Marrakech a/r

Quanto tempo che non mi mettevo a scrivere dei miei viaggi. L’ultimo, il Cammino di Santiago “con variazione sul tema”, non avevo voglia di descriverlo. Ho lasciato solo qualche breve didascalia via Facebook, ma niente di più. L’alone di delusione non voleva farmi scrivere.

Oggi invece, eccomi qui a raccontare il Marocco. 10 giorni in compagnia di un’amica Lussemburghese, Elena, tanto simile quanto diversa da me. Io multicolor, lei “bianco, blu, nero, beige”. Io disordinata, lei ordinata. Io geometrica, lei dai motivi arrotondati.

Questo viaggio inizia un anno fa, quando chiacchierando con Elena vien fuori che entrambe vorremmo visitare il Marocco. Abbiamo aspettato il momento giusto (tra incroci di impegni personali e ferie da prendere) e una volta trovato, abbiamo prenotato il nostro viaggio. Abbiamo dovuto trovare compromessi per accontentare entrambe e via di prenotazioni: due voli aerei (Francoforte Hahn – Marrakech, a/r), qualche Riad, i trasporti in bus (CTM) e un tour privato (Morocco Key Travel). Complessivamente un bel viaggio, che con un giorno in più sarebbe stato quasi perfetto: il Marocco è un paese facile da visitare, poco integralista nella religione pur mantenendo le caratteristiche profane dei paesi mussulmani. Bei paesaggi, differenti tra loro. Colori dal rosso al verde, passando per il giallo del deserto e l’indaco di Fes.

Il nostro viaggio inizia di giovedì, atterriamo a Marrakech e ci troviamo già a dover contrattare il taxi per raggiungere il Riad Karmanda (consigliato!). Dai 25€ iniziali arriviamo a 15€ e Karim si fa trovare nel punto più vicino raggiungibile dalle auto per portarci verso il Riad. Ci fa accomodare in stanza, ci offre il tè alla menta (il primo di millemila) e ci spiega come muoverci per la città.
Usciamo per la cena, sono le 22, ci perdiamo tra qualche viuzza della medina e ci ritroviamo in piazza Jamaa el-Fnaa.
Turisti, locali, turisti, locali, un’orda di persone.
Odori, profumi, colori, suoni.
Mangiamo in piazza, sulle panche da sagra paesana, ci affidiamo al caso, ne scegliamo uno e via un po’ di relax, staccando la spina dalla quotidianità lussemburghese. Ci incamminiamo di nuovo verso il Riad e dedicheremo il giorno dopo alla città.

Marrakech è facile da girare, nonostante le vie del souk tutte uguali, qualche punto di riferimento rimane negli occhi della memoria. Il solo capire se si va a nord-sud-ovest-est ti fa ritrovare la strada. Tra un negozietto e un altro, due persone ci accalappiano e ci dicono che oggi è venerdì, bisogna fare affari perché domani è sabato (la logica non la cogliamo appieno) e ci accompagnano alla cooperativa dei tappeti.
Dopo 40 minuti di contrattazione ne usciamo con 4 tappeti acquistati. Pagati e in teoria spediti a casa, chissà se arriveranno.
Ricominciamo il giro: porte di moschee, bar che invitano a salire in terrazza, camioncini che fanno spremute e succhi di frutta. Una pausa bevendo tè. Un tramonto sulla piazza. La cena al Riad.

8 del mattino, la sveglia suona, alle 8.30 ci aspetta Ibrahim, il nostro autista-guida per i prossimi tre giorni. Ci aspetta un tour da Marrakech a Fes, passando per il deserto. Inizialmente siamo pentite, ci sembra di aver speso un sacco di soldi, se avessimo organizzato dal Marocco e non da Lussemburgo, forse avremmo speso meno. Alla fine…forse avremmo speso meno…ma il tour è stato splendido.
1° giorno: si va verso l’Alto Atlas fino a svalicare il passo di Tizin-Tichka. Visita della kasbah Ait Ben Hadou, passaggio per la cittadina di Ouarzazate (la Hollywood del Marocco). Breve tappa nella valle delle rose  e arrivo nel tardo pomeriggio nella valle del Dades.
2° giorno: visita delle gole del Dades, poi quelle del Todra. Si attraversa il palmeto di Tinghir e si comincia l’esplorazione sahariana passando per Rissani e arrivando a Merzouga. Lì, due dromedari ci aspettano per un’oretta di cavalcata e l’arrivo in un bivacco solo per noi, nel mezzo delle dune.
3° giorno: ci si dirige verso Nord, lungo le strade e i piccoli villaggi del Medio Atlante. Quando la strada scende zigzagando nelle Gole dello Ziz, si incontra Azrou e la sua foresta di cedri (con tranquilli macachi) per poi puntare a Fes.

Tra aneddoti marocchini, paesaggi da fotografare, piccole soste tra cooperative di olio di argan e acqua di rose…il tempo passa. Ibrahim è un ottimo autista ed è piacevole chiacchierare con lui.
Forse il momento clou è stato in realtà quando io non sono stata bene (santo Imodium) e intanto che facevo amicizia con un bagno di un negozietto di una cittadina persa nel nulla…Elena ha comperato un altro tappeto: doveva pur occupare il tempo!
Scherzi a parte, la cavalcata nel deserto e la notte a guardare le stelle sono state un po’ come un viaggio in un film: sabbia a perdita d’occhio, silenzio, buio. Quasi magia.

Arrivati a Fes, Ibrahim contatta Fatima, la responsabile del Riad Dar Essoaoude, (consigliato anche questo!) e Amin (il figlio di Fatima) ci viene a prendere. Salutiamo Ibrahim e ci diamo appuntamento a Marrakech (di grazia si offre di tener lui il tappeto e di venirci a prendere a Marrakech quando saremmo dovute andare in aeroporto per tornare in Europa).
Fes è nettamente più complicata da girare di Marrakech. Anche per andare al ristorante Fatima ci dice “Amin vi accompagna, poi fateci chiamare e vi veniamo a prendere”. Gentilissimi.
Fatima ci organizza anche il tour con guida ufficiale del giorno dopo: ottima scelta. Visitiamo tutta Fes seguendo un simpatico omino che ci racconta la sua città. Moschee, quaritere ebraico, moschee, concerie, negozi di pashmine, moschee, negozi di lavorazione di metalli,…
Chiedo “quante guide siete a Fes?” “420”
Poco dopo “quante moschee ci sono a Fes?” “420”
Lo prendo in giro “uh, come le guide!” lui sorride sdentato e mi dice “naaa forse più moschee”.
Ci salutiamo, ringraziamo e ci facciamo dare indicazioni per andare in una fabbrica di ceramiche, per concludere il giro.
Stanche ma soddisfatte rientriamo al Riad. Oboli pagati anche oggi, per tutti i tipi di artigianato locale. Ceniamo al Riad, ci offrono una bottiglia di vino e andiamo a letto. La sveglia suona presto: si parte con il CTM (comodissimi bus turistici) per andare a Chefchaouen.

Chefchaouen è un piccolo paesello bianco e azzurro, che spicca nello sfondo del paesaggio naturale. 5h di bus (pieno di gente, bisogna prenotarlo con anticipo), taxi e la chiamata al Riad Dar Zambra (Sconsigliato!) per farci venire a prendere. Il tizio sbuffa, si fa quasi pregare per venirci a prendere (nonostante fossimo d’accordo dalla sera prima), sarebbe bastato il giorno prima inviarci una mappa della cittadina…ci eravamo abituate troppo bene. La camera non è pronta, lasciamo gli zaini e iniziamo a passeggiare su e giù per le calle (alla spagnola) colorate di turchese. Ci spingiamo fino alla moschea sulla collina, per rimirare il panorama e il colpo d’occhio, che diventa anche colpo d’udito perché inizia la preghiera e tutti i minareti risuonano delle voci dei vari imam. Cena in un posto turistico al 1000% e poi a letto, anche il giorno dopo la sveglia suona presto.

Altro giorno, altro bus: destinazione Casablanca. 6h con tappa colazione in un posto improbabile, ma sicuramente caratteristico. L’arrivo a Casablanca, la scoperta che non c’è possibilità di lasciare i bagagli e l’inizio di una pratica passeggiata zaino in spalla…aaaah quanti ricordi del Camino…Elena stremata, io più allenata al supplizio del peso sulle spalle. Camminiamo giusto per capire un po’ com’è la medina di questa città e non facciamo la scelta giusta: Casablanca è città ricca e “occidentale”, la medina è quindi un quartiere povero. Arriviamo comunque alla mosche Hassan II. Imperiosa. La spianata davanti e il mare dietro la rendono ancora più grande. Prendiamo un taxi per andare al faro; il taxista ci porta al faro, ma ci dice che quello è posto da ricchi (io in realtà volevo solo fare una foto, che non mi ha fatto fare) per portarci quindi sulla corniche.
Un’altra passeggiata, una tappa pranzo alle 15, un’altra passeggiata, una tappa drink alle 18 e poi la ricerca del tram per tornare verso la fermata del bus. Il tram ci fa vedere a sprazzi la città nuova, decisamente movimentata, occidentale, come detto, ma con sprazzi di Marocco persistenti: venditori ambulanti, gente che beve tè sulle strade, profumi di spezie.

Bus notturno per Agadir; Elena voleva una giornata di mare, il suo collega marocchino suggerisce Agadir e quindi…mi tocca. Una faticaccia ‘sto bus notturno: bello era bello, ma i sedili in pelle ti facevano scivolare sotto al sedile davanti. Scomodissimo. Arrivo prima dell’alba, il miraggio dell’hotel (Tilila, vecchiotto, ma non male) e la dormita di Elena sui divanetti, in attesa delle 8h30 e della colazione.
Colazione, camera disponibile, cambio abiti e…costume!…5 minuti a piedi e siamo sulla spiaggia: grande, oceanica, ventosa. Camminiamo un’oretta sulla battigia, bagniamo i piedi, arriviamo a un estremo della spiaggia e ci buttiamo sdraiate a prendere il sole. Il dolce far niente per 2h. Il vento poi imperversa e lo stomaco reclama. Su tutto il lungo mare sono presenti resort e villaggi vacanze (più o meno belli, ma non eccezionali), con ristoranti esclusivi, troviamo però uno dei pochi aperti al pubblico e ci sediamo godendoci la vista del mare, al riparo dal vento. Torniamo in albergo per un pisolino, poi di nuovo qualche giro nelle vie interne: abbiamo gli ultimi dirham da spendere.

