Point break in Cantabria – “Io credo che neanche tu hai ancora capito il vero spirito del surf. È uno stato mentale, dove prima ti perdi e poi ti ritrovi”

Ho voglia di vacanza. Ho voglia di una vacanza da sola. Ho voglia di un dolce far niente. Prenoto un volo aereo: Charleroi-Santander; prenoto l’alloggio e la scuola surf: La Curva. Destinazione finale: Loredo, in Cantabria. Non avevo mai fatto surf in vita mia, a trent’anni si può ancora provare. Faccio lo zaino e si parte.
Flibco (bus Luxembourg-Charleroi), volo Ryanair (Charleroi-Santander), autobus cittadino dall’aeroporto fino alla città e poi traghettino fino a Somo. Trovo Damian che mi aspetta, sorridente e spensierato sul suo furgoncino sgangherato.
Ci facciamo due chiacchiere, da dove vieni, cosa fai, solite cose. Poi è il mio turno e lui mi racconta un po’ di sé. Mi lascia in albergo e ci diamo appuntamento per la mattina successiva.

La settimana è volata, nonostante il “brutto” tempo…relativo, per carità…in Lussemburgo nevicava, da me ha solo piovuto qualche volta e la felpa è stata la mia migliore compagna di viaggio.
È stato interessante essere “fuori stagione” in un paesello spagnolo:
– nessuno parla inglese: “hola, que tal?” “bien, how are you?” e la risposta è mutismo e una faccia che neanche avessi chiesto il terzo principio della termodinamica
– tutti passano il tempo al bar, di cosa vivano mi è oscuro, se non sono al bar, sono sulla spiaggia a fare surf
– la cena è alle 22 e il pranzo non esiste, basta mangiare patatine come se non ci fosse un domani, a non importa che ora della giornata
– dopo le 13.30 vuoi non farti un pisolino? si ricomincia a lavorare verso le 17. Il pomeriggio quindi o dormi, o vai sulla spiaggia, o ti fai una passeggiata; scordati di interagire con le persone .
In quella zona è bello fare delle passeggiate lungo la spiaggia, ma anche nell’entroterra. Da Loredo si può andare a Somo lungo mare, oppure a Langre, tra le colline, per arrivare alla scogliera che ne crea le spiagge. C’è poi il Cammino del Nord che porta a Santiago de Compostela e si incontrano parecchie persone con il loro zaino. C’è infine Santander, una cittadina rilassante e bellina da vedere in un pomeriggio.

Il surf qui è una ragione di vita. Damian mi racconta di quanta gente venga in qualsiasi periodo dell’anno, perché questo è uno dei posti più conosciuti e con le migliori onde: di diverso tipo e di diversa altezza, più o meno a ogni ora della giornata.
Il primo giorno non sapevo cosa mi aspettasse e forse è stato il miglior giorno, diciamo che ho capito che non è il mio sport, nonostante sia sicuramente divertente.
Dopo il primo giorno (per non parlare dopo al terzo) le braccia e i pettorali non li senti più, non riesci nemmeno a sollevare un bicchiere per bere.
La fatica che si fa a “uscire” per andare a prendere l’onda è proporzionale all’inettitudine del principiante (io) che sfida le onde, le prende dritte e…l’onda vince sempre riportandolo 3m più indietro. C’è quindi da capire il mare (che non è mai stato un mio grande amico, senza ragioni particolari) e come aggirare la sua forza.
Una volta al largo, ci si siede sulla tavola, si riprende fiato e si deve scegliere l’onda. Facile a dirsi, a farsi…un po’ meno. L’onda arriva e “paddle, paddle, paddle; one two three” e in teoria dovresti ritrovarti in piedi sulla tavola.
Ehm…questa è la teoria, in pratica: o sbagli il tempo, o non hai la forza, o metti male mani/piedi e l’85% delle volte ti ritrovi in ginocchio a surfare a quattro zampe oppure cadi dopo un nanosecondo che ti sei messo in piedi. Però, perché c’è sempre un però, il 25% delle volte che ti ritrovi in piedi, ti senti un fenomeno.
Poi arrivi a riva e ti ricordi che devi nuovamente nuotare per riprendere un’altra onda. Ohmammasanta.

Scherzi a parte, mi dò una futura altra chance per provare a surfare, ma non mi ha conquistata. Di sicuro però è un modo di stare nel mare, a contatto con l’acqua, unico. Fai quattro chiacchiere con quelli che sono lì ad aspettare le onde, gioisci per loro (se sono principianti come te) quando riescono a prendere l’onda, ammiri chi ce la fa come se stesse mangiando un gelato, ti fai prendere in giro quando prendi culate e spanciate lanciandoti dalla tavola. Insomma, è un mondo a sé, che è stato bello vivere per una settimana.

Quanto sono corti i letti nel Nord-Pas de Calais?!

