno un decimo di quanto ho visto. Mi ha raccontato tutto quello che aveva da raccontare, con trasporto, perché lui in quel quartiere ci vive. Mi ha portato a vedere gente che crea batik, senza essere preda di venditori avvoltoi. Alla fine il batik l’ho comprato da lui, contrattando, ma neanche troppo. Sempre questo ragazzo (di cui non ricordo il nome, purtroppo) mi ha portato con il suo motorino a Kota Gede. Su mia richiesta volevo vedere la produzione di argento e detto e fatto. Con i mezzi pubblici sarei stata ancora lì. Dopo Kota Gede ho richiesto un posto in cui comperare la frutta….detto e fatto pure in questo caso, mi ha portato in un grande mercato ortofrutticolo, da cui si riforniscono i piccoli venditori locali. Infine siamo passati dalla stazione, per capire orari e prezzi del treno che mi avrebbe portato a Surabaya qualche giorno dopo. Al mio rientro in albergo gli ho dato la mancia, senza che lui la chiedesse. Sicuramente se l’aspettava, ma non l’ha chiesta. Dieci punti in più per lui.

Il giorno dopo Wisnu mi è venuto a prendere in hotel. Wisnu è stato il mio autista per due giorni e questa scelta si è rivelata vicente. Wisnu parla un ottimo inglese ed è disponibilissimo a portarti in giro, rispettando i silienzi (che ogni tanto ci volgiono quando si viaggia in auto), ma riempiendoli anche con un sacco di informazioni su Giava e sull’Indonesia. Via mail lo si contatta e si definisce il prezzo (che io ho trovato ragionevole), via whatsapp è poi possibile accordarsi sui dettagli.
Con Wisnu ho visto le tappe tipiche dei dintorni di Yogja:

  • Solo, Candi Sukuh e Candi Cetho (https://goo.gl/maps/psXqz): ho avuto la fortuna di capitare a Solo durante una festa cittadina e mi sono goduta parata e bancarelle di cibo locali. A Solo si visita il Kraton (30000Rp, mancia per la guida inclusa) e poi si prosegue il viaggio per i due luoghi religiosi. Wisnu racconta piacevolmente la storia dei templi. (circa 20000Rp per entrambi). P1030072   P1030135
  • Borobudur, Prambanan e le pendici del monte Merapi (https://goo.gl/maps/X3kUK): ho scelto di vedere Borobudur all’alba e vi assicuro che ne vale la pena al 1000%. L’atmosfera è magica e il numero dei turisti è sensibilmente minore. (380000Rp, con colazione inclusa). Prambanan è ugualmente bello, ma totalmente diverso, me lo sono goduto in parte, poiché appena mi fermavo venivo assalita dai locali che mi chiedevano di fare foto con loro….ero allucinata… (225000Rp). Per ciò che riguarda il Merapi, io mi sono fermata alle pendici del villaggio che è stato distrutto durante l’eruzione del 2010, in realtà è possibile sia scalarlo, sia fare dei tour con jeep.
    [una considerazione sul costo dei templi: è tantissimo! La combo dei due è quasi 50€. Il Louvre costa 10€, la tessera annuale per 4 adulti per tutti i parchi nazionali statunitensi costa 80$. Sinceramente trovo il prezzo dei templi Indonesiani fuori da ogni logica.]

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Dopo le due giornate passate con Wisnu è il momento di trasferirsi a Cemoro Lawang (https://goo.gl/maps/7ZJXn), per ammirare l’alba del monte Bromo. Qui…il mio calvario ha inizio. Raggiungere il Bromo è scomodissimo, poiché è abbastanza isolato (tornassi indietro o dovessi dare consigli: tutta la vita tour privati!). Io ho preso il treno per Surabaya; scena alla biglietteria a Yogja: posto in business class 210000Rp, posto in standard class 170000Rp insieme a quelli dell’economy, posto economy (ossia seduta per terra) 70000Rp. Ho optato per la business class. 5h di treno equivalente al nostro regionale + 3h di bus per arrivare alla penultima città prima del Bromo (nell’inframezzo un taxi per andare dalla stazione dei treni alla stazione dei bus)…lì…pullmino pubblico…costa 30000Rp, ma parte solo quando è pieno. Io e altri 6 abbiamo aspettato 2h (dovevamo arrivare a 15 persone), poi ho detto agli altri di contrattare un prezzo per salire e abbiamo pagato 60000Rp (un’altra 1h30 di pullmino sgangherato). A Cemoro Lawang (questo il nome del paesello più vicino al Bromo) approfittano dei turisti in maniera scandalosa. Io ho pagato 350000Rp per una stanza gelida, in cui ho dormito vestita, con bagno in comune inquietante e scarafaggi che passeggiavano nei corridoi. Sul cibo…ho chiuso gli occhi e ho mangiato una roba cotta non meglio definita con il pollo. Fortuna che nell’attesa del pullmino avevo fatto amicizia con tre ragazze malesi e ci siamo fatte compagnia.