Ultimo giorno, giorno di viaggio.
Ore 12 Agadir, poi Marrakech (dove Ibrhim ci viene a prendere, ci dà il tappeto e ci accompagna in aeroporto) e Hahn, infine Lussemburgo, ore 3 del mattino. Una dormita e il risveglio alla vita di tutti i giorni, con qualche lavatrice da fare.

Annunci

USA vol.2.1 – Madre Natura, cosa ci hai regalato!

Qui parlavo delle città, ma se mi si dice “Stati Uniti” e io penso subito alla natura: i parchi nazionali (NP), i “monuments” nazionali (NM), i parchi statali (SP) e tutte quelle cose che Madre Natura ci ha regalato e che gli Statunitensi sanno curare ed esaltare nei migliori dei modi, che cosa magnifica. Eccomi quindi qui a fare la lista della categoria…

…per la categoria “Miglior paesaggio statunitense”… (si ringrazia Mr. Google per le immagini)
[arrivata al punto 20 mi sono resa conto che erano tantissimissimi quelli che dovevo ancora elencare e quindi questi sono solo i primi 20, ecco svelato il “.1” del titolo]

Capture

 1- Rocky Mountains (NP): è una “banale” pineta a “soli” 3000 m (mediamente) e di “soli” 650 km quadrati. Devo aggiungere altro?

rm

2- Arches (NP): la prima terra rossa vista (al di fuori dei campi da tennis). Passeggiare tra questi archi di pietra è suggestivo e incredibile, ci si chiede come siano lì e ci si scopre curiosi come bambini.

arches

3- Dead Horse Point (SP): qui il fiume Colorado ha scavato nella roccia e ha creato un ferro di cavallo. Lo si ammira dall’alto e il fiume è lì sotto, a 600 m da voi.

dh

4- Canyonlands (NP): il fiume Colorado lo divide in tre aree completamente diverse tra loro: Island in the Sky, Needles e Maze. Tre al prezzo di uno, meglio di così?

maze

5- Monument Valley: OMG come direbbero gli ammmmericani. Qui qualsiasi domanda uno si ponga sul percome di cotanta bellezza cade. È spettacolare, non ci sono parole per descriverla. Se riuscite a prenotare al Goulding Lodge potete anche ammirare l’alba.

monument

6- Grand Canyon (NP): Va beh…è il Grand Canyon, devo aggiungere altro? Godetevelo al tramonto e resterete (per l’ennesima volta) senza fiato. North Rim (diciamo per chi arriva da Denver) è il lato “meno” conosciuto e “meno” visitato, anche perché non è aperto tutto l’anno. South Rim (per chi arriva da Las Vegas) è invece il Grand Canyon più conosciuto e che spesso viene ritratto nelle fotografie.

large

7- Brice Canyon (NP): avete presente quando si è bambini, si è sulla spiaggia, si prende la sabbia bagnata in una mano e la si lascia cadere a poco a poco (come una cacchina, sì, non ditemi che non l’avete mai fatto)? Ecco questo è quello che a me ricordano gli hoodoos che creano questo canyon, sono come pinnacoli creati dall’erosione della roccia e creano un gioco di colori veramente magnifico.

BryceCanyon800D

8- Zion (NP): qui il verde dei boschi si fonde con il rosso del canyon. Forse uno dei parchi in cui il passeggiare tra i sentieri merita più che in altri, per poterne apprezzare veramente la bellezza.

Zion_canyon

9- Death Valley (NP): la prima volta che ci sono stata era chiusa in parte a causa di un’alluvione pazzeca (e per la cronaca, era il 15 agosto). Assurdo, è un posto veramente assurdo. Caldo, senza ombre, secco secchissimo, ma con dei colori straordinari. Ecco, controllate bene il sito internet e informatevi più che in altri parchi presso il visitor center, ah…e abbiate benzina nel serbatoio!

Death_Valley_Zabriskie_Point

10- Yosemite (NP): magnifico. I passi montani, le pareti di granito, le cascate, le sequoie. Sono quasi 2000km quadrati, per cui prendetevi il vostro tempo.

11- Grand Teton (NP): quasi troppo semplice, rispetto agli altri, ma sicuramente un bel parco in cui fare passeggiate

12- Yellowstone (NP): ok è un po’ lontano, ma è più grande dell’Umbria. Sì, avete letto bene! Non lo si può descrivere in due righe…i geyser, le distese di prati, i canyon, il lago, i bisonti che vi attraversano la strada e creano code. Almeno due giorni dovete dedicarglieli.

YELL_BisonHerdGeyser

13- North Cascades (NP) questo è proprio un parco alpino, con i suoi 300 e più ghiacciai sempre lì, sopra le vostre teste.

maple-pass-trail-north-cascade-national-park-2

14- Olympic (NP): anche questo sembra quasi banale, ma se lo si incontra per la strada, perché non fermarsi per un pic-nic?

oly

15- Shenandoah (NP): 120 km di strada in mezzo ai boschi e con viste stupefacenti su di essi. La nebbia (se non eccessiva) aggiunge un tocco magico e in autunno dev’essere ancora più bello.

familyprograms-shenandoah-image-4

16- Cape Cod: non è un parco, è una penisola vicino a Boston. La spiaggia bianca, un po’ di figlie dei fiori di ogni generazione e la forza dell’Oceano che si infrange sui fari.

capecod

17- Big Bend (NP): questo è il parco dove io immagino gli indiani e i cow boy…o quanto meno lo sceriffo a cavallo. È in Texas, forse è anche per quello.

big-bend-national-park-credit-national-parks

18- Guadalupe Mountains (NP): è la catena montuosa del Texas e la montagna di El Capitan si staglia lì, in mezzo a questo parco.

imagesAKXTL7YA

19- White Sands (NM): il parco che mi è rimasto nel cuore escludendo i parchi più noti e conosciuti. Distese di sabbia bianche, distese di dune color avorio. Qualche piantina, qui e lì, ma niente di più. Un manto bianco che sa di neve, ma non lo è. Stupendo.

White%20Sands_lonely%20yuca

20- Saguaro (NP): è il parco dei cactus. I cactus graaandi che ci sono nei cartoni di BeepBeep e Willy il coyote. Immaginate un bosco di abeti, poi immaginate il classico cactus alto con due braccia. Sovrapponete le immagini e avrete la distesa di cactus di Saguaro.

8226107488_2f8eab8ea5_b

USA vol.1 – per la categoria “Miglior città”…

Quando qualche settimana fa ho pensato di raccontare viaggi passati, l’ho fatto pensando agli Stati Uniti d’America. Un evergreen, che non passerà mai di moda.

Di viaggi negli USA ne ho fatti 5, grossomodo un mese a girovagare per ogni viaggio. Devo contare gli Stati in cui sono stata? Mmm…arrotondiamo per difetto a una trentina. In alcuni mi sono fermata, altri li ho solo attraversati (e per alcuni è più che sufficiente, eheh).

Fare un racconto unico sarebbe lungo e noioso e mi ci perderei pure io…quindi…dividerò tutto in “categorie”, un po’ come si fa per gli Oscar. Una top-quanti-ne-ho-voglia di posti, colorata dai miei ricordi e dalle cose che mi sono rimaste nel cuore.
Il primo elenco lo dedicherò alle città.

…Per la categoria “Miglior città”…

usa

1- Chicago, indiscutibilmente la mia città preferita. Mi direte che d’inverno si gela. Pazienza, io l’ho vista in estate ed è stato subito amore. Ogni palazzo ha un suo perché, dal bar in cima al John Hancock Center ci si gode tuttà la città, pasteggiando e bevendo. Il lago sembra un mare, il fiume “ripulito” ad hoc, il Millennium Park.

2- Seattle: il “Needle” (su, fanciulle, non fate finta di non vedere Grey’s Anatomy, questo edificio lo si vede in ogni ripresa della città) e soprattutto il suo Pike Place Market. Queste sono le fotografie che ho nella mia mente di questa città

3- Washington. La Capitale, forse non ci sarebbe altro da aggiungere. E’ una città completamente diversa dalle altre, i palazzi sono “bassi”, la Casa Bianca è imponente. Il Washington Monument, il Lincoln Memorial, il Vietnam Veterans Memorial, l’Arlington National Cemetery…insomma…la storia degli USA è lì. Il National Air and Space Museum, per me, una chicca.

4- Philadelphia, Philly per gli amici. Forse una delle prove delle capacità degli americani a far di un “nulla” un capolavoro. Sinceramente, non c’è molto da vedere, ma lì c’è la Liberty Bell, la campana simbolo della rivoluzione americana e della dichiarazione di indipendenza del 1776. E’ una campana, niente più, ma per vederla farete una luuuunga fila.

5- Boston è per me una delle città più europee. Nonostante i suoi palazzi alti e imponenti, i sobborghi mi hanno ricordato un po’ l’Inghilterra. Non ha nulla di speciale, ma mi piace…sarà forse anche per il fascino del MIT e di Harvard. Il Museum of Science è assolutamente da vedere! Prima o poi ci tornerò, in autunno, per ammirarne i dintorni.

6- New York City, vado contro corrente, lo so, ma NYC non è la mia città. Che poi…tutti parlano di New York, ma spesso ci si riferisce a Manhattan, non alla città intera. Manhattan e dintorni sono da vedere almeno una volta nella vita, su questo sono d’accordo. Manhattan è maestosa. Gli edifici: spettacolari. I musei: straordinari. Central Park: una meraviglia in cui neanche senti il rumore del resto della città. I ponti: grandigrandissimi e belli. Addirittura le “strade” di questo quartiere sono conosciute in tutto il mondo. Ma…e qui per me casca l’asino…il ricordo più grande che ho della Grande Mela è che cammiando per le strade non vedi il cielo. E’ tutto “troppo”. Per vedere il cielo devi guardare in su, se guardi l’orizzonte vedi solo oggetti. E’ una città che mi opprime, io poi ci sono stata d’estate e l’odore (la puzza) che si sente per le strade è strano: smog, misto a hot dog, con l’aggiunta dei tombini fumanti; ti entra nelle narici e non se ne va. Un suggerimento: prendete il traghetto che va a Staten Island, è gratuito e potrete vedere (da lontano) Ellis Island e la Statua della Libertà, ma, soprattutto, arrivati a Staten Island non scendete e tornate indietro…potrete ammirare lo skyline di New York in maniera superlativa!