E’ il weekend di Ferragosto. Quest’anno l’estate non è stata benevola con l’Italia, ma per gli italiani il Ferragosto si associa sempre a anguria, spaiggia, mare, vacanzaaaa.
Io, italiana nel mio piccolo Lussemburgo, sono senza ferie e quindi questo weekend casca a fagiolo! 3 giorni pieni di non-far-niente (o quasi).
Come sempre prima di scegliere seleziono i dintorni. GoogleMaps alla mano guardo un po’ a est, ma Berlino è troppo lontana; un po’ a sud, ma alla fine a sud ci si va quando si rientra in Italia e quindi è quasi sempre a disposizione; un po’ a ovest, ma gli amici pargini sono in vacanza altrove. Rimane il nord…mmm…e se andassi nel Nord-Pas de Calais?!
E’ una regione un po’ bistrattata da tutti i francesi e vai a capire perché…vabbuò, non è che racchiuda chissà quali posti da rimanere senza fiato, ma non è poi così male (naturalisticamente parlando). In ogni modo, decido di andare tra gli Ch’tis, così si chiamano gli abitanti di questa regione. Magari avete visto il film “Benvenuti al Sud”, con Claudio Bisio. Ecco, quello si rifà a “Bienvenue chez le Ch’tis”, in italiano tradotto “Benvenuti al Nord”. Paragoni e luoghi comuni alla mano, potete quindi ben capire che idea hanno i francesi di quella regione, eheh.

Decido di andare e decido l’itinerario, prenoto gli alloggi e…poi parlo con Marco, un amico italiano conosciuto qui in Lussemburgo. Una persona con cui c’è feeling e con cui mi sento di poter passare qualche giorno, io, animo da viaggiatrice solitaria da qualche anno a questa parte. Lo convinco senza troppe difficoltà, proponendogli anche di andare là per provare lo char-à-voile (cos’è lo scoprirete tra qualche riga). Un compagno di viaggio eccellente: oltre a non aver obbiettato nulla riguardo all’itinerario, si è pure offerto di guidare. Cosa avrei potuto voler di più?

Partiamo il giovedì sera, post lavoro. 300km abbondanti, fino a Turcoing, vicino a Lille. Chiacchieriamo, ascoltiamo musica, ci dedichiamo un pochino alle cose che ci avrebbero aspettato il giorno dopo. Arriviamo a Turcoing verso le 21.45. Saliamo in camera, lasciamo giù zaino e borsone e decidiamo di andare a Roubaix per mangiare qualcosa.
Pizzeria. Chiuso.
Kebab. Chiuso.
Brasserie. Chiuso.
Bene…non c’è un’anima in giro, se non quelle che mia nonna definirebbe “persone poco raccomandabili”. Troviamo a caso il centro, lasciamo l’auto e passeggiamo in questa cittadina (conosciuta da me solo per l’arrivo della celebre corsa ciclistica Parigi-Roubaix e forse è pure l’unica cosa che la rende famosa) in un silezio quasi tombale. Davanti a noi, un’insegna rossa: Quik, il McDonald’s belga. E’ aperto, non possiamo lasciarcelo sfuggire. Entriamo, ordiniamo e ci dicono che abbiamo 15 minuti per mangiare, perché poi avrebbe chiuso. Oh mizzega. Appena in tempo.
Mangiamo e torniamo in albergo. Lavatina di denti, pigiamino e sotto le coperte. Ehm…ma il letto è corto! Lo nota prima Marco, poi io. Ci ridiamo un po’ su, considerando che non siamo due giganti.

Il giorno dopo andiamo a Lille, la capitale del Nord. Il deserto pure lì. Io cerco di giustificare la cosa “è il 15 agosto, è presto”; non riesco a convincere troppo l’ing. Marco. Scherzi a parte, la città è veramente desolata. A un certo punto ci sorprende pure la pioggia e quindi decidiamo di entrare in una panetteria per far colazione.
Aspettiamo che spiova, rifacciamo un giretto nel centro: Il sole timidamente comincia a uscire e comincia anche ad esesrci qualcuno per le strade e le piazze. Woooow. Qualche foto e ritorniamo alla macchina.
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Direzione: Calais.
“Questo nome mi dice qualcosa” mi dice Marco. Io, guida alla mano, comincio a leggere. Secondo la guida è il secondo porto mondiale. Ora, né io, né Marco siamo grandi conoscitori degli scambi-merci navali, ma…o erano tutti in sciopero, o non ci è parso di vedere chissà quale via vai (1 nave mercantile e stop) e poi, conti alla mano, c’è sicuramente Rotterdam e…in tutta la Cina ci volete dire che non c’è un porto più grande di quello di Calais?! Insomma, questa cosa non ci convince. Di sicuro però si respira aria di mare.
Parcheggiamo e ci dirigiamo verso il centro e verso il porto. Il sole ci tiene compagnia, passeggiamo, scattiamo qualche foto. Io leggo la guida e scopriamo le curiosità dei vari edifici. Arriviamo al porto, vorremmo mangiare lì, ma i locali non ci attirano particolarmente. Ciò che propongono sono cozze, patatine, cozze, pesce non meglio identificato, patatine, cozze, patatine, cozze,…
Optiamo per due insalatone in una piazza lì vicino e poi ci rimettiamo in auto. Ci aspetta la costa che va da Calais a Boulogne-sur-Mer.