Il giorno dopo io e queste tre ragazze abbiamo preso una jeep per fare il tour insieme e dividere il costo (500000Rp per 6 persone + 250000Rp di ingresso al parco, anche qui, torna il mio pensiero sul costo degli ingressi indonesiani). Il tour comprende sveglia alle 2.15 per andare sul monte Pananjakan e vedere l’alba sorgere sul Bromo, poi, si arriva con la jeep alle pendici del vulcano e si può camminare fino al cratere. Volendo si può andare a piedi anche sul Pananjakan, ma a mio parere non ne vale la pena dato che non c’è un sentiero di montagna, semplicemente si cammina sull’asfalto.P1030405 Io ero lì durante il capodanno cinese, neanche la domenica in Piazza San Pietro c’è un affollamento come quello per vedere l’alba sul Bromo. Dopo le millemila fotografie fatte, riprendiamo la jeep per andare sul Bromo. Per salire fino al cratere si può optare per la salita/discesa a cavallo (non ho idea di quanto costi)…il problema è che questi personaggi del turismo indonesiano sono pressanti da morire e ti vengono stravicino per proporti il cavallo e…ta-daaaa…un cavallo scalcia e becca il mio ginocchio. Mi censuro, ma potete immaginare cos’è uscito dalla mia bocca. Un male assurdo e poi ero stanca (erano le 8, ero già sveglia da 6h, senza colazione).
Nessuno si è preoccupato della cosa, solo le tre ragazze malesi si sono allarmate. Hanno grossomodo insultato in indonesiano i portantini dei cavalli e fortuna che non mi sono rotta nulla. Sono arrivata al cratere, due foto di rito e poi sono rientrata alla jeep. Il ginocchio faceva male e la tensione era alle stelle.
Torniamo all’alloggio e acquisto un biglietto direttamente per andare alla destinazione successiva del mio viaggio, Banyuwangi (https://goo.gl/maps/u1Oas). Questo comportava un cambio di bus: da un piccolo minivan a un grande bus con aria condizionata; salgo sul minibus (dopo aver fatto colazione all’indonesiana), arrivo alla stazione dei bus, scendo (dopo aver avuto da ridire con l’autista), mi dirigo verso il mio bel pullman. Faccio per salire e un tizio mi sbarra la strada, un altro mi tira lo zaino…cominciamo a discutere. Io dico di avere già il biglietto e di voler salire, loro mi dicono che non è possibile, vogliono vedere il biglietto. Mi circondano in 4/5…il pullman parte…io smadonno in cinese, mi incavolo da morire (in più ero sempre più stanca e con un male al ginocchio non indifferente). Alzando il tono della voce chiedo quanto vogliono per farmi salire su un altro pullman che mi portasse alla stessa destinazione, pago, lanciando loro addosso i soldi e salgo su un pullman economico, senza aria condizionata, furente. Apparentemente nessuno parla inglese, ovviamente.
La mia salvezza è una studentessa che si avvicina, mi dice se può aiutarmi. Ha visto la scena e ne è dispiaciuta, io le chiedo di chiedere quanto tempo ci voglia per arrivare a destinazione e l’autista risponde 5h.
Alla fine il viaggio era di 9h, un pullman assurdo che non fa vere e proprie fermate ma rallenta ogni tot e la gente sale e scende in corsa. Gente che sale dalla porta anteriore con acqua, frutta, noccioline da vendere e scende da quella posteriore. Sicuramente uno spaccato di vera vita indonesiana, ma in quel momento non ero in grado di vederlo nel modo migliore.
La ragazza mi dice “non addormentarti, è pericoloso, devi sempre avere un occhio alle tue cose di valore”. Volevo morire…ero in piedi dalle 2.15, sono arrivata a destinazione quasi alle 19.
A Banyuwangi mi aspettava (grazie al cielo) Rian, un ragazzo conosciuto tramite il couch surfing. Mi accoglie a braccia aperte, mi porta a cena. Poi una doccia e un caffé con uno dei suoi più grandi amici, Donna. P1030469Una serata stupenda, se non fosse che ero stravolta. Mi hanno raccontato dei dintorni di Banywangi, di come loro siano impegnati nello sviluppo del turismo e nella promozione del loro territorio (che di norma viene visto solo come luogo di passaggio tra l’Ijen e Bali) In teoria sarei dovuta andare a vedere l’alba sul monte Ijen. Inutile dire che non ci sono andata, tra stanchezza (fisica e psicologica) e male al ginocchio, ero cotta. Tutto questo mi rendeva triste, sapevo che probabilmente non tornerò in Indonesia e l’idea che gli indonesiani stessi mi abbiano causato tutti questi problemi mi innervosiva. Innervosiva anche Rian e Donna, loro stessi si rendevano conto di come personaggi così rovinassero l’immagine del popolo indonesiano.
Ho dormito a casa di Donna, una tipica casa di Banywangi. Materasso per terra e bagno spartano, senza acqua calda. Nessun problema, il contorno era piacevole, poco mi interessava. Il giorno dopo Rian mi propone di fare qualcosa di tranquillo, vede che sono stanca e ho anche il traghetto per Bali da prendere. Rian organizza il mio trasbordo e il mio trasporto dal porto P1030504fino al paese in cui dovevo andare…lui per primo capisce che di mezzi pubblici no ne voglio più sentir parlare. Andiamo a vedere le cascate, ci prendiamo una doppia colazione (una all’indonesiana dalla sua cuoca preferita, una alla occidentale) insieme e poi ci dirigiamo al porto. (https://goo.gl/maps/7tkhy) Rian mi spiega che sarebbe venuto con me a Bali e poi saremmo andati dai suoi zii ad aspettare il suo amico con l’auto. Non era fattibile attendere al porto, ci avrebbero circondato per proporre passaggi e lui non sarebbe stato ben visto, quasi volesse rubare un turista a un balinese. Arriviamo a Gilimanuk e l’ora cambia. Un vento incredibile. Uscendo dal porto controllano per ben due volte la patente di Rian. Una volta in casa dei suoi zii, attendiamo una ventina di minuti l’arrivo dell’amico autista e ci dirigiamo verso Pemuteran. Il viaggio non è dei migliori, un ciclone dall’Australia ha causato cadute di alberi sulla strada. Un viaggio di 1h diventa un viaggio da più di 2h. Arrivo a destinazione, saluto calorosamente Rian e…finalmente…relax. Mi dico “sono a Bali, sono apppppposto”. L’home-stay è veramente bellina e trovo un ristorante niente male.
La mattina successiva faccio un’escursione di in snorkeling all’isola Menjangan (350000Rp). Salgo sulla barchetta con altri 6 turisti e ce ne andiamo a fare due nuotate da più di mezz’ora intorno a quest’isola. Guardare giù…bello, bellissimo…tre di noi hanno le bombole e scendono fino a 15/20 metri e tornano in superficie entusiasti. Noi rimaniamo sull’orlo dell’acqua ed è ugualmente pieno di colori. Tra una nuotata e l’altra abbiamo anche il pranzo sulla spiaggia e il tempo di una passeggiata sull’isola.P1030544 Purtroppo sulla superificie dell’acqua ci sono un quantitativo incredibile di sacchetti e bottigie di plastica. A Bali il problema dell’inquinamento plastico è serissimo e purtroppo rovina non poco il paesaggio. Rientro in hotel soddisfatta, ma ustionata nonostante la protezione 50 e fortuna avevo la maglietta a maniche lunghe. Mi concedo una passeggiata sulla spiaggia delle paese, in attesa del tramonto, prima di tornare al ristorantino della sera precedente.
Il giorno dopo è già tempo di ripartire e un po’ mi spiace. Così, su due piedi, io che non sono amante della movida, suggerirei di fermarsi qui e visitare il resto dell’isola con escursioni in giornata (in realtà forse è un po’ scomodo, ma sono stata proprio bene lì a Pemuteran).
Il viaggio comincia con l’imprevisto, l’auto su cui viaggio viene fermata a un posto di blocco (Bali ne è piena) e il mio autista deve pagare 100000Rp per poter proseguire il viaggio, non ho ben capito quale irregolarità avessero i suoi documenti. Ci fermiamo a Manduk, poi ai laghi Tamblingan e Buyan.
Arriviamo a Bedugul dove la tappa obbligata è il tempio di Ulun Danu Bratan. Spettacolare. P1030655E’ un tempio su un lago, circondato da monti. L’atmosfera è suggestiva e le probabilità di beccare una cerimonia hindu sono molto alte…questo rende ancor più emozionante il momento.
A seguire il mercato di frutta di Candikuning (dove il gioco di contrattazione rasenta il ridicolo e so di aver preso una fregatura) e il giardino botanico (una mezza fregatura…è gigantesco e lo si gira in auto. All’ingresso non ci sono mappe, per cui è complicato orientarsi. Aggiungiamoci che il mio autista non era proprio un esperto e…ho buttato 18000Rp). Dopodichè, in teoria, avrei dovuto vedere i terrazzamenti di risaie di Jatiluwih: le foto (degli altri) sono pazzesche! Io…ho trovato la nebbia, come in Val Padana insomma. Mi sono sentita a casa, ma ne avrei fatto a meno. La strada per raggiungere Jatiluwih è a dir poco orribile e l’ingresso è a pagamento. Io mi sono fermata prima, considerando che la visibilità era meno di 60 metri.
Finite le tappe intermedie, eccomi a Ubud. Una cittadina che non è sul mare, ma che è forse l’essenza di Bali. in ogni angolo è presente l’ingresso di un tempio, ogni clan familiare ne ha almeno uno. L’odore di incenso è quasi costante. E’ pieno di turisti, è vero, ma mantiene la sua identità.
Non avevo pranzato ed erano le 17. Decido di fare un pranzo+merenda+cena in un risorante a caso e mi gusto il Babi Guling (un maialino cotto con spezie, tipico di questa città), poi un giro per la cittadina ad osservare i negozi di souvenir e a pensare ai regalini da fare. Rientro nell’homestay e prenoto l’autista privato per il giorno dopo: Kintamani e Pura Besakih mi aspettano (https://goo.gl/maps/tmIGI).
Arriva a prendermi Sana, un soggetto sufficientemente alternativo che mi fa pensare “in che mani sono capitata”, ma che in realtà si dimostra eccezionale. Parliamo di couch surfing, parliamo del giornalista australiano che lui ha ospitato per due mesi, parliamo della religione hindu. Arriviamo alla prima tappa, il tempio degli elefanti (15000Rp); me lo visito con calma passeggiando in solitaria e poi ritorno all’auto. Seconda tappa, il tempio della fonte sacra (Tirta Empul, 15000Rp). P1030761 Sana mi spiega che “Tirta” sta a significare una fonte d’acqua sacra e questo è il tempio più importante da questo punto di vista. Entro, passeggio e arrivo davanti alla piscina con i getti di acqua sacra. Rimango in silenzio (sì ero da sola, ma è come se mi si fosse silenziata anche la parola dentro di me) ad osservare le persone vestite, dentro alla piscina che procedono nel rito delle loro preghiere.
Uscendo si è obbligati a un percorso tra le bancarelle, con gente con calcolatrice in mano che ti propone qualsiasi cosa. Tutta l’aurea di spiritualità che si acquista nel tempio viene persa in un battibaleno. Risalgo in macchina e ci dirigiamo verso una piantagione di caffè.
Bali è famosa per un caffè fatto con chicchi mangiati (e espulsi dal di dietro) da un simaptico animaletto che si chiama luwak. In questa piantagione mi spiegano la lavorazione del caffè (anche quello normale) e poi mi fanno testare tutte le loro opzioni di caffè e tè. Interessante e diciamo senza obbligo di acquisto (io poi due cose le ho prese lo stesso).
Di nuovo in auto, arriviamo a Kintamani, il paesello che si affaccia sul lago Batur e ha di fronte a se il vulcano Batur. La vista è notevole. C’è poi un ristorante (turistico, ma accettabile) con una terrazza da cui si può mangiare e rimirare il panorama. C’è atmosfera di tranquillità.P1030792
Con Sana proseguiamo il viaggio verso il tempio di Pura Besakih. Parcheggiamo, indosso il sarong, pago l’ingresso (20000Rp) e al controllo biglietti mi fermano dicendo che devo fare una donazione di 500000Rp. Cosa?? Io mi blocco, dico che non ci credo e faccio per tornare da Sana, loro capiscono che non c’è trippa per gatti e mi dicono che posso salire lo stesso. Prima di me non so quanti turisti siano rimasti ingabolati. Arrivata all’ingresso…la magnificenza di questo tempio. Ci sono tanti turisti e le “guide” presenti ti dicono che se non fai la donazione non puoi entrare in alcuni posti. Poco importa, con un po’ di sali e scendi e con il girovagare a destra e a sinistra (il sito è veramente grande) si vede tutto tranquillamente. Le persone sono pressanti, continuano a proporti di pagare per guide e ingressi. I bambini (che le quattro frasi che devono dire le sanno in tutte le lingue del mondo) ti si attaccano e ti seguono per proporti cartoline. Diciamo che il contorno è un po’ stressante. Io alla fine esco dopo un’ora e tante fotografie scattate.P1030833
Siamo praticamente alla fine del giro, non ci resta che tornare a casa, ma Sana mi dice che siamo in anticipo e mi propone di visitare altri due templi, meno conosciuti, ma che a lui piacciono. Non mi lascio sfuggire l’occasione e seppur non siano niente di speciale, il fatto che lui li visiti con me, mi offra uno snake-fruit e si chiacchieri del più e del meno me li fa vedere con occhi diversi. Rientro all’homestay, lo ringrazio e lo saluto calorosamente, promettendo di dare il suo contatto a chiunque voglia venire a Bali. (lo troverete in fondo).
Il tempo di lasciar giù un paio di cose, prenotare la navetta Perama per Sanur per il giorno dopo e riesco; oltre a volermi fare un giro, devo prelevare. Ecco che rinizia il secondo grande calvario della vacanza. Gli ATM di Bali funzionano ad minchiam (scusate il francesismo). Io ho tre carte, di tre circuiti diversi e ho provato cinque ATM. Nessuno mi ha erogato soldi. Ero tra l’incazzato cattivo e il nervoso da panico, più di cinque volte per carta non ho provato, mancava solo mi mangiassero la carta. Sono quasi senza soldi. Faccio un rapido calcolo e mi rendo conto che per finire la vacanza mi servono ancora l’equivalente di 150$. Ovviamente tralascio i negozi di souvenir, ogni rupia risparmiata può essermi necessaria. Rientro nell’homestay e scopro che spesso i turisti europei hanno problemi. Due polacchi, una tedesca, una coppia di francesi. Io sono senza parole. Sono a B-A-L-I, una delle mete più turistiche del mondo e non posso prelevar soldi? Chiamo le banche europee (ringraziando il fuso orario) e mi accerto che quanto meno non siano state tracciate transazioni, mi dicono che in teoria se c’è il simbolo del circuito, è possibile chiedere un “cash advance” direttamente nelle banche, presentando la carta e un documento; sottolineano che le commissioni sono un po’ elevate, ma nella mia testa c’è la frase “basta aver soldi”. Vado a dormire e decido che domani è un altro giorno. Ringrazio solo il cielo di non essere una che si fa prendere dal panico.
Il mattino dopo, a colazione, mi ritrovo con una coppia di spagnoli (furoi come dei balconi, in giro da 16 mesi, perché “costa meno viaggiare che stare in Spagna e trasferirsi in Germania per lavorare fa troppo freddo”) e chiacchierando con loro vien fuori che lì a Ubud il cambio è buono, decido quindi di cambiare pressoché tutti i dollari che mi erano rimasti, lasciando perdere il cash advance e lasciandomi nel portafoglio meno di 100€.
Mi sembrava di giocare al Monopoli. Cambio e divido i soldi tra quelli che sicuramente mi servono per pagare i trasporti e gli homestay, più quelli che mi servono per pagare la tassa di uscita dall’Indonesia. Il resto (poco) lo posso spendere per mangiare e per comprare qualcosina. Rientrando verso l’homestay (che dovevo pagare) faccio qualche acquisto, ma sarà stato forse un decimo di quello che avrei voluto acquistare e parliamo di oggetti che non superavano i 10€…giusto per darvi un’idea della conta al centesimo che ho dovuto fare e di quanto nervosismo potevo avere in corpo.
Per fare la turista al 1000% vado a vedermi la Sacred Monkey Forest (30000Rp), P1030915una foresta con centinaia di scimmie più o meno addomesticate. In realtà sono liberissime di muoversi, ma sono nello stesso tempo abituate ai turisti…non sono sceme…i turisti hanno le banane e vogliono far le foto, per cui “vai che si mangiaaaa”. Passeggio e scatto qualche foto, si è a Ubud, non si può non passare da qui. Finito il giro, avrei voluto vedere altro, ma ero ancora una ovlta psicologicamente stanca, recupero il mio zainone e vado a prendere il minivan per Sanur, ultima tappa balinese.
Arrivo a Sanur. Le signore dell’homestay mi accolgono a braccia aperte, mi offrono frutti locali, mi spiegano un paio di cose sul paesello e poi mi consigliano di andare a rilassarmi in spiaggia. Io approfitto dei consigli, ma chiedo anche di prenotarmi un autista per il pomeriggio del giorno successivo, voglio andare a vedere il tramonto.
Mi metto in cammino, stare in spiaggia non mi appartiene troppo, per cui preferisco camminare. Lungo mare e lungo la via principale. Arriva l’ora di cena e mi godo una cena a base di pesce rimirando mare e stelle.
Il giorno dopo mi sveglio alle 4, c’è l’alba da andare a vedere. Mi siedo su una spiaggia deserta e buia. La lampada frontale è l’unica fonte di luce. La spegno. Il rumore del mare mi culla e mi diverto un po’ a fare fotografie a lunga esposizione (nessuna verrà come avrei voluto, con l’autoscatto è difficilissimo). Aspetto. Le prime luci…che spettacolo…il Gunung Batur si fa spazio tra il buio e le nuvole, l’isola di Nusa Lembongan è lì, di fronte a me. Arrivano i primi pescatori a stendere le reti, ripiegarle, mettersele in spalla e andare al largo. P1030963Sono le 6.30, è ora di tornare a dormicchiare ancora un pochino.
La colazione di pancake alla banana mi riempie di energie e vado a passeggiare lungo la spiaggia. Sanur ha una bellissima spiaggia bianca, i turisti sono pochi, le persone locali discrete e non troppo insistenti. Passeggiare è estremamente piacevole. Mi siedo all’ombra di un albero, a due passi dal mare e leggo. Questo è forse il primo giorno di vero relax (ed è il terz’ultimo della vacanza). Pranzo e poi torno all’homestay, dove mi raggiunge l’autista. Il piano fare un rapido salto a Kuta, giusto per vederla e per recueprare la maglietta dell’Hard Rock Café e poi andare a sud, nella penisola di Bukit. Due tappe intermedie per rimirare qualche bella spiaggia dell’ovest e infine visita a Uluwatu, per aspettare il tramonto (https://goo.gl/maps/twzW6).
Kuta…il delirio…Rimini non è nulla in confronto, considerando che ero in periodo di bassa stagione! Diciamo che sono contenta di non aver dormito lì, non è il mio genere di posto. Detto ciò, sono certa che se uno si voglia divertire, Kuta possa offrire molto, a partire da warung (baretti) sulla spiaggia, in cui gustarsi una birra fresca chiacchierando con millemila altri turisti e qualche balinese.
P1030982Proseguiamo verso la spiaggia di Jimbaran. Una luuunga spiaggia di sabbia fine, color paglia. La spiaggia è bella, il mare permette di fare il bagno comodamente (a Kuta le onde arrivano fino alla riva), peccato che…ci sia sempre qualche bottiglietta di plastica a rovinare tutto. Io non faccio il bagno, mi gusto solo la tranquillità, il caldo e la sensazione della sabbia sotto ai piedi.
Ci rimettiamo in moto, per arrivare a Padang Padang, spiaggia amata dai surfisti. E’ una piccola spiaggia, per accedervi bisogna fare una scalinata di un centinaio di gradini. Una volta giù ci si può sedere sulla sabbia e osservare in lontananza i surfisti che si alzano sulle loro tavole. L’ambiente è suggestivo. Anche qui, mi siedo e ascolto il silenzio della natura, interrotto solo da risate di turisti, rilassati, quanto me.P1030990
L’ultima tappa prevede di arrivare a Uluwatu (20000Rp), un tempio arroccato su una scogliera, nella parte più a sud-ovest dell’isola.
Vista la posizione, molti turisti tendono a volerci andare per l’ora del tramonto. Io ovviamente scelgo di fare così e in realtà il numero di persone non è eccessivo (l’autista mi dirà che durante l’alta stagione anche per loro è difficile sistemarsi nel parcheggio). Passeggio per il sito, senza occhiali da sole e senza nulla che possa attrarre le scimmiette dispettose. Qui sono meno educate di quelle di Ubud e rubano facilmente oggetti ai turisti, poi li lasciano in cambio di una banana, ma…spesso gli oggetti vengono lanciati giù dalla scogliera, eheh.
Il tempio in realtà non è visitabile, lo si può vedere solo dall’esterno. Cerco la posizione migliore per attendere il tramonto e mi siedo ad aspettare.
Aspetto e intanto è arrivato un po’ il momento di tirare le somme di questa esperienza asiatica. Niente, non ce la faccio. Più ci penso e più vedo questo Paese lontano da me. Non posso generalizzare parlando di Asia, ma l’Indonesia non mi ha convinta. Per limiti miei, questo è scuro, ma non solo. P1040025Penso poi anche al resto della mia vita, ma queste discussioni filosofiche con il mio Io le lascio per me. Il tramonto sta per arrivare e la macchina fotografica è pronta.
Merita, merita davvero. Meritano le nuvole, merita il rumore del mare che sembra quasi diverso al calar del sole e poi merita lui, il tempio, in controluce, che rimane lì, indisturbato.
Il sole scompare e non mi resta che tornare all’auto per rientrare in città (facendo lunghe code).
Un’altra cena in riva al mare. Un’altra mattina sulla spiaggia, questa volta immersa nell’acqua. Era tanto che non facevo un bagno in mare, che non mi mettevo a stella marina a guardare il cielo, che non mi rilassavo senza far nulla con l’acqua salata tra le labbra. Un’ora è volata. E’ tempo di far la doccia, cambiarmi, fare colazione e attendere il taxi per l’aeroporto.
Le ultime 24h le spenderò a Kuala Lumpur. Arrivo in aeroporto e cambio qualche Euro. Zaino in spalla e biglietto del treno acquistato. Arrivo in stazione e c’è abbastanza confusione, seguo le indicazioni per la monorail e mi siedo ad aspettare. Sono curiosa di vedere una città asiatica sviluppatasi negli ultimi 20 anni. L’albergo è nella zona delle Petronas Towers, il centro economico della città. Tappa all’Hard Rock Café per la solita maglietta, check-in in albergo e poi di nuovo fuori per scattare qualche fotografia notturna. Salgo allo SkyBar per ammirare le torri dall’alto, poi mi perdo un po’ a passeggiare tra le vie.
P1040066Il mattino dopo esco e vado verso le Petronas Towers, ho un biglietto per salire fino in cima (20€, mi sembra). Le viste dall’alto a me piacciono sempre, per cui me la sono gustata anche qui. 45 minuti di sali e scendi (in ascensore) per scoprire un po’ la storia di KL e guardare l’orizzonte da più di 300 metri d’altezza.
Finita la visita, ado a farmi un giro nel quartiere dello shopping, pranzo e attendo le 15, quando grazie ai suggerimenti di una ragazza malese conosciuta durante il volo di andata di due settimane prima, vado a vedere la ricostruzione fedele di una tipica casa malese (donazione di minimo 10MYR), la rumah penghulu. Un giovane studente emozionato mi racconta tutto e trovo la visita veramente interessante.
Finito lì, passeggio un po’ a caso in direzione di China Town e di Little India. Se siete bravi a contrattare quello è il posto che fa per voi!
Le ore passano e devo andare a prendere il volo per tornare in Europa. Passo a prendere le zaino, prendo un paio di mezzi pubblici (innervosendomi pure qui) e arrivo in aeroporto.
Ho ancra un po’ di soldi malesi da spendere ceno (da dimenticare), prendo una cartolina e poi un piccolo dipinto delle Petronas Tower. Si sale sull’aereo. Tutti seduti, tutti con le icnture allacciate. Annuncio. “a causa di un problema tecnico avremo qualche minuto di ritardo, ci scusiamo e vi ringraziamo per la pazienza”. I minuti diventano tre ore e mezza, seduti su un aereo con l’aria condizionata sparata a manetta, gli annunci che si sussguono e un misto di sonno e panico che assale qualcuno. Sono le 3 di notte e ci aspetta un volo di 12h.
Siamo quasi ad Amsterdam e questa volta sono gli annunci riguardanti le coincidenze con i voli che la maggior parte dei passeggeri avrebbero dovuto prendere. Io mi rendo conto di essere al limite. Scendo, corro al banco dei transfer, secondo la macchinetta automatica il volo è perso, secondo la signorina no. Chiama la collega al gate che rompe ogni speranza: il gate chiude tra 6 minuti, è impossibile attraversare mezzo aeroporto con un controllo passaporti da fare. Mi rassegno, la signorina si scusa e mi manda al banco per i nuovi biglietti.
Il volo successivo per Lussemburgo sarebbe stato alle 16.45. Erano le 9. Non ci potevo credere. Ridevo per non piangere. KLM mi da un simpatico voucher di 10€ per scusarsi dell’attesa. Meglio di niente, per carità. Purtroppo ero troppo stanca e spossata per ragionare al volo, ma quando ormai era quasi l’ora dell’imbarco mi rendo conto che almeno l’accesso alla lounge potevano darmelo (era KLM ed ero nel suo aeroporto, mannaggia). Avviso i miei amici che sarebbero dovti venire a prendermi e mi rassereno.