7- Salt Lake City. Penso a questa città e sorrido. Questa città è una follia, dovuta alla maggior religione presente lì e in tutto lo stato dello Utah: i mormoni (lungi da me dal fare propaganda religiosa, ma andatevi a leggere la storia e capirete che un po’ strani lo sono). C’è un tempio al centro della città: candido, pulito, in mezzo a un bel parco, peccato che è inaccessibile. Sì, non ci si può entrare, nenache se sei mormone. Le porte si aprono solo in casi eccezionali e solo con una raccomandazione speciale di non so che esponente della chiesa mormona. Lì di fianco un centro commerciale (uno dei “mall” che gli americani tanto amano), si entra ed è vuoto. Negozi di “abiti bianchi” si susseguono e poco altro. In città c’è silenzio, interrotto da cinguettii riprodotti meccanicamente per segnalare i semafori pedonali. L’atmosfera è bizzarra, non so come definirla. Certo di buono c’è che si vedono le montagne (non a caso ci han fatto pure delle Olimpiadi invernali) e, soprattutto, è vicina a Yellowstone.

8- Denver, mi piace, senza un particolare motivo. Sarà la vicinanza con le montagne di Aspen o il parco delle Rocky Montains, ma mi ha sempre fatto piacere atterrare lì e viverci qualche ora

9- San Francisco, la mia seconda città preferita. Pure qui il tempo non è un granché, ma anche questo la rende affascinante. Cosa sarebbe il Golden Gate senza quella nuvoletta sempre presente? Andateci e godetevi tutto: le strade che fanno su e giù, le “sette sorelle”, il Golden Gate, la gita a Sausalito, il cable car, Lombard Street, i leoni marini al Pier, il Japanese Tea Garden,…andate poi con il bus fino a Twin Peaks e ammirate il panorama dall’alto!

10- Los Angeles, una città grande come l’Umbria. C’è tutto quello che è il sogno ammmmericano: spiagge con i bagnini alla Baywatch, le palme, i grattacieli, le colline, Hollywood, la Getty Villa, strade lunghe decine e decine di chilometri,… E’ una città che per me non può veramente piacere, ma di cui almeno una parte piace…e se uno mi dovesse chiedere la prima immagine che hai di LA qual è, risponderei senza dubbio l’autostrada a sei corsie (per senso di marcia) e svincoli a quattro piani.

11- San Diego, tenerina e bellina. Spesso la si vede dopo la gigantesca Los Angeles e quindi il suo lungo mare sembra una bomboniera.

12- Houston. Ne ricordo lo skyline pulito (aiutato forse dalla splendida giornata) e ovunque la stella del Texas

13- El Paso non sarebbe da annoverare tra le grandi città, ma ha una cosa a suo modo unica. Sul confine, ti giri, ci sono gli USA, ti rigiri c’è Juarez, il Messico, quello che ha gli USA lì a un passo e vive per cercare di diventare clandestino negli States. La differenza è tangibile e di notte sembra incredibile.

14- San Antonio, la vicinanza con il Messico la si sente anche qui, ma soprattutto per la sua storia e i suoi edifici. Alamo è “la” missione per eccellenza e il Paseo del Rio merita sia una passeggiata, sia un giretto sul battello.

15- Tucson, c’è poco da scrivere se non che lì, vicino vicino, c’è il Saguaro National Park

16- Portland, un’altra città europea. Qui mi ci trasferirei domani. Mi ha conquistata, anche lei senza un particolare motivo. L’ho trovata vivibile, calda, con quei monti in lontananza che mi piacciono sempre tanto. La sue piazzette con le begonie davano quell’accoglienza speciale e attenta, non facile da trovare nelle grandi città degli States.

17- Honolulu, se si va alle Hawaii non si può non passare da qui. Se durante il resto del viaggio alle Hawaii ci si può quasi dimenticare di essere negli USA, qui, tornano prepotentemente alla ribalta: stradone e grattacieli. Sono quasi simpatici, a due passi dal mare tropicale! Detto ciò se andate fino alle Hawaii, vi prego, non fermatevi solo ad Honolulu! Pearl Harbor è uno degli emblemi degli USA, lugo di importanza storica, che ha segnato la recente storia mondiale in maniera significativa. Concretamente c’è poco da vedere, ma è il modo in cui espongono il tutto che esalta il capitalismo americano. Il numero di turisti giapponesi sulle isole è elevatissimo, gli americani quindi presentano tutta la sede visitabile di Pearl Harbor lodando e incensando le bravure militari nipponiche. I giapponesi ne sono contenti e spendono 20$ per andare a leggere tutti i nomi dei morti durante l’attacco, presso l’Arizona Memorial. Poco senso logico, forse cinismo puro, ma…paga (figurativamente parlando e non).

18- Miami, posso dirlo? me lo concedete? è un’orrendezza! Con i suoi grattacieli a ridosso del mare, Miami beach ha il fascino della spiaggia e dei palazzi un po’ retrò, ma per il resto non c’è nulla di speciale, in più, visitandola in agosto, il caldo prende il sopravvento. Temperature elevate e umidità alle stelle, combo (non)perfetta. Certo nel mare ci si può fare il bagno (a Los Angeles si può, ma le onde sono sicuramente più imponenti), con l’unica accortezza che stiamo parlando di oceano, non di mare Adriatico

19- New Orleans, la premessa è che io l’ho vista post uragano Katrina, ma…è una città strana, con il fulcro nel “quartiere francese”. La stranezza non la fa l’architettura, ma l’atmosfera. E’ forse l’unica città degli Stati Uniti in cui per me era palpabile la paura, la possibile violenza. Tutto poi ora ruota intorno al disastro di Katrina, appena ci si sposta dal centro, ci sono distese di campi santi e i segni sulle abitazioni sono ancora ben visibili per scelta, un po’ per lo stesso cinismo-capitalista descritto prima per Pearl Harbor, un po’ “per non dimenticare”. Detto ciò quella città non aveva scampo: il mare da una parte, il Mississippi dall’altra e il lago Pontchartrain dall’altra ancora, non poteva che essere sommersa dall’acqua.

20- Orlando. A parte i parchi a tema per ogni età (vi assicuro che in alcuni l’età media è da geriatria e imperversano slot machine e tavoli per giocare a carte), per me è la città del Kennedy Space Center di Cape Canaveral. Un’emozione, anche qui, senza età. Bambini affascinati dalle navicelle, adolescenti con il sogno dei film spaziali, adulti che hanno vissuto lo sbarco sulla luna. Ce n’è per tutti i gusti, per tutte le emozioni, per tutti gli occhi.

21- Las Vegas, che città! Dispersa nel deserto, tutto ruota intorno allo “Strip”, la strada principale con gli hotel immensi, che ora si sono ampliati anche negli isolati vicini. I sobborghi sono quartieri dormitorio per chi lavora negli hotel e poi, il nulla. Questa città è un immenso parco giochi, peccato che ci sia gente che si rovina a furia di giocar d’azzardo. Il rapporto qualità/prezzo degli hotel è ridicolo…suite con marmi e vasche idromassaggio per 70$ a notte (i prezzi però salgono nei weekend), tanto, i ricavi arrivano dai casinò, grandi come campi da calcio. Ce n’é per ogni gusto: Venezia, Roma, Parigi, Egitto, Bellagio, cavalieri medievali, New York, leoni dell’MGM, pirati…chi più ne ha, più ne metta, nel vero e proprio senso della parola. Penso che il numero medio di camere per ogni hotel si aggiri intorno a 2500. La luce nei casinò non varia mai, così che non ci si renda conto del tempo che passa. La temperatura è da polaretto, per cui portatevi una felpina (che toglierete appena fuori, visto che di norma ci sono 40°C), il rischio cagarella è elevato. Non sognatevi di usare troppo la macchina, ma ricordatevi che Las Vegas è una delle poche città in cui il parcheggio negli hotel è gratuito (e vi lascio immaginare la grandezza dei parcheggi, ma tranquilli, ci sono i “valet” che parcheggiano per voi e vi riportano la macchina quando l’avrete bisogno). Cosa dire..a me non piace troppo, ma una volta nella vita va vista!

L’elenco in pillole è terminato! Adesso, per chi è arrivato fino in fondo ed è curioso, non resta altro che prendere la cartina degli Stati Uniti e vedere un po’ da quale città partire.
Prometto che seguira un racconto sui Grandi Parchi (altra meta imprescindibile per chi viaggia negli USA) e poi vi darò gli itinerari dei miei viaggi, non si sa mai che possiate prendere spunto…per ora però vi faccio aspettare!

Quanto sono corti i letti nel Nord-Pas de Calais?!

E’ il weekend di Ferragosto. Quest’anno l’estate non è stata benevola con l’Italia, ma per gli italiani il Ferragosto si associa sempre a anguria, spaiggia, mare, vacanzaaaa.
Io, italiana nel mio piccolo Lussemburgo, sono senza ferie e quindi questo weekend casca a fagiolo! 3 giorni pieni di non-far-niente (o quasi).
Come sempre prima di scegliere seleziono i dintorni. GoogleMaps alla mano guardo un po’ a est, ma Berlino è troppo lontana; un po’ a sud, ma alla fine a sud ci si va quando si rientra in Italia e quindi è quasi sempre a disposizione; un po’ a ovest, ma gli amici pargini sono in vacanza altrove. Rimane il nord…mmm…e se andassi nel Nord-Pas de Calais?!
E’ una regione un po’ bistrattata da tutti i francesi e vai a capire perché…vabbuò, non è che racchiuda chissà quali posti da rimanere senza fiato, ma non è poi così male (naturalisticamente parlando). In ogni modo, decido di andare tra gli Ch’tis, così si chiamano gli abitanti di questa regione. Magari avete visto il film “Benvenuti al Sud”, con Claudio Bisio. Ecco, quello si rifà a “Bienvenue chez le Ch’tis”, in italiano tradotto “Benvenuti al Nord”. Paragoni e luoghi comuni alla mano, potete quindi ben capire che idea hanno i francesi di quella regione, eheh.