20km di strada tra la campagna, il mare lì di fianco che si fa largo tra i campi e le poche case. Arriviamo a Cap Blanc Nez.
Orde di turisti, macchine parcheggiate in ogni dove. Una camminata di meno di 100m e si arriva a picco sul mare. In lontananza si scorgono le scogliere di Dover, ah sì, ecco…dimenticavo, da Calais parte il tunnel sotto la Manica! Effettivamente l’Inghilterra è proprio lì. A leggere la guida ci saremmo dovuti trovare una scogliera di falesia bianca a picco sul mare. Ora, non che non ci sia, ma non è che la si veda proprio da vicino. Noi ci aspettavamo di poter andarci moooolto più vicino, in realtà si vede da lontanoooo. In ogni caso, approfittiamo lo stesso della vista e decidiamo insieme che altre fermate fare.
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Sempre affidandoci alla guida (quella, avevamo) ci fermiamo in un altro paesello: Wissant. La descrizione parlava di spiaggie da lasciare senza fiato. Ora, anche qui, ma che spiaggie ha visto chi ha scritto questa guida?! Non ci facciamo comunque prendere dalla delusione e quindi ci godiamo la passeggiata e una gauffre in riva agli scogli (dopo aver trovato un parcheggio con una botta di cu…ehm…fortuna pazzesca).

La prossima fermata è Cap Griz Nez. Qui la costa cambia orientazione: da una parte il mare senza il sole davanti a noi e con l’Inghilterra in lontananza, dall’altra il sole che in qualche ora sarebbe sprofondato nell’orizzonte per il suo tramonto quotidiano.

Qualche passeggiata per ammirare meglio la costa (e per invidiare la Signora che abita proprio lì, vista oceano, come nei migliori romanzi) e torniamo in auto per raggiungere il paese che ci avrebbe ospitato per la notte, Hucqueliers. Arrivo comunicato alla struttura: 20h.
Curva a destra, curva a sinistra, chiacchieriamo piacevolmente orientandoci senza gps ma con la sola piantina della guida e qualche stampata di GoogleMaps preparata da casa. Siamo a meno di 5km dalla struttura, ore 19.45, mi suona il telefono. “Madame Biffi?”…praticamente il signore voleva assicurarsi che stessimo per arrivare e una volta che io ho dato la nostra posizione, ci dice che in meno di 4 minuti saremmo arrivati. Sorridiamo per la precisione del tizio e alla fine arriviamo in questo posto tanto strano quanto bellino per rilassarsi.
E’ una villona e noi abbiamo un monolocale su due piani. Il signore (con delle briciole di pane sulla camicia…si vede che gli abbiamo interrotto la cena, eheh) ci fa fare il tour della struttura: sala della colazione, sala da lettura con camino, sala wifi, giardino, parcheggio, nostra stanza. Ci dice che l’indomani avremmo conosciuto la moglie, per la colazione e il saldo del conto. Per la cena ci suggerisce un paese lì vicino: Montreuil-sur-Mer.
A parte che il mare questo paese lo ha visto in non so quale era glaciale, devo dire che è molto carino. Ci mettiamo una ventina di minuti o più a scegliere dove cenare. Il processo decisionale di una fisica e di un ignegnere non è dei più rapidi (o semplicemente a nessuno dei due piace scegliere). Fatto sta che finiamo in un ristorante “di classe”. Un po’ più pretenzioso di quanto alla fine ci ha offerto, ma…la pancia era piena e il vinello Marco se l’è bevuto. Passeggiata serale al chiaro di luna e poi rientro in albergo.
Lavatina di denti, pigiamino e sotto le coperte. Ehm…ma pure qui il letto è corto!