Il Lussemburgo è un miraggio, ma ormai ci sono quasi.

Consigli pratici (senza un ordine preciso)

  • per andare su Bromo e Ijen, sono da preferire tour privati. Vi fate sicuramente il fegato meno amaro e il costo non è poi così elevato. Spesso si occupano anche del trasbordo a Bali.
  • Banyuwangi non è solo una tappa di passaggio, ha diverse cose da offrire e potrebbe valer la pena spenderci una notte (anche per riprendersi dalle due nottate su Bromo e Ijen).
  • se decidete di guidare, abbiate con voi la patente internazionale. Preparatevi poi sempre una banconota da 20000Rp da allungare alla polizia (che cercherà di chiedervene molte di più).
  • i voli interni costano una stupidata, ma c’è sempre da considerare una tassa di 40000Rp (200000Rp se il volo è internazionale).
  • portatevi tanto contante e il dollaro è sempre più ben visto dell’euro. Le banconote di taglio grande fino a 50$/€ sono cambiate con un tasso migliore delle banconote di valore più basso.
  • abbiate sempre un pareo a disposizione prima di entrare nei templi hindu (altrimenti i balinesi cercano di vendervi/noleggiarvi i loro).
  • non esiste attrazione turistica con donazione obbligatoria da fare (soprattutto se pagate il biglietto d’ingresso, in alcuni casi non c’è biglietto, ma chiedono una donazione…10/20000Rp vanno bene).
  • non esiste attrazione turistica con la guida obbligatoria.
  • sui mezzi pubblici, maaaai fare il biglietto fuori dal pullman. Salire e farlo sempre all’interno. All’esterno vi chiederanno di più, non sono venditori ufficiali (ma tacitamente accettati) e non vi viene rilasciato alcun biglietto. Non escludo quindi che poi, se al bigliettaio ufficiale giri la luna storta, vi richiedano altri soldi.
  • il cambio ufficiale è intorno al 1$=12800Rp, cambi buoni che si trovano fanno 1$=12700. I personaggini locali che incontri, per cercare di fregarti, fanno 1$=10000Rp. Chiedere seeeempre il prezzo anche in Rupie e vedere cosa conviene.
  • a Yogja il miglior cambio valute è presso la banca BRI, nella parte nord di Malioboro, ma chiude alle 16.
  • i miei alloggi a Bali (10/12€ a notte, per una camera matrimoniale con bagno privato e wifi):
    Pemuteran, “The sari bungalows”, bello, pulito, wifi che ti puoi pure portare in giro per il paesello, gentili, se non fosse che non mi hanno accettato la carta di credito per pagare…perfetto! (in più sono intortati con un centro diving e ti fanno lo sconto per l’escursione all’isola).
    Ubud: “Secret garden guesthouse”, carino, pulito, non accettano carte di credito (ma qui lo sapevo); a me non interessava, ma non hanno la piscina…non essendoci il mare, molte altre guesthouse hanno anche la piscina.
    Sanur: “Sindu guest house”, pulito, comodo perché vicinissimo al mare, buona colazione. Accettano carte di credito, con il 2% di percentuale (equivalente a tipo 1$)
  • gli autisti che mi sento di suggerire: per Yogja, Wisnu, qui il sito internet con i contatti e per Bali, Imade Sana, monkeyforest2@gmail.com
  • portatevi sempre un sacco letto, non si sa mai.
  • gli indonesiani dei circuiti turistici sono veramente insistenti. Se ci sono quindici persone sedute vicine a bordo strada che ti vogliono proporre un viaggio in taxi, tutte e quindici ti chiederanno se vuoi un taxi, nonostante si dica di no al primo.
    Parlando con altri turisti incontrati nel viaggio e più abituati di me al sud-est asiatico, quello che ne è venuto fuori è che più che in altri paesi, qui provino sempre e in ogni modo a intortare il turista.
  • se fate escursioni notturne per l’alba, la lampada frontale è comoda (quasi essenziale).a KL consiglio di soggiornare nel centro città, i mezzi sono pratici (e i goKL sono anche gratuiti) e il costo è accettabilissimo.

Tour (de force) tra birre e abbazie.

Diciamocelo, non tutti i viaggi escono alla perfezione, ma…anche quelli mal riusciti nascondono qualcosa di bellino e permettono di imparare.

L’idea era approfittare del fatto di essere vicino a Bruxelles per questioni di lavoro e rientrare in Lussemburgo facendomi il weekend in giro per il Belgio a degustare birre.
Ora…sarà che ero stanca, sarà che non ero nella situazione giusta per fare un viaggio in solitaria (perché, diciamocelo, a me piace viaggiare da sola, ma bisogna essere in qualche modo “pronti”), fatto sta che è stato un viagigo in cui è mancato qualcosa. Sembra paradossale, ma è un viaggio in cui è richiesta un sacco di organizzazione pre-partenza.

Prendete questo link http://www.belgianbeerroutes.com/en/home/ e vi renderete conto di quante birrerie sono presenti in Belgio. Aggiungetene un 10% per quelle non segnalate e capite che già la scelta del giro da fare non è dei più semplici. Io avevo il vantaggio di sapere da dove partivo e spare dove sarei dovuta arrivare.
Il primo problema però è che in questo caso il digitale non aiuta molto, è da farsi venire il mal di mare ad aprire ogni piccola iconcina. Io avevo una mappa cartacea (datami dalla mia zia-non-zia Marina) che pensavo avrebbe risolto i miei problemi. Era del 2012, ma…suvvia…sono solo due anni. Ecco, non avrei dovuto pensarlo. L’unico modo per provare a far uscire bene questo “tour” è, cartina alla mano e itinerqrio più o meno deciso, chiamare ogni singola brasserie e capire quale di queste sia aperta e quale no. In più, bisogna considerare che le strade del Belgio non sono grandissime e spesso il limite non supera i 90 km/h. Ma…cominciamo… 

Venerdì finisco di lavorare e me ne vado a Leuven. Ci metto un pochino a parcheggiare e a trovare come raggiungere l’hotel (Mille Colonnes, un dignitosissimo 1 stella, con una colazione spaziale!) e poi decido di andare in giro per la bella cittadina belga. Mi mangio un tipico tacos (scherzi a parte, era molto buono) e poi volevo andare a bermi una birra nella birreria di casa “Domus”.
Il problema era che era ora di cena, per cui accettavano solo persone che mangiavano. Desisto (e in ogni caso non avrei avuto voglia di mangiare lì, avevo mangiato come un piccolo cammello nei giorni precedenti) e vago per la città. Arrivo in hotel giusto in tempo, prima di una grandinata.

Il mattino dopo faccio una colazione ipercalorica, non sapendo quanto e cosa avrei mangiato per pranzo. In più, mi fermo in un supermercato per prendere dei Tuc e dell’acqua, non si sa mmmmmai. Servono sempre per asciugare e diluire.
La prima tappa sarebbe stata Hoegaarden. Controllo il sito internet e ho la conferma che fanno tour guidati a partire dalle 10. Arrivo davanti alla birreria e attendo le 10.20. Entro, chiedo informazioni a un giovane cameriere e la risposta è “eeeeh…no…ci sono dei lavori dentro al museo per cui né il museo, né la parte di produzione della birra sono visitabili”.
Prima delusione, mista a incavolatura. Cosa costa scriverlo su internet?!
Mi rimetto in auto e cerco una meta alternativa, devo arrivare all’ora di pranzo, poiché alle 14 sarebbe iniziata una festa della birra ad Archennes. Trovo sulla mappa la Bink, i chilometri sono fattibili, per cui imposto il navigatore.
Arrivo lì e finalmente respiro un ambiente non troppo industriale. Chiunque lavori nella parte dedicata al pubblico, sembra farlo come volontario. Sono tutte persone over60 che tra una birra portata al tavolo e un’altra, si scolano birrettine piccole. …e siamo solo alle 11.30 del mattino.

bink

Purtroppo la brasserie non è visitabile, se non previo appuntamento e per larghi gruppi. Bevo quindi la mia Bloesem Bink, la birra estiva di questa birreria e leggo un po’ del mio libro, per ingannare l’attesa.

Imposto il gps e metto come destinazione Archennes. Tra un’acquazzone e un Tuc, arrivo a destinazione e la pioggia finisce. Sono le 14.30, ma della festa nemmeno l’ombra. Ci sono giusto i gazebo, pronti, ma nessuna persona presente. Aspetto un pochino, mi faccio un giro, respiro un po’ di aria fresca, compero una zucca da una bancarella “direttamente dal produttore”. Torno al punto della festa e c’è ancora il deserto. Ci rinuncio. Mi rimetto a cercare sulla mappa un’altra destinazione.
Imposto e via, si riparte.