Decido di andare e decido l’itinerario, prenoto gli alloggi e…poi parlo con Marco, un amico italiano conosciuto qui in Lussemburgo. Una persona con cui c’è feeling e con cui mi sento di poter passare qualche giorno, io, animo da viaggiatrice solitaria da qualche anno a questa parte. Lo convinco senza troppe difficoltà, proponendogli anche di andare là per provare lo char-à-voile (cos’è lo scoprirete tra qualche riga). Un compagno di viaggio eccellente: oltre a non aver obbiettato nulla riguardo all’itinerario, si è pure offerto di guidare. Cosa avrei potuto voler di più?

Partiamo il giovedì sera, post lavoro. 300km abbondanti, fino a Turcoing, vicino a Lille. Chiacchieriamo, ascoltiamo musica, ci dedichiamo un pochino alle cose che ci avrebbero aspettato il giorno dopo. Arriviamo a Turcoing verso le 21.45. Saliamo in camera, lasciamo giù zaino e borsone e decidiamo di andare a Roubaix per mangiare qualcosa.
Pizzeria. Chiuso.
Kebab. Chiuso.
Brasserie. Chiuso.
Bene…non c’è un’anima in giro, se non quelle che mia nonna definirebbe “persone poco raccomandabili”. Troviamo a caso il centro, lasciamo l’auto e passeggiamo in questa cittadina (conosciuta da me solo per l’arrivo della celebre corsa ciclistica Parigi-Roubaix e forse è pure l’unica cosa che la rende famosa) in un silezio quasi tombale. Davanti a noi, un’insegna rossa: Quik, il McDonald’s belga. E’ aperto, non possiamo lasciarcelo sfuggire. Entriamo, ordiniamo e ci dicono che abbiamo 15 minuti per mangiare, perché poi avrebbe chiuso. Oh mizzega. Appena in tempo.
Mangiamo e torniamo in albergo. Lavatina di denti, pigiamino e sotto le coperte. Ehm…ma il letto è corto! Lo nota prima Marco, poi io. Ci ridiamo un po’ su, considerando che non siamo due giganti.

Il giorno dopo andiamo a Lille, la capitale del Nord. Il deserto pure lì. Io cerco di giustificare la cosa “è il 15 agosto, è presto”; non riesco a convincere troppo l’ing. Marco. Scherzi a parte, la città è veramente desolata. A un certo punto ci sorprende pure la pioggia e quindi decidiamo di entrare in una panetteria per far colazione.
Aspettiamo che spiova, rifacciamo un giretto nel centro: Il sole timidamente comincia a uscire e comincia anche ad esesrci qualcuno per le strade e le piazze. Woooow. Qualche foto e ritorniamo alla macchina.
P1020543
Direzione: Calais.
“Questo nome mi dice qualcosa” mi dice Marco. Io, guida alla mano, comincio a leggere. Secondo la guida è il secondo porto mondiale. Ora, né io, né Marco siamo grandi conoscitori degli scambi-merci navali, ma…o erano tutti in sciopero, o non ci è parso di vedere chissà quale via vai (1 nave mercantile e stop) e poi, conti alla mano, c’è sicuramente Rotterdam e…in tutta la Cina ci volete dire che non c’è un porto più grande di quello di Calais?! Insomma, questa cosa non ci convince. Di sicuro però si respira aria di mare.
Parcheggiamo e ci dirigiamo verso il centro e verso il porto. Il sole ci tiene compagnia, passeggiamo, scattiamo qualche foto. Io leggo la guida e scopriamo le curiosità dei vari edifici. Arriviamo al porto, vorremmo mangiare lì, ma i locali non ci attirano particolarmente. Ciò che propongono sono cozze, patatine, cozze, pesce non meglio identificato, patatine, cozze, patatine, cozze,…
Optiamo per due insalatone in una piazza lì vicino e poi ci rimettiamo in auto. Ci aspetta la costa che va da Calais a Boulogne-sur-Mer.

20km di strada tra la campagna, il mare lì di fianco che si fa largo tra i campi e le poche case. Arriviamo a Cap Blanc Nez.
Orde di turisti, macchine parcheggiate in ogni dove. Una camminata di meno di 100m e si arriva a picco sul mare. In lontananza si scorgono le scogliere di Dover, ah sì, ecco…dimenticavo, da Calais parte il tunnel sotto la Manica! Effettivamente l’Inghilterra è proprio lì. A leggere la guida ci saremmo dovuti trovare una scogliera di falesia bianca a picco sul mare. Ora, non che non ci sia, ma non è che la si veda proprio da vicino. Noi ci aspettavamo di poter andarci moooolto più vicino, in realtà si vede da lontanoooo. In ogni caso, approfittiamo lo stesso della vista e decidiamo insieme che altre fermate fare.
P1020572
Sempre affidandoci alla guida (quella, avevamo) ci fermiamo in un altro paesello: Wissant. La descrizione parlava di spiaggie da lasciare senza fiato. Ora, anche qui, ma che spiaggie ha visto chi ha scritto questa guida?! Non ci facciamo comunque prendere dalla delusione e quindi ci godiamo la passeggiata e una gauffre in riva agli scogli (dopo aver trovato un parcheggio con una botta di cu…ehm…fortuna pazzesca).

La prossima fermata è Cap Griz Nez. Qui la costa cambia orientazione: da una parte il mare senza il sole davanti a noi e con l’Inghilterra in lontananza, dall’altra il sole che in qualche ora sarebbe sprofondato nell’orizzonte per il suo tramonto quotidiano.

Qualche passeggiata per ammirare meglio la costa (e per invidiare la Signora che abita proprio lì, vista oceano, come nei migliori romanzi) e torniamo in auto per raggiungere il paese che ci avrebbe ospitato per la notte, Hucqueliers. Arrivo comunicato alla struttura: 20h.
Curva a destra, curva a sinistra, chiacchieriamo piacevolmente orientandoci senza gps ma con la sola piantina della guida e qualche stampata di GoogleMaps preparata da casa. Siamo a meno di 5km dalla struttura, ore 19.45, mi suona il telefono. “Madame Biffi?”…praticamente il signore voleva assicurarsi che stessimo per arrivare e una volta che io ho dato la nostra posizione, ci dice che in meno di 4 minuti saremmo arrivati. Sorridiamo per la precisione del tizio e alla fine arriviamo in questo posto tanto strano quanto bellino per rilassarsi.
E’ una villona e noi abbiamo un monolocale su due piani. Il signore (con delle briciole di pane sulla camicia…si vede che gli abbiamo interrotto la cena, eheh) ci fa fare il tour della struttura: sala della colazione, sala da lettura con camino, sala wifi, giardino, parcheggio, nostra stanza. Ci dice che l’indomani avremmo conosciuto la moglie, per la colazione e il saldo del conto. Per la cena ci suggerisce un paese lì vicino: Montreuil-sur-Mer.
A parte che il mare questo paese lo ha visto in non so quale era glaciale, devo dire che è molto carino. Ci mettiamo una ventina di minuti o più a scegliere dove cenare. Il processo decisionale di una fisica e di un ignegnere non è dei più rapidi (o semplicemente a nessuno dei due piace scegliere). Fatto sta che finiamo in un ristorante “di classe”. Un po’ più pretenzioso di quanto alla fine ci ha offerto, ma…la pancia era piena e il vinello Marco se l’è bevuto. Passeggiata serale al chiaro di luna e poi rientro in albergo.
Lavatina di denti, pigiamino e sotto le coperte. Ehm…ma pure qui il letto è corto!

Al risveglio il sole filtra dalla finestra. Evvaiiii! Io chiamo Monsieur Phillippe, stamattina ci aspetta il char-à-voile e devo accertarmi che sia possibile farlo. Ricevo la conferma, prendiamo zaino e borsone, paghiamo e ci mettiamo sulla strada. In breve tempo arriviamo a Camiers.
Dopo aver visto dove ci saremmo dovuti incontrare da lì a un’oretta, decidiamo di andare alla scoperta di una spiaggia un po’ più a nord: Hardelot. Qui, su tutta la Cote d’Opale, le maree sono padrone delle spiaggie. Il mare si vede quasi con il binocolo e la sabbia si estende per centinaia di metri. A suo modo è affasciante.
P1020618
Ci togliamo le scarpe e decidiamo di andare a pucciare i piedi nell’oceano. Cammina, cammina, ci siamo! Prendo in giro Marco, un po’ restio a causa dell’ipotetica temperatura dell’acqua e…ma…è calda. Cioè…il mare è un po’ zozzino, ma in realtà non è per nulla freddo. Non ce l’aspettavamo! Qualche foto di rito anche qui e poi di corsa in auto.
Andiamo a conoscere Philippe, tipico personaggio da spiaggia, che nella vita non avrebbe potuto far altro che un lavoro di mare: capello disordianto volutamente con gel, occhiale da sole, abbronzatura perenne, pile (la temperatura non è proprio da tropici), costume e infradito. Ci presentiamo, due frasi di circostanza e poi ci dice che il vento non è molto per cui avremmo dovuto ritardare la seduta…ah…già…vi devo dire cos’è il char-a-voile! Tradotto in “carretto a vela” è un triciclo senza pedali e con una grossa vela. Il vento soffia e la vela ti porta in giro, con i piedi lo si guida e con le mani si tiene a bada la vela.
P1020608
Ci spalmiamo sulla spiaggia (con la felpa) e ci rilassiamo un pochino. Alla fine indossiamo il casco e andiamo sul carretto! Io ci rinuncio dopo un’oretta a causa del ginocchio che faceva i capricci e prendo il sole (con k-way), Marco fa avanti e indietro per la spiaggia chilometrica per un’altra ora abbondante. Di ritorno era contento e divertito, un po’ dispiaciuto che io non abbia potuto approfittare del vento della seconda parte, ma, con la gentilezza che lo contraddistingue, mi ringrazia sinceramente per averglielo fatto provare. Io…sono contenta per lui.