Al risveglio il sole filtra dalla finestra. Evvaiiii! Io chiamo Monsieur Phillippe, stamattina ci aspetta il char-à-voile e devo accertarmi che sia possibile farlo. Ricevo la conferma, prendiamo zaino e borsone, paghiamo e ci mettiamo sulla strada. In breve tempo arriviamo a Camiers.
Dopo aver visto dove ci saremmo dovuti incontrare da lì a un’oretta, decidiamo di andare alla scoperta di una spiaggia un po’ più a nord: Hardelot. Qui, su tutta la Cote d’Opale, le maree sono padrone delle spiaggie. Il mare si vede quasi con il binocolo e la sabbia si estende per centinaia di metri. A suo modo è affasciante.
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Ci togliamo le scarpe e decidiamo di andare a pucciare i piedi nell’oceano. Cammina, cammina, ci siamo! Prendo in giro Marco, un po’ restio a causa dell’ipotetica temperatura dell’acqua e…ma…è calda. Cioè…il mare è un po’ zozzino, ma in realtà non è per nulla freddo. Non ce l’aspettavamo! Qualche foto di rito anche qui e poi di corsa in auto.
Andiamo a conoscere Philippe, tipico personaggio da spiaggia, che nella vita non avrebbe potuto far altro che un lavoro di mare: capello disordianto volutamente con gel, occhiale da sole, abbronzatura perenne, pile (la temperatura non è proprio da tropici), costume e infradito. Ci presentiamo, due frasi di circostanza e poi ci dice che il vento non è molto per cui avremmo dovuto ritardare la seduta…ah…già…vi devo dire cos’è il char-a-voile! Tradotto in “carretto a vela” è un triciclo senza pedali e con una grossa vela. Il vento soffia e la vela ti porta in giro, con i piedi lo si guida e con le mani si tiene a bada la vela.
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Ci spalmiamo sulla spiaggia (con la felpa) e ci rilassiamo un pochino. Alla fine indossiamo il casco e andiamo sul carretto! Io ci rinuncio dopo un’oretta a causa del ginocchio che faceva i capricci e prendo il sole (con k-way), Marco fa avanti e indietro per la spiaggia chilometrica per un’altra ora abbondante. Di ritorno era contento e divertito, un po’ dispiaciuto che io non abbia potuto approfittare del vento della seconda parte, ma, con la gentilezza che lo contraddistingue, mi ringrazia sinceramente per averglielo fatto provare. Io…sono contenta per lui.

Ridendo e scherzando sono le 15h e la nostra pancia è vuota. Ci dirigiamo a sud, verso Berck che la nostra guida definisce “piccolo villaggio di pescatori, popolare e non modaiolo come la vicina Touquet”. Oh-Santo-Cielo quanta gente c’è?! Giriamo almeno 20minuti per trovar parcheggio, poi la pazienza finisce. Ci spostiamo, andiamo in una zona più “portuale e camperistica” e lì per grazia divina troviamo un posto. Scendiamo, acquistiamo due porzioni abbondanti di patatine fritte (sono ormai le 16h30 passate) e le mangiamo un po’ di corsa osservando il mare.

105km per arrivare al nostro prossimo alloggio e ci dobbiamo arrivare prima delle 19h. Una strada noiosetta che non finisce mai. Mamma mia. La stanchezza del sole comincia a farsi sentire. Per fortuna le indicazioni di Lens cominciano a vedersi e quindi ci riattiviamo: destra, sinistra, guarda la strada di qui, guarda di là. Arrivati! La signora ci accoglie con il bimbo in braccio, ci fa vedere l’appartementino, ci propone la colazione marocchina per il giorno dopo (che rifiutiamo), ci propone il parcheggio a pagamento privato (che rifiutiamo), saldiamo il conto e la salutiamo.
Per la cena andiamo in centro. Leggiucchiamo sulla guida cosa offre la città e siamo un po’ spaesati. Sembra non esserci un centro vero e proprio. Sembrano esserci diversi quartieri che si stanno “sviluppando” e scopriamo soprattutto che questa città ospita la succursale del Louvre. La Francia ha deciso di puntare molto su questa regione e su questa città, con un processo di rinnovazione e investimento, fino ad aprire questo museo nel 2012 ocn oltre 200 opere provenienti dal celebre museo parigino.
Museo o no, anche questa città è semideserta. Ci affidiamo a un ristorante elencato sulla guida e sperimentiamo un ottimo pollo con salsine piccanti, verdure crude (e non le solite patate) e birra a condir tutto. L’unico inconveniente: si mangia con le mani. A Marco l’idea non andava troppo a genio, ma a poco a poco è riuscito a gustarsi a fondo il piannot e a ripulire il pollettino ber bene. Concludiamo con un dolcetto e con una signora un po’ fuori di testa che ci attacca bottone e ci racconta del suo b&b da pubblicizzare.

Ritorniamo nell’appartamento. Lavatina di denti, pigiamino e sotto le coperte. Non c’è due senza tre, il letto è corto! Sia io, sia Marco non sempre dormiamo con la testa sul cuscino, per cui è facile che i piedi quasi escano. Eheh. Va beh, sarà anche questo un ricordo di questo weekend.Il giorno dopo è l’ultimo e il tempo non è troppo bello. Andiamo ad Arras, passeggiamo un po’ per la città (deserta, ma ormai ci abbiamo quasi fatto l’abitudine) e decidiamo di attendere le 11h per un brunch da fare in un ristorante suggerito dalla guida. Bene, ovviamente il ristorante non fa più il brunch. Mannaggia. Prendiamo un croissant e un panino da dividere per il viaggio e decidiamo di rientrare in Lussemburgo.
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Dopo un saaaaacco di strada tra le campagne, arriviamo ad Arlon e poi in Lussemburgo.

Ringrazio Marco per i piacevoli giorni insieme e per avermi fatto da autista in questa gitarella fuori porta. Spero ce ne possano essere altre, per scoprire insieme altri piccoli pezzi di mondo….e alla fine, seppur non partirei mai dall’Italia per vederla, questa regione non è così male. Se si beccano belle giornate, la si apprezza ancora di più, per cui alla fine sono stata contenta della scelta fatta e di aver avuto l’opportunità di conoscere meglio una bella persona, rimirando paesaggi campagnoli e respirando aria di mare.