Vicino alla destinazione, che non trovo (e chi mi conosce ha un’idea di quanto io potessi essere nervosa), si apre di fronte a me l’indicazione di “Abbaye d’Aulne” con vicino la parolina magica “Bière”. Vado lì, deciso.
Ordino la birretta (bionda, stiamo leggeri) e mi metto sulla terrazza a godermi il timido sole e un po’ di musica. Sorseggio pensando al nulla. Ogni tanto ci vuole.

Mi rimetto in auto e la prossima destinazione è Chimay. Qui so già che l’abbazia è visitabile, ma la brasserie no. Per cui, nessuna aspettativa. Mi fermo al Chimay Shop, bevo un birra e mangio un toast (benedettii Tuc, ma un paninino come aperò ci voleva).
Vado a visitare l’abbazia. Pulita, semplice, bianca. Entro e stanno per iniziare i Vespri. Mi aggrego alla preghiera per una ventina di minuti, poi si stava facendo tardi e sono costretta ad uscire da quest’atmosfera fuori dal tempo.

abbaye

Pensavo di essere più vicino alla mia destinazione finale, invece, una bella oretta e mezza di viaggio. Finalmente arrivo a Jemelle, vicino a Rochefort.

Davanti alla porta della chambre d’hotes, suono la campana per annunciare la mia presenza. Mi apre la signora Malou, una sorridente signora di almeno 75 anni. Che speldonre, che accoglienza. Mi fa vedere la stanza, mi chiede cosa voglio per colazione (pubblicizzando le sue marmellate), mi fa vedere il suo libro dei peniseri del mattino e quello dei fiori del giardino. Mi suggerisce di tornare a Rochefort per cenare. Io ascolto il suggerimento, ma alla fine non ceno. Passeggio per Rochefort e nessun ristorante mi convince appieno, in più, c’è un qualcosa di strano…inizialmente non ci faccio caso, ma, a poco a poco, mi rendo conto che in tutto il centro della cittadina c’è la musica in stereofonia.
Rientro nella stanza, mi preparo un tè e guardo un film.

Al mattino mi sveglio presto, sono l’unica ospite della piccola casetta. Malou mi ha preparato una bella tavola con le sue marmellate in bella vista, caffè, succo d’arancia, formaggi, uovo alla coque (pazienza se era sodo, la gentilezza vince su una cottura sbagliata), pani differenti. Mi rimpinzo per bene, chiacchierando piacevolmente con la signora. Poi…è ora di rimettersi in strada.
Vado a vedere l’abbazia di Rochfort (anche qui so che la brasserie non è visitabile). Un monaco in biciletta mi attraversa la strada e entro nella chiesa, tutta per me. Silenzio, candore. Mi dedico ai miei pensieri e poi torno verso l’auto.

La prossima destinazione è Achouffe. Arrivo con un po’ di anticipo rispetto all’inizio del tour della birreria (finalmente! Alemno uno!), ma non me ne preoccupo. Un timido sole mi fa compagnia, mi sdraio su una panchina, cuffie, libro. What’else?
Arriva il momento della visita guidata, di fianco a me un omone gigante mi chiede informazioni al riguardo. Arriva da Colorado Springs e si chiama Marc (lo scoprirò dopo). Iniziamo il tour, la signora ci spiega tutti (o quasi) i segreti de La Chouffe, la buona birra belga con i simpatici gnometti sull’etichetta.

levure

Dopo 45minuti di racconti, arriva il momento della degustazione. Prima uno, poi due, poi tre, infine l’ultimo bicchiere. Il tutto rigorosamente a stomaco vuoto (!). Mi gusto insieme a Marc le birre, chiacchierando con lui e con altri due giovani ragazzotti del Belgio.
Ci salutiamo, salutiamo Achouffe, la sua birra e i suoi gnometti. Ognuno prende strade diverse, la mia è diretta a Ebly.
Secondo la mappa e secondo il sito internet dovrebbe esserci una birreria la cui particolarità sta nel nome e a sua volta nel bicchiere nel quale viene servita: la Corne du bois des Pendus. Ecco, cercate il sito internet e vedrete la stessa cosa che ho visto io, considerando che della brasserie non ho visto nemmeno l’insegna. Uff.
Proseguo per Orval, altra abbazia, altra birra, altra birreria non visitabile. In realtà qui faccio giusto un giro del cortile dell’abbazia, ma non degusto nemmeno la birra. La conosco e ho in corpo ancora la birra del mattino. Sono a posto così

Il giro per il Belgio è finito, la prossima tappa è la mia casetta lussemburghese. Sognerei una porzione di patatine fritte, ma sembra che la domenica qualsiasi friterie del Belgio sia chiusa. Tant pis.
Arrivo a casa prima del previsto e accetto l’offerta delle mie amiche Sara e Silvia per raggiungerle alla fiera della città…ma…questa è un altra storia, o meglio, è la mia vita qui, niente a che vedere con i viaggi, piccoli o grandi che siano e quindi con i racconti di questo blog.

  

Amsterdam. Una città “rimandata” ad aprile, ma con un pizzico di romanticismo.

Tre giorni scarsi ad Amsterdam, così, quasi all’improvviso.

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Per la prima volta in vita mia parto senza avere un’idea di quello che farò…per me, che sono maniacale, quasi uno shock!

Prenoto il volo e decido che ho voglia di rifare il couch surfing (ho messo il link al sito, per chi non conoscesse questa originalissima idea di condivisione). L’esperienza non è stata delle migliori, ma va beh, almeno ho dormito gratis. Detto ciò: “pronti via!”

Il volo parte alle 6.30 e arrivo ad Amsterdam Schiphol, prendo il treno che mi porta direttamente all’Amsterdam Science Park (3,50€). Il vero motivo del mio viaggio era un colloquio di lavoro, presso un’azienda nel polo scientifico di Amsterdam. Che spettacolo di posto! Diversi palazzi che raccolgono dipartimenti universitari, laboratori, aziende, mense, biblioteche, centri sportivi…in più…c’è un cielo sereno che rende tutto ancora più bello.

Faccio il lungo colloquio e poi vado in città (sempre in treno, 4€), a godermi le ultime ore di luce di questa splendida giornata di sole. Passeggio qua e là, senza meta. Cartina alla mano decido di perdermi costeggiando i canali della città.
Si respira già un clima natalizio. In Olanda, infatti, si festeggia San Nicola (5 dicembre) e a metà novembre si svolge la parata di Sinterklaas con i suoi aiutanti (Zwarte Piet e qui…si aprirebbe tutta una questione sul razzismo più o meno celato dietro a questi personaggi, ma non è certo lo scopo del mio racconto).

Alla sera incontro il “couch surfer” che mi ospiterà per due notti. È un ragazzo italiano che vive ad Amsterdam da un mese abbondante. Una birretta veloce (6€) e poi ci dirigiamo verso il suo appartamento nel nord di Amsterdam.
Dopo aver mangiato una pastasciutta condita con un sugo olandese (!), decido che forse per me è meglio rimanere in casa…sono in piedi dalle 4 e le fatiche cominciano a farsi sentire.

Il giorno dopo, temprata da un’ottima dormita, mi alzo abbastanza presto e mi dirigo in centro città. Acquisto la carta turistica da 48h (52€) che dà diritto all’ingresso gratuito in alcuni musei e in alcune esposizioni, fornisce alcuni sconti presso negozi e ristoranti e consente l’utilizzo dei mezzi pubblici. È una carta conveniente se decidete di visitare almeno due musei (al di fuori dello Rijksmuseum, che non è compreso nella carta, ma per cui c’è uno sconto) e fare una crociera sui canali o qualche altra “attrazione” cittadina. Insomma…fatevi due conti prima di acquistarla e valutate anche l’acquisto del solo abbonamento dei mezzi pubblici.
Ah…a proposito dei mezzi pubblici…sui bus e sui tram, è necessario sia convalidare in entrata, sia convalidare in uscita.

Io avevo voglia di fare la turista, per cui decido di entrare prima al Rijksmuseum (con lo sconto, 7,50€), poi allo Stedelijk e infine al Museo di Van Gogh (il prezzo di questi due, senza carta, è di 15€ a testa). Diversi e belli ognuno a modo proprio, per me ne è valsa la pena. Nella piazza intorno a cui sorgono tutti questi tre musei, c’è anche la famosissima scritta “I amsterdam”. Il fatto di essere arrivata presto al mattino ha fatto sì che io la vedessi anche senza la moltitudine di turisti.
Dopo le visite museali ho preso il tram e sono andata nel quartiere De Pijp, in cui ci sono un sacco di negozietti e ristoranti carini. Nella via principale di questo quartiere c’è anche un famoso mercato: l’Albert Cuyp Market.
Per me era l’ora di pranzo ed ero anche parecchio affamata…passeggiando a caso per il mercato, sono stata attratta dalla scritta “burger”, da lontano non gli avrei dato due lire e invece…mi sono ritrovata in un fast food ben curato: The Butcher. Hamburger (ovviamente), patatine, fish&chips…tutto dall’aspetto invitante! Io ho optato per il pesce (11€), l’hamburger avevo già in mente di mangiarlo il giorno dopo.

Il pomeriggio lo perdo tra le vie della città: la zona sud e la zona est della città…per poi concerdermi un po’ di relax in uno Starbucks, in Rembrandtplein.

Per cena pensavo di incrociare il mio ospite, ma…niente…un po’ che non risponde al telefono, un po’ che fa il vago, non riesco a capire per che ora trovarci…decido di sedermi in un bar per bermi una birra e leggere qualche pagina di un libro, in attesa di eventuali suoi dettagli riguardo il proseguimento della serata.

Seduta a un tavolino di un bar inizio a leggere, sorseggiando una birra (3,50€). Di fianco a me c’è un ragazzo, anch’egli da solo, con la sua birra e una sigaretta fra le mani. Dopo una decina di minuti che eravamo lì seduti, interrompe la mia lettura per chiedermi se potessi guardare il suo zaino intanto che si recava in bagno, io ovviamente acconsento. Al suo ritorno iniziamo a parlare…
Scopro che è uno sviluppatore di software ed è ad Amsterdam per una decina di giorni per lavoro. Scopro che ha 28 anni. Scopro che viene dalla Serbia. Scopro i suoi gusti musicali, i libri che legge e i film che vede.
Così, egli scopre di me i corrispettivi.
Scopriamo che io amo più leggere e lui più guardare i film. Scopriamo che io non so praticamente nulla sulla Serbia e lui nulla dell’Italia. Sicuramente i suoi racconti sono più intensi, mi parla della guerra civile e dell’ormai ex-Jugoslavia.
Scopriamo che a entrambi Amsterdam non convince. Ci raccontiamo di Belgrado e di Milano.
Discorso dopo discorso, beviamo tre birre. Guardiamo l’orologio e sono le 23 passate…per tre ore abbiamo parlato ininterrottamente di noi.
Io devo raggiungere il mio ospite, sono fuori da stamattina e da lui so solo che stasera ci saranno due ragazze in più a dormire con noi e che sarebbe stato nei dintorni di Leidseplein.
È quindi giunto il momento di salutarci, ci alziamo dal bar, attraversiamo la piazza e scopriamo che le direzioni che dobbiamo prendere sono opposte. Ci dobbiamo salutare veramente. Lo ringrazio per la bella serata e per la bella chiacchierata, gli auguro dei bei giorni ad Amsterdam e a Belgrado. Egli fa lo stesso, ma…la frase rimane in sospeso. Mi bacia. Ci baciamo. Come se fosse del tutto normale, come se ci conoscessimo da tempo, rimaniamo abbracciati l’uno all’altra per dei lunghi minuti. Ci riguardiamo negli occhi e poi ci diciamo “Bye”.
Allontanandomi da lui, mi accorgo di non sapere nemmeno il suo nome. Ma tant’è, non ci incontreremo più, per cui questo tassello mancante, renderà questo ricordo ancora più affascinate.

Torno alla vita reale e raggiungo il mio ospite. Saluto le nuove ragazze i loro gruppo di amiche e dopo un’oretta a chiacchierare e fumare (loro), ci incamminiamo verso casa.
Nonostante la presenza di bus notturni (per cui, controllate sul sito dei mezzi pubblici en.gvb,nl, perché esistono bus a tutte le ore), il mio ospite decide di fare un po’ il galletto non ascoltandomi e decide di far camminare me e le altre due ragazze per 1h30 per raggiungere la parte nord della città.
Diciamo che quanto meno ero talmente stanca da dormire senza particolari problemi.

Domenica ultimo giorno. Mi sveglio, arrivo in centro e decido di fare la crociera turistica per i canali olandesi. Carina e rilassante, anche se non permette di fare chissà quale foto particolare, soprattutto perché era al completo, per cui non era possibile spostarsi da un lato all’altro.
Finita la crociera mi dirigo verso l’Hard Rock Cafè, mia grande passione, in cui decido di prendermi un bell’hamburger con pepsi grande (20€).
Finito il pranzo risalgo dalla parte sud del centro, fino alla stazione. Passeggio per il quartiere Jordaan, forse uno dei più famosi della città e forse di tutta l’Olanda. È il vecchio quartiere ebraico, lì c’è anche la casa-museo di Anna Frank. Io cammino senza particolare cognizione tra le viuzze. Il quartiere è pieno di negozi di moda, di accessori, di ristoranti tradizionali interessanti. Era però domenica ed era tutto chiuso.
Arrivo alla stazione nel primo pomeriggio, mi aspetta un treno per Leiden (8€), dove abitano due amici dell’università che sono in Olanda per il dottorato.
Mezz’ora di treno e ci sono. Leiden è una cittadina (paese?) carino. Ci fosse il sole, sembrerebbe un paesello delle fate: le mura racchiudono il centro, praticamente chiuso alle auto. Le case basse, con mattoni a vista e finestre con belle persiane in legno, qualche canale e qualche ponte.
Dopo una sosta in un bar nuovo, ma che ben si adatta allo spirito e alle caratteristiche della città, sono ormai le 18 e devo raggiungere l’aeroporto per tornare a casa (in treno, 5€).