Ridendo e scherzando sono le 15h e la nostra pancia è vuota. Ci dirigiamo a sud, verso Berck che la nostra guida definisce “piccolo villaggio di pescatori, popolare e non modaiolo come la vicina Touquet”. Oh-Santo-Cielo quanta gente c’è?! Giriamo almeno 20minuti per trovar parcheggio, poi la pazienza finisce. Ci spostiamo, andiamo in una zona più “portuale e camperistica” e lì per grazia divina troviamo un posto. Scendiamo, acquistiamo due porzioni abbondanti di patatine fritte (sono ormai le 16h30 passate) e le mangiamo un po’ di corsa osservando il mare.

105km per arrivare al nostro prossimo alloggio e ci dobbiamo arrivare prima delle 19h. Una strada noiosetta che non finisce mai. Mamma mia. La stanchezza del sole comincia a farsi sentire. Per fortuna le indicazioni di Lens cominciano a vedersi e quindi ci riattiviamo: destra, sinistra, guarda la strada di qui, guarda di là. Arrivati! La signora ci accoglie con il bimbo in braccio, ci fa vedere l’appartementino, ci propone la colazione marocchina per il giorno dopo (che rifiutiamo), ci propone il parcheggio a pagamento privato (che rifiutiamo), saldiamo il conto e la salutiamo.
Per la cena andiamo in centro. Leggiucchiamo sulla guida cosa offre la città e siamo un po’ spaesati. Sembra non esserci un centro vero e proprio. Sembrano esserci diversi quartieri che si stanno “sviluppando” e scopriamo soprattutto che questa città ospita la succursale del Louvre. La Francia ha deciso di puntare molto su questa regione e su questa città, con un processo di rinnovazione e investimento, fino ad aprire questo museo nel 2012 ocn oltre 200 opere provenienti dal celebre museo parigino.
Museo o no, anche questa città è semideserta. Ci affidiamo a un ristorante elencato sulla guida e sperimentiamo un ottimo pollo con salsine piccanti, verdure crude (e non le solite patate) e birra a condir tutto. L’unico inconveniente: si mangia con le mani. A Marco l’idea non andava troppo a genio, ma a poco a poco è riuscito a gustarsi a fondo il piannot e a ripulire il pollettino ber bene. Concludiamo con un dolcetto e con una signora un po’ fuori di testa che ci attacca bottone e ci racconta del suo b&b da pubblicizzare.

Ritorniamo nell’appartamento. Lavatina di denti, pigiamino e sotto le coperte. Non c’è due senza tre, il letto è corto! Sia io, sia Marco non sempre dormiamo con la testa sul cuscino, per cui è facile che i piedi quasi escano. Eheh. Va beh, sarà anche questo un ricordo di questo weekend.Il giorno dopo è l’ultimo e il tempo non è troppo bello. Andiamo ad Arras, passeggiamo un po’ per la città (deserta, ma ormai ci abbiamo quasi fatto l’abitudine) e decidiamo di attendere le 11h per un brunch da fare in un ristorante suggerito dalla guida. Bene, ovviamente il ristorante non fa più il brunch. Mannaggia. Prendiamo un croissant e un panino da dividere per il viaggio e decidiamo di rientrare in Lussemburgo.
P1020650
Dopo un saaaaacco di strada tra le campagne, arriviamo ad Arlon e poi in Lussemburgo.

Ringrazio Marco per i piacevoli giorni insieme e per avermi fatto da autista in questa gitarella fuori porta. Spero ce ne possano essere altre, per scoprire insieme altri piccoli pezzi di mondo….e alla fine, seppur non partirei mai dall’Italia per vederla, questa regione non è così male. Se si beccano belle giornate, la si apprezza ancora di più, per cui alla fine sono stata contenta della scelta fatta e di aver avuto l’opportunità di conoscere meglio una bella persona, rimirando paesaggi campagnoli e respirando aria di mare.

Ah…una precisazione…avevamo la guida Rutard della regione.
“Cara Routard, sei sempre cara e bellina, ma devo dire che qui si è visto lo zampino del essere campanilisti. Potevi risparmiarti un centinaio di pagine, diciamocelo. Sempre tua affezionata, Margherita”

Il primo viaggio musicale.

Riassettata un po’ la mia vita, comincio a sentirmi a casa in Lussemburgo e nuovi viaggi si delineano nella mia mente.
I grandi viaggi per ora restano nel cassetto, ma il Lussemburgo è al centro dell’Europa e sarebbe un peccato non sfruttarne la posizione.

Guarda qualche sito internet, sfoglia qualche depliant, parla con qualche amico. Vien fuori che In Germania, a 2h30 da Lussemburgo città, c’è Elton John in concerto.
Alzi la mano chi non conosce almeno una sua canzone…e ricordatevi che la colonna sonora del Re Leone è sua, per cui almeno quelle canzoni le avete sentite (su…non fate i vergognosi).
In ogni modo per me è uno di quegli artisti da vedere almeno una volta nella vita e ora ne ho l’occasione. Il prezzo del biglietto non è bassissimo, ma in due decidiamo di comperarlo e lanciarci all’avventura.

Destinazione Hockey Park di Mönchengladbach. Orario di inizio concerto: 19.
Tutto ci fa pensare a una gita fuori porta da accompagnare al viaggio verso il concerto.
Io e Marco partiamo alle 11 (la serata prima era stata impegnativa, necessitavamo di dormire un pochino) e puntiamo verso nord.

Ci fermiamo verso le 12 a Clervaux, un paesello Lussemburghese. Nel suo castello c’è una splendida mostra fotografica: The Family Man.
E’ una delle più grandi esposizioni fotografiche del mondo. Ideata nel 1955 da Edwaerd Steichen per il MoMa di New York; dopo essere stata in giro per più di 150 musei, ora è la mostra permanente del Castello di Clervaux.
Alcune foto sono eccezionali ed è difficile aspetttarsi altro considerando gli autori (Capa, Doisneau, Lange, Cartier-Bresson,…) e gli archivi fotografici (Magnum, Life,…). Alcune foto lasicano senza fiato, ma qui è solo soggettività.
Fotografiamo e ascoltiamo l’audioguida con attenzione. Rimaniamo tra i pannelli della collezione per quasi 2h, senza rendercene conto.
P1020412
Ora è il momento di ripartire.
Tergiversiamo un po’ sul pranzare o meno, ma decidiamo di aspettare la nostra prossima tappa: Aquisgrana.

Varchiamo il confine e arriviamo in Belgio. La nostra gola e la nostra pancia sono messe a dura prova dai cartelli di “pommes frittes”. Le patatine, un’istituzione della cucina belga (…non c’è bisogno di commentare, vero?!)
Raggiungiamo con qualche difficoltà ad Aquisgrana. Parcheggiamo l’auto e passeggiamo verso il centro. Visto il tempo “perso” a Clervaux, non abbiamo tantissimo tempo, ma sappiamo che non abbiamo altro da fare che visitare il Duomo, fare un giretto per sgranchirci le gambe e mettere qualcosa nello stomaco.
Inizialmente la città ci appare un po’ cupa: sono le 15 di domenica pomeriggio e siamo in Germania, non certo a Valencia in riva alla spiaggia.
In realtà quando arriviamo nel centro storico, notiamo che la città nasconde scorci veramente bellini. I ciottoli per terra, le viuzze tra i palazzi antichi, i fiori che adornano la città, sui davanzali e sui lampioni.
Il Duomo, maestoso dall’esterno, con quelle mura un po’ sporche che fanno pensare alla sua storia. Sfarzoso nei dipinti dorati dei soffitti, alto e verticale, grazie alla cupola posta nel suo centro. Le vetrate, immense. Peccato per il poco sole, altrimenti fasci di luce colorati avrebbero illuminato lo scrigno dorato con le spoglie di Carlo Magno.
P1020422
Proseguiamo a passeggiare per il centro, alla ricerca di un posto veloce in cui pranzare…ehm…l’ora era più quella della merenda, ma poco importa.
Troviamo Hanswurst, una catena tedesca che offre, tra le altre cose, panini con salsicciazza, patatine e birra. Cosa vogliamo di più?
Mangiamo all’aperto, godendoci la giornata con sole e qualche nuvola. Ci rilassiamo il giusto, beviamo un espresso e alle 17.30 ripartiamo. Elton ci aspetta.

44 e 61 sono le strade da prendere, il navigatore non ci assiste troppo e ci affidiamo al nostro fiuto. Arriviamo a MonchenQualcosa in perfetto orario. Sono le 18.40, una radler per rinfrescarci e ci dirigimo verso i nostri posti.

Ore 19.05 inizia la magia.
Elton John sale sul palco. Si siede al suo pianoforte. Silenzio. Le dita iniziano a muoversi tra i tasti bianchi e neri e martelletti e corde del suo Yamaha si animano. La musica incanta.
Canta, suona, si alza, riceve appalusi, si inchina per ringraziare.
Scherza con i componenti della sua band. E’ genuino, quasi 70 anni e sembra un ragazzino che suona per la prima volta il suo concerto. E’ lui il primo a godersi lo spettacolo.

P1020477

Dopo ogni canzone una standing ovation delle prime file; avessero potuto, se lo sarebbero abbracciato dopo ogni canzone.
Don’t Let The Sun Go Down On Me, Your Song, Candle in the Wind, Rocket Man, Philadelphia Freedom, Goodbye Yellow Brick Road, The Bitch Is Back, I’m Still Standing, Corcodile Rock, Circle of Life Tiny Dancer (forse la mia preferita, ma come si fa a fare una classifica?),…

Alla fine del concerto sono in estasi, siamo in estasi. Io e Marco continuiamo a ripeterci “Che concerto!”.
C’è ancora luce in cielo. Noi dobbiamo tornare a casa. Pian pianino arriva il buio che avvolge le strade tedesche.
Chiacchieriamo, ci raccontiamo di noi, arriviamo a casa.
La giornata è stata lunga, ma splendida. Non posso che addormentarmi con ancora il pianoforte di Elton John che risuona nella mente e la stella cadente, sulla via del ritorno.
There’s a time for everyone if they only learn
That the twisting kaleidoscope moves us all in turn
There’s a rhyme and reason to the wild outdoors
When the heart of this star-crossed voyager beats in time with yours

“La” City, resa speciale da persone speciali.