Ah…una precisazione…avevamo la guida Rutard della regione.
“Cara Routard, sei sempre cara e bellina, ma devo dire che qui si è visto lo zampino del essere campanilisti. Potevi risparmiarti un centinaio di pagine, diciamocelo. Sempre tua affezionata, Margherita”

Il primo viaggio musicale.

Riassettata un po’ la mia vita, comincio a sentirmi a casa in Lussemburgo e nuovi viaggi si delineano nella mia mente.
I grandi viaggi per ora restano nel cassetto, ma il Lussemburgo è al centro dell’Europa e sarebbe un peccato non sfruttarne la posizione.

Guarda qualche sito internet, sfoglia qualche depliant, parla con qualche amico. Vien fuori che In Germania, a 2h30 da Lussemburgo città, c’è Elton John in concerto.
Alzi la mano chi non conosce almeno una sua canzone…e ricordatevi che la colonna sonora del Re Leone è sua, per cui almeno quelle canzoni le avete sentite (su…non fate i vergognosi).
In ogni modo per me è uno di quegli artisti da vedere almeno una volta nella vita e ora ne ho l’occasione. Il prezzo del biglietto non è bassissimo, ma in due decidiamo di comperarlo e lanciarci all’avventura.

Destinazione Hockey Park di Mönchengladbach. Orario di inizio concerto: 19.
Tutto ci fa pensare a una gita fuori porta da accompagnare al viaggio verso il concerto.
Io e Marco partiamo alle 11 (la serata prima era stata impegnativa, necessitavamo di dormire un pochino) e puntiamo verso nord.

Ci fermiamo verso le 12 a Clervaux, un paesello Lussemburghese. Nel suo castello c’è una splendida mostra fotografica: The Family Man.
E’ una delle più grandi esposizioni fotografiche del mondo. Ideata nel 1955 da Edwaerd Steichen per il MoMa di New York; dopo essere stata in giro per più di 150 musei, ora è la mostra permanente del Castello di Clervaux.
Alcune foto sono eccezionali ed è difficile aspetttarsi altro considerando gli autori (Capa, Doisneau, Lange, Cartier-Bresson,…) e gli archivi fotografici (Magnum, Life,…). Alcune foto lasicano senza fiato, ma qui è solo soggettività.
Fotografiamo e ascoltiamo l’audioguida con attenzione. Rimaniamo tra i pannelli della collezione per quasi 2h, senza rendercene conto.
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Ora è il momento di ripartire.
Tergiversiamo un po’ sul pranzare o meno, ma decidiamo di aspettare la nostra prossima tappa: Aquisgrana.

Varchiamo il confine e arriviamo in Belgio. La nostra gola e la nostra pancia sono messe a dura prova dai cartelli di “pommes frittes”. Le patatine, un’istituzione della cucina belga (…non c’è bisogno di commentare, vero?!)
Raggiungiamo con qualche difficoltà ad Aquisgrana. Parcheggiamo l’auto e passeggiamo verso il centro. Visto il tempo “perso” a Clervaux, non abbiamo tantissimo tempo, ma sappiamo che non abbiamo altro da fare che visitare il Duomo, fare un giretto per sgranchirci le gambe e mettere qualcosa nello stomaco.
Inizialmente la città ci appare un po’ cupa: sono le 15 di domenica pomeriggio e siamo in Germania, non certo a Valencia in riva alla spiaggia.
In realtà quando arriviamo nel centro storico, notiamo che la città nasconde scorci veramente bellini. I ciottoli per terra, le viuzze tra i palazzi antichi, i fiori che adornano la città, sui davanzali e sui lampioni.
Il Duomo, maestoso dall’esterno, con quelle mura un po’ sporche che fanno pensare alla sua storia. Sfarzoso nei dipinti dorati dei soffitti, alto e verticale, grazie alla cupola posta nel suo centro. Le vetrate, immense. Peccato per il poco sole, altrimenti fasci di luce colorati avrebbero illuminato lo scrigno dorato con le spoglie di Carlo Magno.
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Proseguiamo a passeggiare per il centro, alla ricerca di un posto veloce in cui pranzare…ehm…l’ora era più quella della merenda, ma poco importa.
Troviamo Hanswurst, una catena tedesca che offre, tra le altre cose, panini con salsicciazza, patatine e birra. Cosa vogliamo di più?
Mangiamo all’aperto, godendoci la giornata con sole e qualche nuvola. Ci rilassiamo il giusto, beviamo un espresso e alle 17.30 ripartiamo. Elton ci aspetta.

44 e 61 sono le strade da prendere, il navigatore non ci assiste troppo e ci affidiamo al nostro fiuto. Arriviamo a MonchenQualcosa in perfetto orario. Sono le 18.40, una radler per rinfrescarci e ci dirigimo verso i nostri posti.