Il weekend è terminato. Amsterdam non mi ha conquistata al 100% e non so se andrò a lavorare lì o meno…però…un viaggio in bicicletta in Olanda intorno al periodo di fioritura dei tulipani, non me lo toglierà nessuno e se poi “casualmente” sarà intorno al 30 aprile, concluderò il viaggio rivedendo Amsterdam colorata di arancione, per la festa della regina.

Islanda. Quando credi di aver visto tutto, giri l’angolo e scopri che il mondo è ancora tutto da vedere.

Tredici giorni in Islanda e tremilaseicento (a scriverlo in lettere sembrano ancora di più) chilometri percorsi in auto. 3200 guidati da me, gli altri 400 (se non di più) in escursione.

Prima di continuare a leggere: sedetevi, mettetevi comodi, il racconto sarà un lungo…ma non sarà mai sufficiente a raccontare questa terra.

L’Islanda cos’è?
Una nazione con poco più di 300.000 persone e 1 milione di pecore.
Un paese di origine vulcanica, con terreno lavico ovunque, che spesso è stato bonificato per consentire il pascolo.
Un paese al confine con il Circolo Polare Artico con parecchi, parecchi ghiacciai e vulcani che gli fanno da contorno e con un tempo e un cielo che variano a una velocità sorprendente.
Tutto questo per dire che in Islanda…strada che vai, colore che trovi.
Ci sono il bianco e l’azzurro del ghiaccio.
Ci sono il nero, le sfumature di grigio e ogni tanto anche il rosso delle diverse eruzioni che si sono susseguite nei secoli.
Ci sono un sacco di verdi: prati, licheni, muschi, arbusti.
Ecco, una cosa manca: la foresta. Non c’è quasi traccia di alberi.

Segretamente penso che ogni bambino prima di nascere passi dall’Islanda.
Lì ci sono le montagne a punta, come ogni bambino le disegna.
Lì (se non piove) c’è il sole in tutte le fotografie che si fanno, come ogni bambino mette il sole nell’angolo del foglio.
Lì ci sono i colori delle matite colorate, quelle presenti nell’astuccio di ogni bambino.

Quindi…chiudete gli occhi e tornate un po’ bambini, oppure…se siete più tecnologici e proprio non avete voglia di tornare indietro nel tempo…immaginate un mondo a “contrasto e saturazione +4” e potrete avere un’idea di quello che vi racconterò.
Per aiutarvi ad immaginare, qualche foto potrebbe aiutarvi:
https://www.facebook.com/media/set/?set=a.10151799226487225.1073741830.706922224&type=1&l=b533905903

ARRIVO A REYKJAVIK E GIORNO 1
Io sono partita da Reykjavik, la capitale. Una cittadina grande come Pescara. Qualche museo, una chiesa di strana architettura, costruzioni urbane di dubbio gusto. Il lungo mare, il porto, una sala concerti super avveniristica. Un laghetto in città e uno poco fuori su cui d’inverno si pattina e praticamente una sola, unica, grande via centrale.
Una notte lì e poi ho iniziato il mio giretto con me, me stessa e i miei pensieri.
Prima tappa, prima pioggia, primo vento: il Golden Circle.
Il parco nazionale di Thingvellir e il lago Thingvallavatn, il più grande d’Islanda, fanno da contorno a una bella chiesetta (la prima di centinaia!). In questo parco c’è un’enorme spaccatura verticale che segna il confine delle placche tettoniche europea e nordamericana e da lì partono numerosi piacevoli sentieri.
Una cinquantina di chilometri dopo incontro Gulfoss, una cascata dal doppio salto…probabilmente ancor più mozzafiato di quanto sia sembrata a me se ci fosse il sole. Una pioggia sottile e fitta me ne ha un po’ rovinata la magia, ma il rumore era veramente fragoroso. Poco più avanti Geysir, luogo simbolo dell’attività di geyser (nome derivante proprio dal luogo islandese) con il graaande soffione di Strokkur e gli altri piccoli geyser a fargli compagnia. Ogni 5/7 minuti Strokkur esplode in tutta la sua forza, con un getto di 20/25metri sopra le teste dei turisti pronti a fotografare.
Si riprende la macchina e si va verso sud, qualche stradina sterrata e…ta-daaa…lo pneumatico che esplode. Fortuna non pioveva quasi più, fortuna passava per caso una macchina di islandesi…fatto sta che per la prima volta in vita mia ho cambiato una ruota. Il panico c’è stato, ancor più al pensiero dei 100km che mi mancavano alla destinazione, con tre pneumatici in pessime condizioni e niente più ruota di scorta.
Arrivo a destinazione, Selfoss, dopo essermi comunque goduta il paesaggio che mi circondava anche grazie al sole che si faceva largo tra le nuvole.
A Selfoss faccio il mio primo bagnetto in una piscina geotermale. Il cortesissimo gestore della guesthouse (grazie a cui il giorno dopo cambierò l’intero treno di gomme a spese della compagnia di noleggio auto) mi suggerisce di rilassarmi un po’ dopo la giornata avventurosa.
Wow. Piccole piscine circolari di acqua a 38°C e con idromassaggio, in cui distendere tutti i nervi e far volar via tutti i pensieri.
Nota informativa: l’Islanda pesca l’acqua calda direttamente dal sottosuolo, per cui per avere l’acqua calda (e riempire le piscine) basta aprire il rubinetto. L’unico inconveniente è che ha un odore un po’ di zolfo, o di uovo marcio, come direbbero ironicamente gli islandesi.

GIORNO 2
Si cambiano le gomme, si fa benzina e si riparte, con un paio d’ore di ritardo sulla tabella di marcia. La strada è la numero 1, la strada principale detta Ring Road, che è costantemente a una corsia per direzione di marcia e che non è nemmeno asfaltata per tutto la sua lunghezza. Limite di velocità: 90km/h, un po’ bassino, soprattutto considerando che non c’è mai nessuno sulla strada, ma così ci si gode meglio il paesaggio.
Oggi si inizia con le cascate, quelle di Seljalandsfoss prima (dietro cui si può andare per una breve passeggiata umidiccia, ma tanto…già piove, chissenefrega di bagnarsi un po’ di più) e quelle di Skogafoss dopo (e qui si può salire fino all’altezza del salto, per ammirare la potenza della cascata e tutta la zona circostante…se non ci fosse foschia, eheh).
Tra le due cascate mi fermo per il tempo di una foto: c’è il vulcano Eyjafjallajökull alla mia sinistra, il vulcanino alto poco più di 1600m che abbiamo imparato a conoscere anche noi nel 2010, quando la sua eruzione bloccò il traffico aereo di tutta europa (e l’Inter così vinse la Champions, quando ricapita che il Barça deve farsi in pullman la trasferta?! Scherzo amici interisti, sapete che ero contenta per voi quell’anno lì!).
Prima di arrivare a Vik, uno dei piccoli paesi del sud d’Islanda faccio una deviazione: le scogliere a picco sul mare di Dyrhólaey su cui ho la fortuna di vedere appollaiati tre pulcinelle di mare, i puffin (in inglese), i lundi (in islandese). Che forza questo uccellino un po’ goffo! Sono uccelli migratori e di norma restano sull’Isola fino al 15 agosto, poi…via fino al giugno successivo! Per cui…dai, una piccola botta di fortuna doveva ripagarmi per la ruota forata!
Poco dopo, un’altra deviazione, per la spiaggia e la particolare scogliera di basalto di Reynir. Tante colonnine di basalto incastonate l’una di fianco all’altra, fan sì che questa scoscesa parete abbia un disegno unico, prima di raggiungere il mare.
Si riparte alla volta del parco nazionale di Vatnajökull. Prima di arrivarci attraverso la cosiddetta zona dei sundur del sud. È una zona in cui la lava si è fusa con la sabbia; una zona in cui i fiumi provenienti dai ghiacciai del centro dell’Isola si gettano nel mare; una zona in cui si crea un paesaggio che a tratti appare desolante, ma che racchiude in sé una natura magica.
Arrivata al centro visitatori del parco nazionale osservo le cartine dei percorsi da fare a piedi e decido di farne due da un paio di chilometri ciascuno.
Nel primo dei due sentieri si sale un pochino nella vegetazione e poi…un rumore d’acqua scrosciante…la cascata di Svartifoss. Piccola rispetto alle precedenti che ho visto, ma con dietro colonne basaltiche molto suggestive.
Nel secondo sentiero si cammina in piano. La terra del sentiero si fa sempre più scura. A destra in lontananza il mare, a sinistra le montagne e qualche rigolo d’acqua che scende dalla cima. La vista si apre. Il ghiacciaio di Skaftafellsjökull. Fa-vo-lo-so con questi colori bianco/azzurro che si mischiano al nero/grigio della cenere vulcanica. Il cielo grigio che minaccia tempesta rende il tutto più freddamente magnifico..
Tornata alla macchina con negli occhi 5 chilometri tanto belli quanto diversi, riparto per la Jökulsárlón, la laguna ghiacciata.
Ecco, qui nessuna parola potrà spiegare l’emozione. Gli iceberg. Il ghiaccio che si fonde con il mare. Il rumore del ghiaccio. L’ho vista alla sera, con il cielo grigio di nubi, sono tornata al mattino, per godermi il silenzio-non-silenzio e i colori della natura con le luci dell’alba. Un’esperienza indescrivibile.

GIORNO 3
La strada prosegue verso est. Passo da Hofn un piccolo villaggio di pescatori da cui è possibile ammirare tutto il ghiacciaio del Vatnajökull e poi si svolta verso il nord. La route 1 per lunghi tratti qui è sterrata. Si sale e si scende e si è sempre immersi nella natura più brulla.
Arrivata a Egilsstaðir svolto sulla route 94 per arrivare a Borgarfjörður Eystri. Un gioiello lontano da tutto il resto. 70km di starda sterrata (bruttarella) per poi scoprire questo tranquillo paesino. I fiordi orientali sono selvaggi, meno pubblicizzati di quelli dell’ovest, ma splendidi. Faccio una passeggiata fino al porto e fino alle scogliere per scattare qualche foto e per respirare l’atmosfera del posto.
Rientro alla guesthouse ed è presente una spa insieme alla piscina geotermale…vogliamo non sfruttarla? Prima un giro in sauna, poi un bagno caldo in riva al mare della Groenlandia, qualche chiacchiera con gli altri ospiti internazionali e poi, tutti a sfidare il freddo mare.
La sera mi concedo un’ottima zuppa di pesce nel ristorante del paese e poi vado a nanna, con gli occhi sempre più pieni di bellezze.

GIORNO 4
Rifaccio i 70km per tornare sulla strada principale e mi dirigo verso il lago Mývatn. Un lago molto poco profondo e molto particolare: è situato in una zona piena di piccoli vulcani e negli anni si sono creati pseudo-crateri, per le colate di lava incandescente a contatto con l’acqua, che si specchiano nel lago.
Poco lontano e ritornando un po’ sui miei passi, trovo la distesa di solfatare di Namaskarð. Fumo dal sottosuolo, roccia fusa e ribollente, puzza di zolfo. Fa parte dell’area vulcanica di Krafla, “sulla” cui caldera vado a farmi una passeggiata. Bellobello e con un’enorme centrale geotermica lì a fianco.
La tappa successiva è la cascata di Dettifoss, la cascata con la più grande portata d’acqua in tutta Europa. Piccolo inconveniente…per raggiungerla mi è toccato fare uno sterrato infernale: 26km a 20km/h al massimo, anche il più paziente degli automobilisti non ne potrebbe più. Arrivare alle cascate è quindi un sollievo oltre che a una meraviglia per gli occhi. Mangio rimirando la cascata e poi faccio un’altra passeggiatina verso la cascata di Selfoss, forse meno imponente, ma si estende per un lungo tratto del canyon ed è verametne affascinante.
Altro sterrato (meno provante) per tutta la lunghezza del canyon Jökulsárgljúfur e infine costeggio tutta la penisola di Tjörnes, prima di arrivare a Húsavik.