Un weekend londinese ci attende. Anche questa volta mi faccio due giorni in compagnia di una super amica, Elisa, per andare a trovare un suo amico, Marco.

Weekend secco: venerdì – domenica. Weekend reso ancora più breve dai ritardi del volo. Tra una cosa e l’altra io ed Elisa arriviamo a Londra quasi alle 3 del sabato. Marco ci aspetta, Mocha di Starbucks in mano, da londinese doc!
Saliamo su un taxi e arriviamo nella suo appartamento a Notting Hill: bellino, accogliente, piccino piccino.
Ci spalmiamo sul letto e ci addormentiamo all’istante.

Sabato sveglia alle 10.30, usciamo con calma per recuperare dalle fatiche della notte precedente e ci concediamo una colazione all’inglese. Uova e bacon accompagnate con un ottimo milkshake!
Con qualche caloria da spendere in corpo, ci facciamo una passeggiata per Portobello Road. Elisa fa qualche acquisto e intanto deliniamo il giretto della prima parte della giornata: St.James Park, Buckingham Palace, il Big Ben e la Westminster Abbey.

Il tempo regge fino al Big Ben, lì…il diluvio! 10minuti, non di più, ma sono sufficienti a renderci umidicci e un po’ infreddoliti. Arriviamo però davanti alla London Eye e ci facciamo tentare dal giro panoramico. La pioggia è scemata e il cielo non è nebbioso, per cui, si sale!
Un bel 30£ per ammirare la città dall’alto, caruccio, ma ne vale la pena…almeno per me, che amo i panorami dall’alto e cerco di non farmene sfuggire nemmeno uno.

Attraversiamo i sotteranei pieni di graffiti e murales della Waterloo station e Elisa (amante dei ponti) chiede di andare a vedere il Tower Bridge. La giornata si è ristabilita, prendiamo la metropolitana e ci dirigiamo verso la fermata London Bridge.
Passeggiamo su e giù, nei dintorni del mitico ponte: i St. Katharine docks, la Tower of London…allarghiamo il giro fino alla St. Paul Cathedral. Riattraversiamo il Tamigi passando sul Millennium Bridge ed è ora di cena! Decidiamo per il pub Anchor Bankside, sufficientemente tipico e con birre e hamuburgherazzi gustosi (20£ circa a testa).
Con la pancia piena e la finale di Champions League vista (per la non gioia di Marco, ahahah) è ora di tornare verso casa.

Proseguiamo qualche chiacchiera sotto il piumone e poi…good night, sleep tight

La domenica ci svegliamo verso le 9, il tempo di prepararsi e accompagnamo il nostro risveglio con un’altra bella colazione gustosa.
Sogniamo un po’ sugli incontri con il principe azzurro, passeggiando per i Kensington Gardens e arriviamo a Hyde Park.
La giornata è calda e soleggiata, se non fosse che l’aereo mio e di Elisa è nel pomeriggio, ci saremmo fatti anche una passeggiata nell’anello d’acqua dedicato a Lady Diana.
Prendiamo la metropolitana e arriviamo a Piccadilly Circus, sicuramente più appariscente in versione notturna, ma sempre caratteristica. La National Gallery, Trafalgar Square e arriva il momento del pranzo.

Serenamente torniamo verso casa per recuperare le valigie e chiamare il taxi per Victoria Station.
Il tempo di prendere una cartolina e ci tocca salutare Marco. Un ottimo ospite, una persona splendida, generosa e con cui è facile parlare di tutto, dalle cose serie a quelle più goliardiche. Una persona che fa sì che un viaggio possa aver ricordi unici.

Grazie Elisa, grazie Marco.

 

60h in Lussemburgo. Il trailer della mia prossima avventura.

Il Lussemburgo, alzi la mano chi lo conosce di già!

In Lussemburgo andrò a viverci e a lavorarci (e volete che non vi romperò le scatoline con qualche racconto?!). Intanto posso dire che…è un posto fuori dal tempo. Ci sono stata per un weekend abbondante. Io e mia madre siamo andate in avanscoperta, per capire un po’ come fosse questo gran ducato, in mezzo all’Europa.

La prima impressione è stata di un paese quasi surreale.
Tutto è pulito, tutto è ordinato, nessuno ha fretta, nessuno è frenetico.
I mezzi funzionano e c’è anche qualche chicca che li contraddistingue: ci sono navette gratuite oltre agli autobus cittadini ed extracittadini, se si sale e c’è posto l’autista aspetta che ci sieda, poco fuori città c’è un supermercato non vicinissimo alla fermata…la soluzione…i carrelli si posso lasciare vicino alla fermata, così la gente non fa fatica 🙂
Le persone nei quartieri residenziali salutano per strada (un po’ come in montagna).
Nei parchi i bambini non urlano e non schiamazzano, si godono semplicemente il verde e i giochi.
La cultura è proprio diversa dalla nostra, senza però il rigore svizzero, probabilmente anche grazie al benessere presente.
I ristoranti difficilmente sono specchietti per allodole, la città non è certo turistica, per cui anche mangiarsi una bella costata nella piazza principale non è né un furto, né una fregatura sulla qualità.

Sarà che dovevo essere ottimista, ma per le mie prime 60h in città, non ho voluto cercare e trovare cose negative. Non mi sono neanche dedicata al turismo; non so i palazzi che nasconde, i musei o le esposizioni, i teatri. Nulla.
Gli unici obiettivi di queste prime giornate lussemburghesi erano conoscere i miei futuri nuovi colleghi (fatto), trovare casa (fatto) e rilassarmi, approfittando del sole, in compagnia di mia madre (fatto). Nulla più, nulla meno. Sarà tutto un divenire…

Il vero racconto di viaggio lo lascerò al futuro, intanto, mi sa che il Lussemburgo è un paese da scoprire e che mi piacerà!

Viaggio d’aprile: Palermo.

In maniera un po’ casuale scelgo la destinazione di questo mese. Avevo un buono per spendere una notte da qualche parte, sfoglia che ti risfoglia, dal catalogo pesco Palermo! Una rapida occhiata ai prezzi dei voli e…presto, fatto…si prenota.
Penso a chi potrebbe essere interessato a venire con me (la prenotazione nel b&b era per due) ed Elisa si offre volontaria. A Palermo c’è il suo amico Marco ed è l’occasione per andarlo a salutare

Pronti via, il sabato mattina si parte da Bergamo. Sole splendente. Si decolla.
Arriviamo a Punta Raisi con un tempo novembrino. Uffa, neanche a farlo apposta, abbiamo beccato non certo il migliore dei weekend. Noi, che sognavamo 36h con il profumo del mare, ci ritroviamo con il profumo della pioggia.
Pazienza.
Marco ci viene a prendere all’aeroporto e prima di arrivare a Palermo ci porta a vedere la spiaggia di Mondello. Nonostante il cielo minacci pioggia, il panorama è comunque bello. Voglio fare una foto, scendiamo, Elisa e Marco si fermano sul lungomare, io mi dirigo verso la riva…3…2…1…acqua a catinelle! Di corsa tutti in macchina, direzione città.

Image

Sotto l’acqua, la fame comincia a farsi sentire e Marco ci porta al Bar Alba, uno dei bar più famosi della città in cui gustiamo delle gustosissime arancinE (qui, sono femmine!), panzerotti, gelati, dolci,…e vediamo pure Pippo Baudo, il Pippo nazionale! Sorridiamo per la casualità e continuiamo a magnà!

Sotto l’acqua, recuperiamo qualche ombrello da casa di Marco e decidiamo di andare al nostro b&b per lasciare giù le valigie. Inseriamo la via nel navigatore e e Marco ci prende in giro: è una via dietro alla stazione (già lo sapevo), nel quartiere della cittadella universitaria (questo no). Insomma, non certo la zona più “in” della città. Arriviamo nella via e cominciamo a ridere, del b&b non c’è traccia. Rifacciamo il giro e…eccolo! Una piccola porticina con l’insegna scritta a mano su quattro piastrelle: “Al Galileo siciliano”. Suoniamo, apriamo la porta e tutto cambia. Un b&b molto, molto carino. Ristrutturato e accogliente, con camere spaziosissime. Il tempo di registrare i documenti e ci ridirigiamo verso il centro.

Marco decide di portarci al “Mercato del Capo”.
Sotto l’acqua, parcheggiamo la macchina e iniziamo a camminare. Ci facciamo largo tra le bancarelle di pesce, spezie, frutta e verdura. Per poi passare ad altre viuzze, con tessuti, abiti, oggettistica varia. Il teatro Politeama, il teatro Massimo, via Libertà.

Image

Sotto l’acqua, arrivano le 18, io ed Elisa siamo sveglie dalle 6. Siamo tutti bagnati come pulcini. Ci serve un po’ di riposo e una sana doccia calda. Torniamo al b&b e diamo appuntamento a Marco per le 20.30.

Finalmente non piove più. Sono le 21 e Marco ci porta a mangaire una buona pizza da Mudù per poi spostarci in un locale poco distante, “Bacco e carpaccio”. Lì ci aspetta una coppia di amici di Marco e nel locale una band suona dal vivo. Il lcoale è parecchio pieno e quindi restiamo in piedi a chiacchierare piacevolmente. Dentro, perché fuori nel frattempo ha ricominciato a piovere (seppur a sprazzi e in meniera meno intensa).
Altri amici di Marco sono in da un’altra parte, ma sì, raggiungiamo anche loro! Rimaniamo pochino, sono le 2, siamo stanche e soprattutto vorremmo goderci la domenica: il meteo sembra nettamente migliore!

Domenica mattina. Il sole! I pantaloncini corti mi vengono vietati, ma quanto meno posso usare gli occhiali da sole!
Visita al Palazzo dei Normanni, che spettacolo. L’oro della Cappella Palatina brilla, i mosaici e i dipinti sono da ammirare. Il loggiato, le sale del palazzo…
Usciti da lì, ci dirigiamo verso la Cattedrale, prima di rislaire in auto. Direzione: San Martino delle Scale e Monreale.