Ore 19.05 inizia la magia.
Elton John sale sul palco. Si siede al suo pianoforte. Silenzio. Le dita iniziano a muoversi tra i tasti bianchi e neri e martelletti e corde del suo Yamaha si animano. La musica incanta.
Canta, suona, si alza, riceve appalusi, si inchina per ringraziare.
Scherza con i componenti della sua band. E’ genuino, quasi 70 anni e sembra un ragazzino che suona per la prima volta il suo concerto. E’ lui il primo a godersi lo spettacolo.

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Dopo ogni canzone una standing ovation delle prime file; avessero potuto, se lo sarebbero abbracciato dopo ogni canzone.
Don’t Let The Sun Go Down On Me, Your Song, Candle in the Wind, Rocket Man, Philadelphia Freedom, Goodbye Yellow Brick Road, The Bitch Is Back, I’m Still Standing, Corcodile Rock, Circle of Life Tiny Dancer (forse la mia preferita, ma come si fa a fare una classifica?),…

Alla fine del concerto sono in estasi, siamo in estasi. Io e Marco continuiamo a ripeterci “Che concerto!”.
C’è ancora luce in cielo. Noi dobbiamo tornare a casa. Pian pianino arriva il buio che avvolge le strade tedesche.
Chiacchieriamo, ci raccontiamo di noi, arriviamo a casa.
La giornata è stata lunga, ma splendida. Non posso che addormentarmi con ancora il pianoforte di Elton John che risuona nella mente e la stella cadente, sulla via del ritorno.
There’s a time for everyone if they only learn
That the twisting kaleidoscope moves us all in turn
There’s a rhyme and reason to the wild outdoors
When the heart of this star-crossed voyager beats in time with yours

“La” City, resa speciale da persone speciali.

Un weekend londinese ci attende. Anche questa volta mi faccio due giorni in compagnia di una super amica, Elisa, per andare a trovare un suo amico, Marco.

Weekend secco: venerdì – domenica. Weekend reso ancora più breve dai ritardi del volo. Tra una cosa e l’altra io ed Elisa arriviamo a Londra quasi alle 3 del sabato. Marco ci aspetta, Mocha di Starbucks in mano, da londinese doc!
Saliamo su un taxi e arriviamo nella suo appartamento a Notting Hill: bellino, accogliente, piccino piccino.
Ci spalmiamo sul letto e ci addormentiamo all’istante.

Sabato sveglia alle 10.30, usciamo con calma per recuperare dalle fatiche della notte precedente e ci concediamo una colazione all’inglese. Uova e bacon accompagnate con un ottimo milkshake!
Con qualche caloria da spendere in corpo, ci facciamo una passeggiata per Portobello Road. Elisa fa qualche acquisto e intanto deliniamo il giretto della prima parte della giornata: St.James Park, Buckingham Palace, il Big Ben e la Westminster Abbey.

Il tempo regge fino al Big Ben, lì…il diluvio! 10minuti, non di più, ma sono sufficienti a renderci umidicci e un po’ infreddoliti. Arriviamo però davanti alla London Eye e ci facciamo tentare dal giro panoramico. La pioggia è scemata e il cielo non è nebbioso, per cui, si sale!
Un bel 30£ per ammirare la città dall’alto, caruccio, ma ne vale la pena…almeno per me, che amo i panorami dall’alto e cerco di non farmene sfuggire nemmeno uno.

Attraversiamo i sotteranei pieni di graffiti e murales della Waterloo station e Elisa (amante dei ponti) chiede di andare a vedere il Tower Bridge. La giornata si è ristabilita, prendiamo la metropolitana e ci dirigiamo verso la fermata London Bridge.
Passeggiamo su e giù, nei dintorni del mitico ponte: i St. Katharine docks, la Tower of London…allarghiamo il giro fino alla St. Paul Cathedral. Riattraversiamo il Tamigi passando sul Millennium Bridge ed è ora di cena! Decidiamo per il pub Anchor Bankside, sufficientemente tipico e con birre e hamuburgherazzi gustosi (20£ circa a testa).
Con la pancia piena e la finale di Champions League vista (per la non gioia di Marco, ahahah) è ora di tornare verso casa.

Proseguiamo qualche chiacchiera sotto il piumone e poi…good night, sleep tight

La domenica ci svegliamo verso le 9, il tempo di prepararsi e accompagnamo il nostro risveglio con un’altra bella colazione gustosa.
Sogniamo un po’ sugli incontri con il principe azzurro, passeggiando per i Kensington Gardens e arriviamo a Hyde Park.
La giornata è calda e soleggiata, se non fosse che l’aereo mio e di Elisa è nel pomeriggio, ci saremmo fatti anche una passeggiata nell’anello d’acqua dedicato a Lady Diana.
Prendiamo la metropolitana e arriviamo a Piccadilly Circus, sicuramente più appariscente in versione notturna, ma sempre caratteristica. La National Gallery, Trafalgar Square e arriva il momento del pranzo.