GIORNO 5
Dopo quattro giorni di lunghi viaggi in auto, oggi mi aspetta un po’ di relax anche perché i giorni successivi si prospettavano impegnativi.
Mi sveglio, mi godo la mattinata, faccio un giretto al museo delle balene e verso le 12 vado al porto: si parte per andare a vedere le balene! 3h di escursione in mezzo al mare (bardati come non mai, per proteggersi dal freddo) per osservare questi bei mammiferotti. Che belle!
Qui, ahimè, devo fare una precisazione sull’Islanda. Nel paese è legalizzata la caccia alle balene; ci sono persone a favore e persone contro, fatto sta che per quanto in teoria sia controllato, purtroppo la caccia alle balene è grande fonte di soldi (forse non sempre legali) per il paese.
Finita questa piccola parentesi seriosa, che però mi sembrava giusto fare, ricominciamo con il viaggio…
Purtroppo ricevo una telefonata della compagnia di escursioni che mi comunica che la visita del giorno dopo ad Askja (una zona vulcanica situata nel centro dell’Islanda, una delle parte più remote del paese, tanto che il paesaggio sembra quasi lunare) è stata annullata a causa delle pessime previsioni meteo. Un po’ sconsolata apprendo la notizia e decido che quindi il mio viaggio avrebbe subito anche una piccola variazione sulle tappe e con un giorno di anticipo rispetto a quanto pianificato, mi sarei mossa verso i fiordi dell’ovest.
Riprendo l’auto, faccio una deviazione per andare a vedere le cascate Godifoss e nel tardo pomeriggio arrivo ad Akureyri, la seconda cittadina d’Islanda. Cioè, loro la chiamano cittadina, ma ha 15000 abitanti…quello che sarebbe un paese in qualsiasi altra nazione, eheh!
Lì incontro Alessio e Laura, una coppia di Pesaro che sta facendo il giro in senso opposto al mio. Si chiacchiera un po’ e si va a cena insieme, scoprendo che poi ci saremmo ritrovati a Reykjavik una decina di giorni dopo, per rientrare in Italia.
Durante la serata conosciamo Gili, un ragazzo israeliano: quante storie di vita e di viaggi entusiasmanti! Ma questi sono tutti altri racconti e li tengo per me e per i prossimi viaggi che farò.

GIORNO 6
La tappa di oggi la comincio senza sapere dove finirà, decido di spingermi quanto più a ovest possibile. Dato che so che la route 61 che costeggia i fiordi dell’ovest è una strada un po’ sconnessa e che le previsioni danno neve per la serata, voglio portarmi avanti.
Prendo la mia amata route1 e proseguo il viaggio lungo la costa nord dell’Isola. Incontro verdi paesaggi, montagne a punta e una leggera nebbia che fa sembrare il tempo autunnale. Arrivo ad Hvammstangi, la città delle foche, faccio un rapido giro nel visitor center e dopo una piccola spesa riprendo l’auto per una stradina consigliatami dalla mia amica Serena. 10km di sterrato dopo e con una passeggiata tra ruscelletti, prati e pecore, arrivo sulla riva del fiordo, dal lato opposto ad Hvammstangi. Sssssh…silenzio…sulla riva ci sono le fochine: nere e bianche, splendide. Ma…mamma mia che udito che hanno! Il solo movimento dello zoom della mia macchina fotografica le faceva voltare!
Scatto qualche foto e poi riprendo la strada.
Lascio la route 1 per la route 61 e inizio la panoramica (e a lunghi tratti sterrata) strada dei fiordi dell’ovest.
Giungo a Hólmavík, il primo paesello con un centro informazioni e mi fermo per chiedere consigli su dove fermarmi a dormire. Qui mi dicono, senza esitazioni, di proseguire e di fare il “passo” che porta sull’altra sponda: la sera è prevista neve, per cui domattina sarebbe poco piacevole fare quella strada. Mi suggeriscono una guesthouse, publicizzandone la piscina geotermale e quindi prendo quella direzione.
Arrivo alla guestause Reykjanes sotto un diluvio universale, 2°C e un vento da volar via. Sono praticamente l’unica ospite di questo gigantesco ex hotel adibito ora a una più spartana guesthouse. Mi sembrava di essere in una sorta di film thriller: fuori un tempo da lupi e io chiusa dentro a questo edificio con 70/80 stanze, lontanto almeno 70km da qualsiasi altro posto abitato. Faccio praticamente compagnia ai soli proprietari, dei simpatici vecchietti che mi dicono “beh, ma la piscina è calda, valla a provare, ti facciamo passare dal retro, così prendi meno vento!”.
Io accetto la sfida! Costumino, asciugamano in vita e infradito per un bagno surreale e a suo modo speciale.
Post bagno e post doccia mi offrono la cena (e qui stendiamo un velo, ma mi sono comunque cibata!) e dopo una bella tisana calda vado in stanza per chiacchierare un po’ via Viber e per guardarmi un film.
Qui un’altra parentesi: in tutta l’Islanda, anche il posto più isolato che possa esistere ha la connessione wifi e il POS per la carta di credito. Incredibile (non solo per me, italiana retrograda, ma anche a dire di alcuni americani conosciuti lungo il viaggio).

GIORNO 7
Nonostante le previsioni fossero pessime anche per la giornata e non solo per la nottata, al mio risveglio trovo il sole. Carico l’auto e mi metto in strada.
Fiordo dopo fiordo scopro paesaggi diversi tra di loro e diversi da quelli dei giorni precedenti.
Faccio una piccola sosta a Isafjörður, per farmi suggerire dove fermarmi a dormire e riparto. Faccio un tunnel di 6km letteralmente scavato nella roccia e qui non mi è ben chiaro perché per 4km il tunnel è a due corsie e per gli altri 2km sia a solo una corsia con una piazzola ogni 50m per far passare i mezzi in senso opposto. Boh…quanto meno originale come scelta.
Sbuco dall’altra parte e anche qui, paesaggi diversi. La neve ha fatto sì che ci fosse quella spruzzata di bianco a me sempre cara. Ma…c’è un ma…neve, vento e strada sterrata (di montagna) non sono proprio grandi amici, aggiungiamoci che manca il guard rail…decido quindi di lasciar giù la macchina fotografica e concentrarmi sulla strada, forse è meglio.
Dopo un bel po’ di sterrato, arrivo alla cascata di Dynjandisfoss, la più grande cascata dei fiordi dell’ovest, che spicca nel verde delle montagne che la circondano. Faccio una passeggiata nei dintorni e dopo decido di tagliare un pezzo di strada che mi aspetterebbe. Sono già le 16.30, non so dove dormirò (e i fiordi dell’ovest non offrono chissà quanta scelta, sono proprio isolatini) e avrei ancora una trentina di chilometri di sterrato con saliscendi da fare. Diventerebbe troppo tardi e quindi scelgo di tagliare e fare solo 10km per arrivare alla costa a sud, a Flókalundur, dove mi concedo un bagnetto in una pozza naturale di acqua calda, in riva al sempre gelido (e salatissimo) mare.
Il tempo di asciugarmi e vado alla ricerca di un alloggio per la notte. Trovo una guesthouse, che però non ha ospiti e la proprietaria (che, diciamocelo, come tutti gli islandesi che ho incontrato, non è che abbia una voglia matta di lavorare) mi dice di andare nella guesthouse vicina. Arrivo, pago per la mia cameretta da utilizzare con il sacco a pelo e mi faccio una bella doccia per riprendermi dalla guida della giornata.
Decido di andare a prendermi un hamburger nell’unico bar/ristorante presente nei dintorni e poi rientro nella guesthouse per leggermi la guida e preparami alla giornata del giorno dopo, dato che avevo anche il traghetto da prendere. Neanche il tempo di entrare in camera e sento bussare alla porta.
Un simpatico ragazzo trentino mi saluta, si chiama Tiziano e mi dice che lavora lì nella guesthouse, ma che tra un paio di giorni deve rientrare a Reykjavik. Mi chiede i miei piani per i prossimi giorni e mi propone di viaggiare insieme, dividendo le spese, così che lui possa vedere un po’ l’Islanda.
Io accetto con piacere e ci diamo quindi appuntamento per la mattina successiva.

GIORNO 8
La giornata inizia con un timido sole che presto scompare per lasciare il posto a una pioggia a tratti torrenziale. Io e Tiziano ci mettiamo in auto e chiacchieriamo delle nostre vite, per conoscerci e condividere le ore insieme. Arriviamo fino a Látrabjarg, il punto più a ovest dell’Islanda, ma non di Europa…ci sono le Azzorre che sono ancora più in là.
Ci accolgono delle scogliere di 20m diritte sul mare. Il vento e la pioggia sempre presenti. Onde che si infrangono sulla parete verticale e si alzano di parecchi metri. Uccelli che ci volano intorno e il piccolo faro sulla punta. Facciamo una piccola camminata per goderci il panorama e poi torniamo in auto.
Una sosta anche a Patreksfjörður per recuperare qualcosa da mangiare per il primo “picnic on the car” e poi torniamo alla guesthouse. Tiziano deve recuperare tutti i suoi bagagli (io anche) e deve salutare la famiglia per cui ha lavorato per il mese di agosto.
Prima di prendere il traghetto per Stykkishólmur, nonostante la pioggerellina, il venticello e la temperatura sui 5°C propongo a Tiziano un altro bagno in riva all’oceano. Tiziano sgrana gli occhi e accoglie la mia proposta al volo! Veloce cambio in auto e poi pluff, nella pozza di acqua calda. Un po’ di relax ci vuole, sempre!
Alle 17 saliamo sul traghetto e attraversiamo la larga insenatura che collega i fiordi dell’ovest con la penisola di Snaefellsbaer. Un’unica fermata di neanche 5 minuti sull’isola di Heimaey (una minuscola isola di 13km² su cui qualcuno ci vive pure) e poi arriviamo dopo circa 2h45 a Stykkishólmur, giusti in tempo per la cena.
È l’1 di settembre, l’indomani sarà il mio compleanno e per quanto io non ami festeggiare, c’è Tiziano con me e ho dei regali da aprire la mattina successiva, per cui…prendiamoci un dolce!

GIORNO 9
Mi sveglio, Tiziano mi fa gli auguri e scarto i regali datimi prima di partire da un’amica speciale. Che tenerezza…una torta gonfiabile con su le candeline di buon compleanno, una maglietta da viaggiatore e un ciondolo con bassotto! Sorrido e Tiziano sorride con me!
Cartina alla mano e con l’aiuto del proprietario dell’ostello decidiamo il percorso della giornata. Vista la pioggia sempre presente, chiedo al proprietario dell’ostello come sono le previsioni e la risposta è: “un po’ di pioggia, ma poco vento”.
Le-ultime-parole-famose.
Capisco che uno dei detti islandesi è “non ti piace il tempo, aspetta cinque minuti”, ma…è forse stata la giornata più piovosa e più ventosa che io abbia incontrato in questo viaggio.
Visitiamo prima il museo dell’hákral (carne di squalo, un po’ molliccia, che sa più o meno di ammoniaca) e poi ci avviamo verso la punta ovest della penisola. Davanti a noi nera terra lavica, mare blu petrolio e schiuma bianca delle onde, strade sterrate…il cielo grigio fa sì che sembri di essere in un film in bianco e nero. Purtroppo però il brutto tempo non ci fa ammirare la cima del ghiacciaio Snæfellsjökull.
Dopo un altro pranzo in auto vista mare e con il riscaldamento a manetta in auto, proseguiamo lungo la costa sud della penisola per arrivare a Reykjavik.
Giro della città, hamburger al vecchio porto e poi direzione aeroporto. Io ho l’auto da consegnare, Tiziano un aereo da prendere la mattina successiva. Arrivati a Keflavik, infatti, passiamo le ultime ore insieme e poi io rientro in città, starò a Reykjavik tre notti.

GIORNO 10
Sveglia presto, colazione e vestizione per la giornata di trekking impegnativo che mi aspetta: 20km, 6-8h di cammino, 700-800 metri di ascesa. Il tutto condito da un tempo che è tutt’altro che soleggiato.
La destinazione è Þórsmörk, per poi salire sul vulcano Fimmvörðuháls, camminare sul suo ghiacciaio e osservare il vulcano/ghiacciaio Eyjafjallajökull.
Palli, la guida che ci accompagnerà fino in cima mi viene a prendere alla guesthouse e durante il tragitto spiega a tutti (siamo un gruppo di 7 persone) come sarà l’escursione. Purtroppo le previsioni non sono ottime, per cui vedremo una volta là cosa si riuscirà a fare.
Effettivamente le previsioni sono una lotteria, si passa da un timido sole a una sorta di tempesta di neve ghiacciata. Incredibile come vari il tempo ogni 5 minuti.
Per la nostra sicurezza Palli decide di fermarsi al primo ghiacciaio. Dopo quindi una splendida e non poco difficoltosa camminata su per la montagna, ci fermiamo in silenzio ad osservare la cascata di lava del vulcano Fimmvörðuháls. La neve è battente e fende il viso, ma la fatica è più che ripagata dalla vista. Senza parole.
Bisogna però rientrare a Reykjavik, per cui ripercorriamo il tragitto al contrario e raccogliamo qualche mirtillo. Arriviamo alla super jeep e ci rifocilliamo con un bel paninozzo, del succo di frutta e un dolcetto, per premiarci.
A Reykjavik arrivo distrutta. Luke, uno dei miei compagni di gita mi saluta e mi augura buona fortuna per l’escursione del giorno dopo…lui è ben contento di riposarsi in città, prima di rientrare in Australia.