Image

Un buon pranzo alla Forneria Messina è quello che ci vuole. Sfincione rosso e sfincione bianco, affettati, formaggi e un bel piatto di carne. Con la pancia piena e il sole che ci tiene compagnia, andiamo a visitare la Cattedrale di Monreale. Il portico esterno ci conduce nella Basilica. I mosaici, l’oro dei dipinti, l’organo a canne.

Si torna in città, per ammirarla con il sole.
Via Maqueda, Piazza Vigliena e i Quattro Canti, la Chiesa della Magione e il suo chiostro. Il lungo mare del Foro Italico, rimesso a nuovo di recente, con aquiloni in cielo. Via Cala con le barche a vela.
La pioggia è affascinante, ma non permette a Palermo di vivere della propria luce. Oggi sembra quasi un’altra città.

Image

Una coca-cola per rinfrescarci, prima di arrivare in piazza San Domenico e salire sulla terrazza della Rinascente. Il sole sta per tramontare e quindi ci tocca ritornare verso l’auto.

La giornata è quasi finita e il volo per tornare su al nord ci aspetta. Passiamo a salutare altri amici di Elisa, proprio pirma di andare verso l’aeroporto. Ci offrono di salire per mangiare un piatto di pasta aglio, olio e peperoncino, ma l’aereo ci aspetta.

Abbracciamo Marco e il suo sorriso, con la promessa di tornare per qualche giorno in più in questa magnifica città millenaria. Per un sano relax tra spiaggia, mare, monumenti e cibi di strada. Con il sole, questa volta.

 

 

Quanto monotona sarebbe la faccia della terra senza le montagne. (Kant)

È ottobre e comincio a sognare un capodanno sulla neve. Guardo il calendario e con pochi giorni di ferie si riesce a fare una settimanina. Il ricordo delle settimane bianche! Quanto tempo! Basta, ho deciso, devo convincere qualche amico per un capodanno sciistico.

Tutti mi dicono che sono incerti, magari si riesca a fare qualche viaggio…io mi faccio tentare, ma nessuna offerta di voli/destinazioni mi incanta. Rimango della mia idea, quest’anno neve!

Mando valanghe di mail, per trovare la sistemazione giusta, il buon compromesso di luogo/piste da sci/dintorni. Nel frattempo convinco Cecilia, la mia compare dei capodanni da 4 anni a questa parte e lei mi lascia carta bianca.

La scelta è presto fatta: la val di Fassa ci aspetta. Siamo in 2 con una casa per 5 da riempire. Devo raccattar su altra gente, che si possa amalgamare bene e così…giorno dopo giorno…la casa è al completo: io, Cecilia, Adel, Barbara e Francesca.

Image

Il 26 si parte con destinazione Soraga. Spesa fatta, macchine cariche. Il viaggio è abbastanza avventuroso; una tempesta di neve rallenta la nostra andatura e arriviamo alla casetta della famiglia Brunel (Casa Enrosadira) per le 18, sotto una nevicata pesantissima.

Assegnazione dei posti letto, cena tutti insieme a base di trofie al pesto (tipiche trentine…ahah) e decidiamo come organizzare le giornate dei giorni successivi.

Sveglia alle 7.30 e…sorpresa…non c’è il “cagacavolo” del gruppo che rallenta o è ritardatario. Siamo organizzatissimi e alle 9 siamo già coin lo skipass fatto e pronte a salire sullo skibus per l’Alpe Lusia. Splendida prima giornata! Sole, sole, sole. Nessun invasato dello sci/snowboard e quindi ognuno va alla sua andatura, ma senza farsi rallentare troppo dagli altri. Adel e Cecilia fanno a gara di cadute, il bilancio a fine giornata sarà 5 a 4 per Adel.

Pranzo abbondante al rifugio (Rifugio Lusia) dove rimaniamo soddisfatti del pranzo, ma basiti dalla richiesta di 1€ per un piatto vuoto. Qualche altra pista nel pomeriggio e poi rientriamo con il bus, il tempo di lasciar giù l’attrezzatura a Soraga e riprendiamo l’auto per un giretto a Moena, il paesello più bellino e caratteristico dei dintorni. Qualche fotografia e poi spritz e birra in un bar del centro. La sera passa via liscia e il mattino dopo ci avrebbe raggiunto Pietro, per una giornata insieme sulla neve.

Il 28 cambiamo località e ce ne andiamo in alta Val di Fassa: parcheggiamo a Campitello e saliamo con la funivia, per goderci le discese che vanno dal passo Sella al passo Pordoi. Altra giornata splendida. Pranzo al rifugio sul passo Pordoi (Risotrante Maria, con cicchetto finale offerto) e poi ci lasciamo conquistare dal sole e dalla voglia di ammirare il paesaggio e saliamo su, su, su in cima con la funivia e arriviamo sulla terrazza a 3000m, da cui dominiamo le montagne circostanti. Che spettacolo!

Image

Torniamo verso Campitello, questa sera ci aspetta la cena in rifugio con salita in motoslitta e discesa in slittino. Purtroppo abbiamo dovuto scegliere un ritstorantino non troppo immerso nelle montagne, tutti gli altri erano già completi. Arriviamo alla baita “Al Crocifisso” per le 20.15 e devo dire che il cibo non ci ha pienamente soddisfatti…personalmente il dolce era molto buono (e ipercalorico), ma il resto niente di che. Beviamo un po’ di vino, un po’ di birra e siamo pronti per la discesa in slittino al buio nel bosco. La sola luce è quella della luna e delle stelle. 5 minuti di ritorno all’infanzia, arrivati alla fine avremmo voluto rifarlo ancora e ancora, ma purtroppo i nostri quasi 30 anni si fanno sentire e non ci resta che tornare a casa.

Comincia a nevischiare e il meteo del 29 non è troppo buono. Ci addormentiamo e decidiamo di rimandare al mattino successivo il dafarsi. La sveglia è sempre alle 7.30, ma le nubi basse incombono, rimaniamo un’oretta in più a letto e poi chiamiamo l’ufficio turistico. Le notizie sono buone, la visibilità non è eccellente, ma in quota non nevica e le piste sono aperte.

Io e Barbara oggi ci diamo allo snowboard e torniamo sull’Alpe Lusia. Effettivamente la visibilità non è il massimo, ma a sprazzi la giornata regala anche qualche raggio di sole. Non ci facciamo mancare il pranzo al rifugio (Baita El Zirmo) e dopo le discese del pomeriggio ci rimettiamo in auto. Pietro torna a Milano, noi facciamo un giretto (non soddisfacente) a Pozza di Fassa. Il paese di per sé non è brutto, ma il fatto che la strada principale sia molto trafficata rovina tutto. Neanche fossimo vista autostrada, l’odore di smog è predominante. Niente, ce ne torniamo a casa senza aperitivo…ci accontentiamo di quello fatto in casa, prima della cena a base di affettati e formaggio di tipici. Andiamo a letto presto, il giorno dopo il meteo è dalla nostra parte e ci aspetta il Sella Ronda.

Sveglia presto, auto cariche. Arriviamo fino a Canazei e prendiamo la cabinovia per salire al Belvedere. La giornata sarà lunga, già lo sappiamo, e decidiamo di fare il Sella Ronda in senso antiorario…scelta fortunata, a meta mattina scopriamo che il giro nell’altro senso è stato chiuso per un problema ad un impianto.

Arriviamo a Porta Vescovo e io tento Barbara e Adel con la pista nera. Piccola deviazione che ci sarebbe costata una mezz’oretta, ma che per me ne valeva la pena. Francesca e Cecilia ci aspettano all’arrivo, noi tre prendiamo la funvia e saliamo in cima, lì…l’inspiegabile…ci perdiamo! Io e Adel non vediamo Barbara, Barbara non vede noi e quindi…io e Adel arriviamo a valle urlando “Houston abbiamo un problema, Barbara non sappiamo dove sia”. Arriva poco dopo. Rimane il mistero di dove ci siamo divisi, ma ricominciamo il giro ufficiale. Critichiamo un po’ gli impianti di risalita un po’ scarsi per la quantità di persone presenti e che fan si che si creino intasamenti notevoli.

Superiamo il Passo Campolongo. Il sole splende, ma la temperatura è bella fredda. I panorami che però vediamo valgono la fatica (che poi è relativa, dato che spesso si sta sulle seggiovie). Le valli si susseguono: la Val Badia con Corvara e Colfosco, la Val Gardena (lì, l’altra mia pista del cuore, ma siamo in ritardo e non propongo deviazioni) con Selva e Plan de Gralba. Arriviamo sul Passo Sella e…davanti a noi una fila interminabile alla seggiovia…sono le 14…decidiamo di concederci un paninazzo: hamburger, patatine e alette di pollo da condividere.

Quasi 1h di coda per salire sull’impianto, poi freddo, freddo , freddo a fenderci la faccia. Una discesina, altra seggiovia e poi dritti fino a Canazei…in teoria. In pratica la pista per arrivare in paese è chiusa, per cui siamo in ritardissimo! Ancora due impianti da prendere e siamo quasi alla chiusura degli impianti! Fortuna che non siamo gli unici e infatti ci facciamo l’ultima discesa in compagnia di parecchia altra gente, prima id prendere la cabinovia e toglierci gli scarponi.

Vista la moltitudine di auto in coda per rientrare verso Soraga, lasciamo l’attrezzatura in auto e andiamo a farci una birretta post-sciata nel centro storico di Canazei. Un po’ di relax per concludere la giornata.

Image

Il giorno dopo è il 31, Francesca ci saluta per raggiungere la Romagna. Noi facciamo una rapida spesa per la cena e poi decidiamo di andare verso Falcade e il Passo San Pellegrino, dove alla sera ci sarebbe stata anche una fiaccolata.

Giornata splendida che io e Cecilia decidiamo di dedicare un po’ al riposo. Qualche sciata e poi Barbara e Adel proseguono, io e Cecilia ci mettiamo a chiacchierare e prendere il sole al rifugio Gigio Picol. Gli altri ci raggiungono per il pranzo, il miglior pranzo della settimana!

Altre sciate, altro stop per gustare sole e cioccolata. Attendiamo la fiaccolata, che però si rivela non un granché. Ce ne andiamo a casa infreddoliti, ma… con la cena che ci aspetta!