Serenamente torniamo verso casa per recuperare le valigie e chiamare il taxi per Victoria Station.
Il tempo di prendere una cartolina e ci tocca salutare Marco. Un ottimo ospite, una persona splendida, generosa e con cui è facile parlare di tutto, dalle cose serie a quelle più goliardiche. Una persona che fa sì che un viaggio possa aver ricordi unici.

Grazie Elisa, grazie Marco.

 

60h in Lussemburgo. Il trailer della mia prossima avventura.

Il Lussemburgo, alzi la mano chi lo conosce di già!

In Lussemburgo andrò a viverci e a lavorarci (e volete che non vi romperò le scatoline con qualche racconto?!). Intanto posso dire che…è un posto fuori dal tempo. Ci sono stata per un weekend abbondante. Io e mia madre siamo andate in avanscoperta, per capire un po’ come fosse questo gran ducato, in mezzo all’Europa.

La prima impressione è stata di un paese quasi surreale.
Tutto è pulito, tutto è ordinato, nessuno ha fretta, nessuno è frenetico.
I mezzi funzionano e c’è anche qualche chicca che li contraddistingue: ci sono navette gratuite oltre agli autobus cittadini ed extracittadini, se si sale e c’è posto l’autista aspetta che ci sieda, poco fuori città c’è un supermercato non vicinissimo alla fermata…la soluzione…i carrelli si posso lasciare vicino alla fermata, così la gente non fa fatica 🙂
Le persone nei quartieri residenziali salutano per strada (un po’ come in montagna).
Nei parchi i bambini non urlano e non schiamazzano, si godono semplicemente il verde e i giochi.
La cultura è proprio diversa dalla nostra, senza però il rigore svizzero, probabilmente anche grazie al benessere presente.
I ristoranti difficilmente sono specchietti per allodole, la città non è certo turistica, per cui anche mangiarsi una bella costata nella piazza principale non è né un furto, né una fregatura sulla qualità.

Sarà che dovevo essere ottimista, ma per le mie prime 60h in città, non ho voluto cercare e trovare cose negative. Non mi sono neanche dedicata al turismo; non so i palazzi che nasconde, i musei o le esposizioni, i teatri. Nulla.
Gli unici obiettivi di queste prime giornate lussemburghesi erano conoscere i miei futuri nuovi colleghi (fatto), trovare casa (fatto) e rilassarmi, approfittando del sole, in compagnia di mia madre (fatto). Nulla più, nulla meno. Sarà tutto un divenire…

Il vero racconto di viaggio lo lascerò al futuro, intanto, mi sa che il Lussemburgo è un paese da scoprire e che mi piacerà!

Ti porto a Porto, a bere un po’ di Porto.

Quest’anno il ponte di Sant’Ambrogio (per me che sono milanese) del 7-8 dicembre non permetteva chissà che viaggio. Un weekend d’inverno come un altro.

È però l’occasione per rispettare una promessa di un “viaggio insieme” fatta a una carissima amica e così…si prenota. Weekendino sulla neve? No! Weekend mordi&fuggi in Portogallo. Destinazione: Porto.

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Della città avevo ricevuto una descrizione entusiasta da un amico che ci era stato ad agosto, aggiungiamoci un ottimo prezzo per volo e alloggio e aggiungiamoci che con Ryanair (non certo la mia comapgnia aerea preferita, ma devo ammettere che ogni tanto propone offerte difficili da rifiutare) si parte il venerdì sera e si torna la domenica sera. La destinazione è presto scelta e non ci resta che partire.

Rapido sguardo al meteo qualche giorno prima, poi…il giovedì…cominciano a susseguirsi notizie di voli cancellati nel nord Europa a causa di una perturbazione che potrebbe spostarsi verso sud. Non ci lasciamo troppo intimidire e senza alcun timore arriviamo a Orio al Serio giusto in tempo per mangiare un panino e imbarcarci.

2h35 di volo, lancette indietro di un’ora e il viaggio comincia. La temperatura è piacevole: 12/14°C alle 23, umidità bassissima, cielo sereno…non ci sembra vero.

Arriviamo in hotel (Vivacity) e ci rendiamo subito conto che siamo fortunate ad essere italiane. L’inglese è una lingua pseudo sconosciuta per cui ci si parla in portoghese-italiano, sarei stata curiosa di vedere uno scambio di battute tra un tedesco e un portoghese 😀 .

Il giorno dopo, colazione nel bar sotto l’albergo e organizzazione della giornata. Proprio dietro all’albergo c’è l’Igreja do Carmo, famosa per i suoi caratteristici azulejos, queste piastrelle dipinte che conferiscono alla chiesa una propria personalità. Gli azulejos si trovano un po’ ovunque in giro per la città e più in generale molti palazzi vecchi hanno piastrelle colorate che li ricoprono. Nonostante quindi la città sia abbastanza povera, queste facciate la rendono proprio luminosa, grazie anche al sole che ci ha accompagnato per tutti e due i giorni.