GIORNO 11
Anche oggi la giornata comincia con una colazioncina tranquilla e con una chiacchierata in ostello. La guida per l’escurisione di oggi si chiama Æssi, arriva puntuale alle 8 e dopo aver recuperato i 3 compagni di viaggio, partiamo alla volta del vulcano Hekla e delle distese del Landmannalaugar.
Æssi ci racconta un po’ della storia islandese e ci porta sul vulcano. L’ennesimo spettacolo per gli occhi, grazie anche alla neve caduta nei giorni precedenti. Nero e bianco si fondono magicamente e poi, in lontananza, grigio, verde rosso e marrone fanno da contorno.
Non possiamo salire in cima al vulcano proprio a causa della neve sdrucciolevole, ma Æssi ci porta a vedere tutti i dintorni: montagne levigate dalle eruzioni secolari, crateri di vulcani in continua attività che accolgono acque lacustri. Distese di niente, ma che in realtà sono tutto.
Arriviamo nel Landmannalaugar, una fantastica terra geotermale. Riolite, lava, rocce solfuree, basalto si fondono e con esse una moltitudine di colori: rosa, marrone, verde, giallo, blu, viola, nero, bianco. Incredibile.
La ciliegina sulla torta sono le piscine calde naturali, in cui immergersi dopo il trekking di un’oretta (e quello di ieri ancora nelle gambe, eheh).
Ripartiti dal Landmannalaugar rimaniamo ancora un po’ in questa zona selvaggia, in cui scattare qualche altra fotografia. Si rientra a Reykjavik, dove passo la serata con Laura e Alessio (e per grazia divina un ristorante lungo il porto ci ha dato da mangiare anche alle 21.40, dato che il 99% dei posti chiude la cucina alle 21, un po’ assurdo per noi italiani).

GIORNO 12
Ultimo giorno in terra islandese. L’aereo è però in notturna, per cui ho tutta la giornata da dedicare a Reykjavik e dintorni. Dormo un pochino di più e preparo gli zainoni che chiedo di lasciare alla guesthouse.
Vado a farmi un giro della città. Fotografo i punti più turistici, i numerosi murales presenti nelle vie e mi dedico anche un po’ allo shopping. Si spende un po’…ma chissà quando ci ritorno quassù!
Infine…cedo alla tentazione…la Blue Lagoon! L’area geotermale più conosciuta d’Islanda. È una grande piscinona con la solita splendida acqua calda, ma in aggiunta ci sono saune, bagni turchi e fango di silicato da spalmarsi sulla pelle. Ora…non so se la mia pelle sia più bella e nutrita, ma i capelli ne sono usciti provati, eheh! Tra silicio e sale, chiunque abbia i capelli ricci può fare invidia al miglior rastaman jamaicano!
Detto ciò…mi sono riposata e rilassata per tutto il pomeriggio, proprio prima di andare in aeroporto (esiste infatti un servizio navetta che effettua il trasporto Reykjavik – Blue Lagoon – Keflavik, eccezionale per i viaggiatori).
Mi sono goduta l’ultima aria islandese, standomene un po’ fuori a guardare il cielo particolarmente limpido e a ripensare un po’ al mio viaggio in solitaria “into the wild”. È giunta l’ora di passare i controlli di sicurezza e di ricambiare le corone rimaste, prima di rientrare in Italia.
Salgo sull’aereo, mi sistemo vicino al finestrino e guardo fuori. Una leggera luce verde..sono le “northern lights”!
Sì, allora è proprio finita la vacanza e non poteva che concludersi così: un’aurora boreale e le poche luci di Reykjavik e dell’Islanda si allontanano sempre più. Il blu del mare si fa sempre più scuro, i miei occhi si chiudono e mi addormento.

Ceci n’est pas Paris ♡

Blog e articoli su Parigi ce ne sono a bizzeffe, ma Parigi fa un po’ parte del mio cuore, per cui non potevo non dedicarle almeno un articolo.

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Descrivere Parigi in poche righe è pressoché impossibile. Passeggiando per le vie si respira un’aria particolare: o la sia ama o la si odia, ma è una delle città più visitate al mondo non per caso.

Lei e i suoi edifici Haussmaniani. Lei e le sue boulangerie ad ogni angolo di strada. Lei e questo spirito altezzoso che la circonda. Lei e la vita solitaria di chi ci è cresciuto. Lei e il suo essere multiculturale “da sempre”. Lei e i suoi monumenti.

A Parigi io ci ho vissuto e spesso mi trovo a suggerire agli amici cosa vedere e cosa fare nella città. …e siccome questo vuol essere un diario di viaggio personale, vi racconterò la mia Parigi, la Parigi che per me è imperdibile. La prima cosa che vi dico è: guardate il sito http://www.paris.fr/, lì troverete tutto ciò che viene organizzato a Parigi in ogni periodo dell’anno scegliate di andarci.

COME MUOVERSI IN CITTÀ

Arrivati in città verrete avvolti dalla frenesia delle persone. Che arriviate in treno o che arriviate in aereo, il primo step sarà prendere un mezzo pubblico che vi porti in albergo. In realtà anche i taxi non sono cari e se arrivate ad Orly e siete almeno in 3, il taxi conviene pure! Parigi non ha orari, ci sarà sempre un mezzo pubblico che vi porta dove desiderate…certo…magari alle 4 di notte dovrete camminare un pochino di più che alle 4 del pomeriggio, ma a destinazione ci arrivate tranquillamente e raramente sarete soli.
Il 90% degli abitanti della città si muove con i mezzi pubblici, per cui tutto è scandito dai loro orari. L’ultima metro sta per passare?! Il locale in cui sarete comodamente seduti comincerà a svuotarsi! Le biciclette (Vélib) sono utiliissime, fare su e giù per la città è semplicissimo e abbastanza sicuro (tranne forse quando ci si trova a dividere la corsia preferenziale con gli autobus, ma lì funziona così e gli autisti lo sanno bene).
Il mio consiglio: le metropolitane vi porteranno ovunque, ma sono sotto terra. Se non avete troppa fretta, usate i mezzi di superficie! Quando vi trovate in una stazione della metropolitana, richiedete il “Plan de métro”, ma anche il “Plan des bus avec les rues” e avrete tutto il necessario per muovervi in città…e considerate che spesso anche il camminare è un ottimo sostituto. Nelle grandi stazioni metropolitane di interscambio vi potrebbe capitare di camminare, camminare, camminare…e allora perché non farlo in superficie, con il naso all’insù?!

MUSEI

Se poi vogliamo parlare di musei e attrazioni varie, ce n’è per ogni gusto. Tenete presente che Parigi è grande, ma piccola al tempo stesso…molti musei sono uno di fianco all’altro. Bisogna solo fare i conti con i numerosi visitatori e con i giorni di chiusura. Se avete fino a 26 anni (anche compiuti), tutti i musei saranno ggggratis!
Un piccolo elenco dei musei più e meno noti, che secondo me meritano di essere citati.

  • il musée d’Orsay: è bello, niente da dire, controllate anche le esposizioni temporanee
  • il Louvre: è il Louvre, andare a Parigi e non entrarci forse è un po’ un sacrilegio, ma è talmente grande che è necessario fare delle scelte.
  • il museo Marmottan: è dedicato alla nascita dell’impressionismo, è carino e poco conosciuto e offre un biglietto cumulativo con la casa-museo di Monet a Giverny (raggiungibile in mezz’oretta di treno).
  • il museo Quai Branly: un gioiellino sull’arte extra europea
  • il Pompidou: dipende dall’esposizione temporanea che c’è, ma è sicuramente un gran bel museo di arte contemporanea (che però è da saper apprezzare). La salita al sesto piano merita.
  • il museo Jeu de Paume: è dedicato alla fotografia, se piace il genere, consiglio di controllare le esposizioni temporanee – il Musée de l’Orangerie: emozionante, se poi non c’è tanta gente si rimane estasiati dalle Ninfee.
  • la Cinémathèque: è dedicato al cinema. Vale quanto meno andare a visitare il Parc de Bercy nel quale è situato e osservare da fuoir l’edificio del museo, che è stato progettato da Gehry. Offre spesso delle esposizioni monografiche su qualche regista o genere cinematografico.
  • il musée Rodin: molto bello, sia il museo, sia il giardino.
  • presso l’Hotel de Ville ci sono sempre esposizioni gratuite, controllate prima di andarci, magari si trova qualcosa di vostro gradimento!
  • il musée Albert Kahn: è una collezione di fotografie dedicate al Giappone e ha un giardino molto bellino.
  • La Villette: qui c’è la Cité des Sciences et de l’Industrie (museo dedicato alle scienze e interattivo, con la possibilità di vedere un film documentario nella Géode) e la Cité de la Musique (museo dedicato alla musica che spesso ha mostre interessanti)
  • il Grand Palais racchiude spesso mostre con collezioni provenienti da musei esteri per cui ci si può trovare qualcosa di veramente unico.
  • il musée en Herbe: un museo pensato per i bambini, le esposizioni sono di artisti famosi (un esempio? Keith Haring), ma sono presentati a misura di bambino…tenero e interessante!

ATTRAZIONI VARIE

  • un panorama dall’alto: io escluderei la Tour Eiffel, Parigi non è Parigi senza vedere la torre e se ci sei su…non la vedi! Meglio scegliere la tour Montparnasse (da cui si gode di un panorama a 360°) oppure l’Arc de Triomphe (secondo me il più bello)
  • i cimiteri: il Père Lachaise è forse il più caratteristico con le sue tombe dismesse, quello tenuto meglio è quello di Montparnasse, quello più piccolino e con un suo perché è quello di Montmartre.
  • i giardini: non ne consiglio nessuno…sono tutti bellini e con un qualcosa di caratteristico, se passeggiando li si incontra, entrateci…ne vale sempre la pena, non foss’altro per allontanarsi dalle strade e osservare chi legge, chi gioca alla pétanque, chi scambia due tiri a badminton o a ping-pong.
  • i parchi: il Parc de Bagatelle con il suo roseto (quindi bisogna azzeccare la stagione per vederlo nel suo splendore); il Parc Floreal accanto al Chateau de Vincennes; Parc de Sceaux, un po’ fuori Parigi, ma raggiungibile con la RER; nel stagione calda presso il Parc de Saint-Cloud organizzano eventi musicali e con giochi di luci e acqua; Parc Montsours e la vicina Cité-Universitaire, tornerete studenti e vedrete il bel campus presente nella cerchia cittadina; Parc des Buttes Chaumont, bello e sulla collina di fianco a quella di Montmartre, salite in cima in cima e godetevi il silenzio e la vista sulla città.
  • la Statua della Libertà con dietro la Tour Eiffel…è un po’ fuori mano (zona Pont de Grenelle), ma è carino vederle una dietro l’altra, lì vicino c’è anche il Jardin André Citroen, se è una bella giornata ha dei giochi d’acqua carini
  • le piazze: Place des Vosges e Place des Victoires, le mie preferite
  • le chiese: anche di queste ce ne sono tantissime…Notre-Dame e il Sacre Coeur sono da vedere, non foss’altro per la loro notorietà. Dentro a Saint-Eustache fanno spesso concerti di musica (non sempre religiosa), mentre l’Eglise Americaine ospita spesso concerti gospel. Saint-Germain-des-Près è una delle più antiche, la Sainte Chapelle è un monumento a parte più che una chiesa vera e propria (e infatti è a pagamento e si trova spesso coda), se è una giornata con il sole, però, vale la pena: le vetrate sono spettacolari! Sainte-Geneviève (la patrona di Parigi) era quella del mio quartiere.
  • Shakespeare&Co, una delle librerie storiche di Parigi, di fianco a Notre-Dame
  • Invader e la street art: passeggiando per le vie, ogni tanto guardate a mezz’altezza…i muri di parigi regalano spesso stencil, mosaici e piccole opere di street art molto bellini.
  • Port de Bagnolet, “la campagne a Paris” arrivate alla stazione della metro di Porte de Bagnolet, uscite su  Boulevard Mortier e prendete le scale a destra, all’inizio di rue Géo-Chavez…non dico altro, vi sembrerà di essere in un borgo, altro che una città da milioni di abitanti.
  • se si conosce Maigret, una passeggiata lungo il canale Saint-Martin è da fare. Il canale è quello delle chiuse di Amelie, l’Amelie dello splendido film “Il favoloso mondo di Amelie”.

DOVE MANGIARE

Non vorremo però solo visitare la città! Dovremo pur divertirci e mangiare qualcosa, senza possibilmente incappare nelle fregature da turisti. Quindi…pancia mia fatti capanna! Se si sa dove andare, Parigi è molto più economica di Milano, certo bisogna sapersi “accontentare” e lasciare la voglia di pizza in Italia…ragazzuoli, siamo in Francia, godiamoci questa cucina che non ha nulla da invidiare alla nostra! Partiamo dal più caro:

  • Pramil, 9 rue du Vertbois (Metro: Temple) è un ristorante molto, molto semplice. I piatti uniscono la semplicità degli ingredienti (e alcune volte della preparazione), alla fantasia dello chef. Rimani sorpreso di come un piatto banale sia perfettamente cucinato e cotto.