Cena abbondante, senza esagerazioni e senza sfarzi (come ci fa notare scherzosamente Barbara) e finiti i dolci, ci prepariamo per la serata. Si va a festeggiare l’arrivo del 2014 in piazza  a Moena.

Il 2013 ci saluta, lascia spazio al 2014. 365 nuovi giorni da riempire, nella speranza che i giorni sereni e spensierati siano sempre di più di quelli dell’anno prima.

 

 

 

Ti porto a Porto, a bere un po’ di Porto.

Quest’anno il ponte di Sant’Ambrogio (per me che sono milanese) del 7-8 dicembre non permetteva chissà che viaggio. Un weekend d’inverno come un altro.

È però l’occasione per rispettare una promessa di un “viaggio insieme” fatta a una carissima amica e così…si prenota. Weekendino sulla neve? No! Weekend mordi&fuggi in Portogallo. Destinazione: Porto.

Image

Della città avevo ricevuto una descrizione entusiasta da un amico che ci era stato ad agosto, aggiungiamoci un ottimo prezzo per volo e alloggio e aggiungiamoci che con Ryanair (non certo la mia comapgnia aerea preferita, ma devo ammettere che ogni tanto propone offerte difficili da rifiutare) si parte il venerdì sera e si torna la domenica sera. La destinazione è presto scelta e non ci resta che partire.

Rapido sguardo al meteo qualche giorno prima, poi…il giovedì…cominciano a susseguirsi notizie di voli cancellati nel nord Europa a causa di una perturbazione che potrebbe spostarsi verso sud. Non ci lasciamo troppo intimidire e senza alcun timore arriviamo a Orio al Serio giusto in tempo per mangiare un panino e imbarcarci.

2h35 di volo, lancette indietro di un’ora e il viaggio comincia. La temperatura è piacevole: 12/14°C alle 23, umidità bassissima, cielo sereno…non ci sembra vero.

Arriviamo in hotel (Vivacity) e ci rendiamo subito conto che siamo fortunate ad essere italiane. L’inglese è una lingua pseudo sconosciuta per cui ci si parla in portoghese-italiano, sarei stata curiosa di vedere uno scambio di battute tra un tedesco e un portoghese 😀 .

Il giorno dopo, colazione nel bar sotto l’albergo e organizzazione della giornata. Proprio dietro all’albergo c’è l’Igreja do Carmo, famosa per i suoi caratteristici azulejos, queste piastrelle dipinte che conferiscono alla chiesa una propria personalità. Gli azulejos si trovano un po’ ovunque in giro per la città e più in generale molti palazzi vecchi hanno piastrelle colorate che li ricoprono. Nonostante quindi la città sia abbastanza povera, queste facciate la rendono proprio luminosa, grazie anche al sole che ci ha accompagnato per tutti e due i giorni.

Lasciata la prima delle tante chiese che avremmo visto, facciamo una tappa all’ufficio turistico per fare la PortoCard: libero accesso a bus e metro e sconti su alcune attrazioni turistiche. Al netto forse ci è convenuta, ma due precisazioni: Porto è piccolina piccolina, si gira abbastanza facilmente a piedi (se non fosse che è tutta un saliscendi, per cui può essere faticoso) e in questa carta non sono compresi i tram “storici” e la funicolare (la funivia non lo so, non ci siamo informate).

PortoCard in mano, ci dirigiamo verso il mercato di Bolhao. Mercato di frutta, verdura, fiori, tessuti,…un classico mercato di quartiere. Caratteristico nel suo insieme e pieno di gente che passeggia al suo interno. La nostra prossima destinazione è il lungo fiume, il Douro.

Sali, scendi,…ci imbattiamo nella stazione ferroviaria di Porto, caratteristica al suo interno per gli azulejos (ma dai?!) e che dall’esterno ricorda vagamente il museo d’Orsay (sempre caro a noi ex-parigine).
Risali, riscendi,…finalmente vediamo il corso d’acqua. Arriviamo al fiume (un grande fiume!) e il ponte Luis I ci sovrasta. Il sole si specchia dentro l’acqua, dall’altra parte della riva si scorgono le insegne delle cantine vinicole e…beh…una birretta non si può non prendere!

Due mezze calzette come noi, ne risentono un po’ di questa birra e decidiamo di prendere il bus per andare verso l’oceano. La passeggiata lungo mare l’avremmo rimandata post pranzo.

Una ventina di minuti abbondanti per arrivare alla spiaggia (in realtà noi decidiamo di andare “il più a nord possibile” per poi ridiscendere, per cui non scendiamo alle prime fermate lungo oceano). Arriviamo in un posto più o meno a caso e rimaniamo affascinate dalla spiaggia, dalle onde, dai surfisti (! – Simone, questa specificazione è tutta per te -). Camminiamo nella sabbia, ci bagnamo mani e piedi (questi non proprio volutamente) e poi scegliamo di pranzare osservando il mare, immerse nel fantastico tepore della giornata.

Chiacchiera, mangia e sbevazza…si è fatto un po’ tardi. Al piacere della camminata ascoltando le onde però non ci rinunciamo e cambiamo un po’ i piani: la crocerina sul fiume e il giro delle cantine lo faremo domani, oggi terminiamo il girovagare per la città, scorgendo angoli nascosti e rimirando la città dall’alto, all’imbrunire.

Dopo una breve sosta in hotel per rinfrescarci e riposarci un pochino, di nuovo fuori, di nuovo lungo fiume. La Lonley Plante ci suggerisce un ristorantino, ma è tutto completo, ci chiedono di tornare per le 22. Decidiamo quindi di andare dall’altra parte del fiume. Il tempo così può scorrere e approfittiamo di ciò per vedere la Ribeira (questo il nome del quartiere lungo fiume di Porto) illuminata.

L’altra parte del fiume non è sotto il comune di Porto, bensì è un altro paesino che si chiama Vila Nova de Gaia. Altro camminare e altro ristorante suggerito dalla guida, ma non lo troviamo! Non troviamo nemmeno la via, mannaggia. Decidiamo di chiedere a un passante…ehm…forse non la migliore delle idee. Questo gentile signore ci tiene 5 minuti a parlare in portoghese, con noi che capiamo una parola su 10 e nulla più. Alla fine salutiamo con un sorriso e decidiamo che nonostante sia un po’ prima di quanto ci avevano detto, riproviamo nel primo ristorante. Riattraversiamo il ponte, arriviamo alla porta del ristorante e in realtà non ci rispondono benissimo e decidiamo di non aspettare più, ma di provare un ristorante che ci aveva incuriosito sulla strada. Scelta ottima! “Ora Viva”, personale cordiale e sorridente, parlante inglese  e anche un po’ di italiano! Il pesce era veramente buono e il rapporto qualità/prezzo eccezionale (anche se Porto è una città particolarmente economica).

Prima di andare a letto, dobbiamo fare alcune foto: c’è l’albero di Natale, non vorremo perdercelo?! Andiamo quindi in una delle piazze principali, dove oltre all’albero di luci, sono presenti dei simpatici dondoli corredati di parole scritte con alcune lampadine. Qualche foto stupida lì, qualche risata di là…è giunta l’ora di tornare in albergo. La giornata dopo sarebbe stata un po’ impegnativa.

Sveglia presto (alle 8, insomma, per essere una domenica, è stata presto J) e colazione lungo la strada. Rimaniamo deluse dal Palácio da Bolsa che è chiuso e quindi non visitabile, nonostante non sia specificato. Decidiamo quindi di fare la crociera dei 6 ponti lungo il Douro e andiamo sul fiume, prenotiamo la crociera per le 11 e la signorina ci dice che nel biglietto sono compresi gli assaggi di porto in due cantine: la Porto Cruz e la Quevedo. Un rapido sguardo all’orologio, sono le 10…da brave “alcoliste per un giorno” andiamo a farci un cicchetto presso la Quevedo. Porto bianco per me, Porto rosè per Elisa. Sono quasi le 11 e prima di andare verso l’imbarcazione passiamo dalla sede della Sandeman, altra cantina in cui vorremo fare il tour. Ci prenotiamo per quello delle 12, tutto calcolato al minuto!

Il giro in barca sul fiume è sufficiente per farci prendere un po’ di freschino, ma è rilassante il giusto e ci godiamo il paesaggio. Alla fine queste cose, seppur turistiche, hanno un sapore particolare.
Scese dalla barca andiamo alla Sandeman, dove oltre al Porto finale che ci berremo (bianco e ruby, per non farci mancare nulla), scopriamo come nasce il vino caratteristico della città e famoso in tutto il mondo.

Uscite dalla cantina e dopo il 3 bicchiere di Proto della mattinata, necessitiamo di qualcosa da mettere nello stomaco, prima di procedere all’ultimo assaggio del Porto Cruz.

Ora, finita la visita alcolica, non ci restano che due cose da fare: salire sulla torre dos Clérigos e andare alla Casa da Musica. Ci rendiamo conto che però non riusciremmo a fare tutto e quindi, vista la stanchezza (e l’alcool) nelle gambe, optiamo per evitare i 260 scalini della torre, a favore di una più tranquilla visita della Casa da Musica.

Arriviamo semi stremate alla Casa da Musica, dopo aver recuperato le valigie in hotel. Grazie al ragazzo gentilissimo della biglietteria della Casa da Musica vediamo che abbiamo il tempo perfetto per fare la visita guidata e prendere poi l’ultima metro accettabile per non perdere il volo. Tour in inglese (per la non gioia di Elisa, eheh) e scopriamo la genialità del progetto di questa sala concerti. Avveniristica, ma ben calata nella città. Funzionale e perfetta per far apprezzare la musica in ogni sua forma. Rimaniamo soddisfatte della scelta fatta e non ci resta che andare in aeroporto.

Il nostro weekend è arrivato quasi alla fine, non ci resta che prendere un po’ di Pringles per tamponare la fame in aereo. Il viaggio scorre e gli occhi si chiudono. All’arrivo a Bergamo troviamo l’auto tutta ghiacciata; era prevedibile, ma passare da 12-15°C a qualche grado sottozero è stato un po’ uno shock. Soddisfatte da tutto rientriamo a casa e alla settimana lavorativa che ci aspetta, in attesa del prossimo viaggio insieme e del Natale che ormai è alle porte.