Proseguiamo poi con altri ristoranti e posti dove mangiare qualcosa:

  • Bistrot du Passage, 14 Passage Geffroy-Didelot (Metro: Villiers). Si mangia discretamente e l’ambiente è giovane. La zona è proprio parigina doc con vie pedonali e pochi turisti
  • due creperie: Chez Imogene, 25 Rue Jean-Pierre Timbaud (Metro: Oberkampf) e Creperie Bretonne, 67 rue Charonne (Metro: Charonne)
  • Aux petits joueurs, 59 rue Mouzaïa (fermata Place des Fêtes o Pré Saint Gervais). E’ un ristorante tipico francese in cui c’è sempre musica jazz suonata dal vivo.
  • Bistrot Gladine, 44 boulevard Saint Germain (Metro: Maubert Mutualité). Ristorante basco, la loro specialità è l’escalope Motagnarde una scaloppina gigantesca con dentro di tutto, ma anche le altre cose sono succulente!
  • Heureux comme Alexandre (nella città ce ne sono tre, quello che frequentavo io è in Rue du Pot de Fer). Buon posto dove mangiare la carne rossa e delle succulenti patate.
  • De Clercq, 184 rue Saint-Jacques. Il “sotto titolo” del nome è “il re della patatine fritte”. C’è da aggiungere altro?!
  • Sugarplum , 68 Rue du Cardinal Lemoine, come va di moda chiamarli oggi è un cake-shop con i fiocchi (ma non è proprio economico)!
  • Oroyona, 36 Rue Mouffetard. Una creperie spartana, con crepes buone e che ha un ottimo prezzo.

Inoltre…visto che Parigi è super cosmopolita, qualche ristorante “etnico”:

  • Higuma, rue Saint Honoré (Metro: Palais Royal). Ottimo ristorante giapponese classico! Lì di fianco c’è anche il ristorante che fa solo sushi, ma se volete mangiare come nei cartoni giapponesi, questo è il posto che fa per voi.
  • Aki, rue Sainte Anne (Metro: Pyramide). Giapponese che propone okonomiyaki.
  • Pho 14, 129 Ave. de Choisy (Metro: Tolbiac). Vietnamita, nel quartiere orientale di Parigi, qui di ristoranti cinesi e vietnamiti ne troverete a bizzeffe.
  • Paris Hanoi, rue de Charonne 74 (Metro: Charonne). Vietnamita, un po’ più chic del precedente.
  • Miam Miam, 6 Rue Thouin (Metro: Place Monge). Coreano.
  • L’As du Fallafel, rue des Rosiers (Metro: Saint Paul), questo dicono essere il migliore fallafel di Parigi (moooolto spartano). Nella zona del Marais, ci sono un sacco di “ristoranti” medio orientali, tra cui Chez Marianne, altro abbastanza conosciuto.
  • Chez Ann, 36 Rue Mouffetard (Metro: Place Monge). Era la mia via…sono quindi un po’ di parte  in ogni caso è un ristorante cinese veramente buono e fanno i noodles al momento: fantastici!

LOCALI POST CENA

  • La Bellevilloise, 19-21 Rue Boyer (Metro: Gambetta) http://www.labellevilloise.com/ (qui fanno anche un brunch con musica jazz)
  • Le Piano Vache, 8 Rue Laplace (Metro: Cardinal Lemoine) http://www.lepianovache.com/
  • L’International, 5/7 Rue Moret (Metro: Menilmontant) http://www.linternational.fr (in tutta questa zona, da Menilmontant a Oberkampf, ci sono un sacco di locali.
  • zona Bastille: altra zona piena di locali (in Rue de Lappe e Rue de la Roquette in particolare). Ne cito uno per deformazione professionale, visti i miei studi di fisica: Mecanique Ondulatoire e poi…Bacardi Mojito Lab (28 Rue Keller)…il nome dice tutto.
  • Footsie, 10-12 Rue Daunou (Metro: Opera). E’ un locale particolare, nel senso che funziona come in borsa…il prezzo delle cose da bere oscilla in funzione della domanda. Sicuramente è una serata diversa dalle altre.
  • Café des 2 Moulins, 15 Rue Lepic (metro: Blanche): è il bar di Amelie! quello vero, nel senso che è stato solo riadattato, ma è stato usato proprio quello! Risalire da lì verso Montmartre è faticoso, ma incontri delle viette carine.

Dopo avervi forse annoiato, raccontandovi tutto questo in maniera un po’ distaccata e molto da guida turistica (ma ringraziatemi, altrimenti ci stavate 2gg davanti al monitor! Eheh). Voglio riportare qui una cosa che scrissi al mio rientro da Parigi.

“Twenty years from now you will be more disappointed by the things that you didn’t do than by the ones you did do. So throw off the bowlines. Sail away from the safe harbor. Catch the trade winds in your sails. Explore. Dream. Discover”. (Mark Twain)

Milano – Parigi – Milano. E’ passato quasi un anno e quante cose sono cambiate.
Il mio viaggio è giunto alla fine o per lo meno a una tappa intermedia. Sì, perché seppur io sia stata ferma in una città, di viaggio si è trattato. Un viaggio cominciato quasi un anno fa, salutando tutti in un bar sui navigli di Milano e approdando qualche giorno dopo ai piedi della Tour Eiffel. Un viaggio interiore. Un viaggio con me stessa. Un viaggio che lascerà ricordi incredibili e indelebili dentro me.
Sono cresciuta, sono cambiata, sono maturata, sono ingrassata (eh già, pure questo!).

Ho scoperto cosa vuol dire vivere da Sola, con la S maiuscola.
Ho imparato cosa vuol dire condividere.
Ho avuto modo di capire il vero senso di un’amicizia. Ho potuto apprezzare il mio carattere e criticarlo allo stesso tempo, vedendone i limiti.
Ho incontrato persone speciali e ho condiviso con loro ogni attimo possibile.
Ho avuto la conferma di avere degli amici speciali a Casa, che mi hanno saputo aspettare.
Ho riempito il mio cuore e la mia mente di sorrisi. Ho avuto l’opportunità di sentirmi libera, con un vuoto dentro positivo, da riempire con qualsiasi esperienza mi si fosse presentata davanti.
Ho vissuto in un modo completamente diverso un anno della mia vita.
Parigi per tutti è la Tour Eiffel, è Notre-Dame, è i musei, è Montmartre, è il Père Lachaise, è la Senna…ma Parigi per me è il mio studio di 25mq, è il Curie. Parigi per me è soprattutto la mia famiglia allargata, fatta di nuovi amici, che sempre resteranno nel mio cuore. Tornerò in Italia e sarò felice. Malinconica forse, ma felice: questa esperienza non ha fatto altro che arricchirmi, porterò con me un pezzettino di ogni persona che ho incorciato…uno sguardo, un gesto, una parola.
Grazie.

Egadi. Così vicine, così lontane.

Sei giorni di “ponte”, impossibile non approfittarne. Scelgo la meta a caso, spulciando tra le destinazioni delle compangie low cost. Trovo Trapani ad un prezzo conveniente e via, la destinazione è stata trovata! Isole Egadi, così vicine alla costa, perfette per essere visitate in solitaria.

Una notte a Trapani, ospite di un’amica e il giorno dopo imbarco per Marettimo, l’isola più lontana. C’è un vento che fa spavento e mi spiegano che Marettimo è così isolata che quando c’è forte vento e mare un po’ incavolato, non è detto che gli aliscafi riescano ad attraccare. Si parte “con riserva” e nella peggiore delle ipotesi si torna a Trapani.
Fortunatamente l’aliscafo attracca e quindi eccomi lì, alla scoperta di questa isola isolata dal mondo. Una volta arrivati al porto, un paesino bianco e con le persiane azzurre vi aspetta , il tempo sembra si sia fermato e scoprirete che è un’isola più montanara che marittima!
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Ci sono un sacco di percorsi di trekking che vi porteranno alla scoperta di bei paesaggi, a strapiombo sul mare, ma anche nell’entroterra. Se troverete una bella giornata, salite su, verso le Case Romane per l’ora del tramonto…non ve ne pentirete.
Per il mare, invece, dovrete chiedere un passaggio a qualche pescatore, che per 15/20€ vi porterà a fare il giro dell’isola, per ammirare le belle calette, non raggiungibili via terra.
Non vi piace il trekking?! Forse allora vi conviene farvi la gita giornaliera in partenza da Favignana (info point al porto di Favignana): giro delle calette e pranzo a bordo!

Il giorno dopo mi sono trasferita a Favignana, dove ho soggiornato tre notti. Favignana è l’isola più grande, la si può girare in auto, scooter o bicicletta (beh, se siete dei camminatori anche a piedi!). Io ho scelto la bicicletta.
L’isola è comunque abbastanza piccola. Ha la forma di una farfalla. Il paese è il corpo della farfalla, è piccolino e con due piazze principali, chiuse quasi sempre al traffico.
Le due ali della farfalla si sviluppano a est e ad ovest. La parte ad ovest è più brulla e con qualche saliscendi; Cala Rotonda, Punta Trapanisa, i Faraglioni, queste sono solo alcune delle calette che troverete sulla strada…l’unico svantaggio è che c’è un’unica via dal paese ed è necessario attraversare un tunnel non proprio invitante in bici (c’è una strada panoramica chiusa al traffico che molti ciclisti preferiscono). La parte a est è pressoché pianeggiante e con qualche costruzione in più; Cala Rossa, Cala Azzurra, Lido Burrone (una delle poche spiagge di sabbia). Qui troverete anche un paio di punti di ristoro, non presenti dall’altra parte dell’isola e potrete fare il giro completo “dell’ala” senza problemi.
Io non sono una grande fan dello stare ferma a rosolarmi al sole, per cui per me due giorni sono stati più che sufficienti a riposarmi e a visitare l’isola, ma…se vi piace sdraiarvi, leggere e godervi il rumore del mare, avrete solo l’imbarazzo della scelta!
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Un giorno l’ho poi dedicato all’ultima isola, quella di Lèvanzo. Questa è piiiiiccola, piiiiiccola e ci si arriva comodamente in aliscafo da Favignana (10 min). Perché andarci? Anche lì ci sono delle belle passeggiate e soprattutto c’è l’escursione alla Grotta del Genovese, una grotta con iscrizioni rupestri risalenti a paleolitico e neolitico. Bella e interessante (e poi è qualcosa di diverso). Ci si può arrivare a piedi, ma bisogna mettersi d’accordo con il custode: lui ha le chiavi della grotta e senza di lui non potrete accedervi. Si può prenotare anche il viaggio in jeep o in barca (a seconda della stagione), così da evitarsi la camminata.

Insomma sono delle isole da assaporare per la loro tranquillità (sicuramente in alta stagione la tranquillità è meno palpabile!), per il loro essere lontano dal mondo. Bambini e ragazzini si godono l’ambiente e il paesaggio, sembra quasi non si rendano conto del caos che ci può essere in una città come Milano, Roma, Napoli. Principalmente si vive di pesca e di turismo ed è ammirevole vedere come le persone anziane siano così innamorate della loro isola, quasi non l’abbiano mai lasciata e probabilmente è così.

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Ora un po’ di informazioni pratiche.
Voli
Genova – Trapani e Trapani – Bergamo.
Spostamenti interni
Aliscafi (Siremar o UsticaLines, i prezzi si equivalgono) e bicicletta.
Marettimo
Pernottamento: “La Rosa dei Venti”. 40€, camera con letto matrimoniale e bagno in camera, asciugamani forniti.
Colazione: nella panetteria del paese. Brioscia (come la chiamano loro) con crema di pistacchi oppure un’ottima focacciona con pomodoro.
Spuntino del pomeriggio presso uno dei bar dell’isola: “La Baia del Sole”, niente gelati (probabilmente non era ancora la stagione giusta), ma qualche dolcetto tipico, da accompagnare a un buon bicchiere di Marsala.
Cena: ristorante “Il Veliero”. L’arredamento è spartano (tavoli e sedie di plastica, tovaglia cerata), il menù declinato a voce, senza alcuna idea di prezzo. Per darvi un’idea: cuscus di pesce con frittura di calamari e una bottiglia d’acqua da 1l, 24€; i miei compari di tavolo (una simpatica coppia di Bergamo, per ragioni di sovraffolamento ci hanno messo allo stesso tavolo) hanno speso 47€ per due ricciole gragliate, due insalate miste, acqua, vino e un cannolo siciliano riempito al momento.
Favignana
Pernottamento: “Al Gattopardo”. 30€ a notte con colazione (dolcetti fatti in casa e colazione “all’italiana”). Vi suggeriranno dove mangiare e dove affittare la bici o lo scooter, io ho preso la bici al noleggio “Plaia”: 3,50€/giorno
Dove mangiare:
Per uno spuntino moooolto abbondante (io ci ho pranzato!) c’è “La pasticceria”, arancini e dolci da sballo! Altrimenti le gelaterie non mancano.
Per le cene: “La Bettola”, non male, ma servizio un po’ frettoloso; antipasto, primo (senza infamia e senza lode) e acqua, 24€. “Ristoro La Gola”, cercate le recensioni su TripAdvisor, è poco pubblicizzato e difficile da raggiungere, ottimo rapporto qualità/quantità/prezzo, ma menù al buio…non saprete cosa vi stanno portando! (25€, antipasti misti, due primi, un secondo, dolce, frutta, acqua e vino). “La Pinnata”, per un aperitivo va bene, per una cena no (io però non avevo troppa fame, per cui per me è andata benissimo); è un negozio/degustazione di prodotti tipici, fanno panini e taglieri a base di formaggi e salumi locali (10€ un tagliere di affettati e una birra in bottiglia).
Lèvanzo
Solo per segnalare il costo dell’escursione in jeep 22,50€ a persona, non proprio economica! Forse si può contrattare se fate solo mezzo tragitto con la jeep/barca e mezzo a piedi (magari il rientro).