Lasciata la prima delle tante chiese che avremmo visto, facciamo una tappa all’ufficio turistico per fare la PortoCard: libero accesso a bus e metro e sconti su alcune attrazioni turistiche. Al netto forse ci è convenuta, ma due precisazioni: Porto è piccolina piccolina, si gira abbastanza facilmente a piedi (se non fosse che è tutta un saliscendi, per cui può essere faticoso) e in questa carta non sono compresi i tram “storici” e la funicolare (la funivia non lo so, non ci siamo informate).

PortoCard in mano, ci dirigiamo verso il mercato di Bolhao. Mercato di frutta, verdura, fiori, tessuti,…un classico mercato di quartiere. Caratteristico nel suo insieme e pieno di gente che passeggia al suo interno. La nostra prossima destinazione è il lungo fiume, il Douro.

Sali, scendi,…ci imbattiamo nella stazione ferroviaria di Porto, caratteristica al suo interno per gli azulejos (ma dai?!) e che dall’esterno ricorda vagamente il museo d’Orsay (sempre caro a noi ex-parigine).
Risali, riscendi,…finalmente vediamo il corso d’acqua. Arriviamo al fiume (un grande fiume!) e il ponte Luis I ci sovrasta. Il sole si specchia dentro l’acqua, dall’altra parte della riva si scorgono le insegne delle cantine vinicole e…beh…una birretta non si può non prendere!

Due mezze calzette come noi, ne risentono un po’ di questa birra e decidiamo di prendere il bus per andare verso l’oceano. La passeggiata lungo mare l’avremmo rimandata post pranzo.

Una ventina di minuti abbondanti per arrivare alla spiaggia (in realtà noi decidiamo di andare “il più a nord possibile” per poi ridiscendere, per cui non scendiamo alle prime fermate lungo oceano). Arriviamo in un posto più o meno a caso e rimaniamo affascinate dalla spiaggia, dalle onde, dai surfisti (! – Simone, questa specificazione è tutta per te -). Camminiamo nella sabbia, ci bagnamo mani e piedi (questi non proprio volutamente) e poi scegliamo di pranzare osservando il mare, immerse nel fantastico tepore della giornata.

Chiacchiera, mangia e sbevazza…si è fatto un po’ tardi. Al piacere della camminata ascoltando le onde però non ci rinunciamo e cambiamo un po’ i piani: la crocerina sul fiume e il giro delle cantine lo faremo domani, oggi terminiamo il girovagare per la città, scorgendo angoli nascosti e rimirando la città dall’alto, all’imbrunire.

Dopo una breve sosta in hotel per rinfrescarci e riposarci un pochino, di nuovo fuori, di nuovo lungo fiume. La Lonley Plante ci suggerisce un ristorantino, ma è tutto completo, ci chiedono di tornare per le 22. Decidiamo quindi di andare dall’altra parte del fiume. Il tempo così può scorrere e approfittiamo di ciò per vedere la Ribeira (questo il nome del quartiere lungo fiume di Porto) illuminata.

L’altra parte del fiume non è sotto il comune di Porto, bensì è un altro paesino che si chiama Vila Nova de Gaia. Altro camminare e altro ristorante suggerito dalla guida, ma non lo troviamo! Non troviamo nemmeno la via, mannaggia. Decidiamo di chiedere a un passante…ehm…forse non la migliore delle idee. Questo gentile signore ci tiene 5 minuti a parlare in portoghese, con noi che capiamo una parola su 10 e nulla più. Alla fine salutiamo con un sorriso e decidiamo che nonostante sia un po’ prima di quanto ci avevano detto, riproviamo nel primo ristorante. Riattraversiamo il ponte, arriviamo alla porta del ristorante e in realtà non ci rispondono benissimo e decidiamo di non aspettare più, ma di provare un ristorante che ci aveva incuriosito sulla strada. Scelta ottima! “Ora Viva”, personale cordiale e sorridente, parlante inglese  e anche un po’ di italiano! Il pesce era veramente buono e il rapporto qualità/prezzo eccezionale (anche se Porto è una città particolarmente economica).

Prima di andare a letto, dobbiamo fare alcune foto: c’è l’albero di Natale, non vorremo perdercelo?! Andiamo quindi in una delle piazze principali, dove oltre all’albero di luci, sono presenti dei simpatici dondoli corredati di parole scritte con alcune lampadine. Qualche foto stupida lì, qualche risata di là…è giunta l’ora di tornare in albergo. La giornata dopo sarebbe stata un po’ impegnativa.

Sveglia presto (alle 8, insomma, per essere una domenica, è stata presto J) e colazione lungo la strada. Rimaniamo deluse dal Palácio da Bolsa che è chiuso e quindi non visitabile, nonostante non sia specificato. Decidiamo quindi di fare la crociera dei 6 ponti lungo il Douro e andiamo sul fiume, prenotiamo la crociera per le 11 e la signorina ci dice che nel biglietto sono compresi gli assaggi di porto in due cantine: la Porto Cruz e la Quevedo. Un rapido sguardo all’orologio, sono le 10…da brave “alcoliste per un giorno” andiamo a farci un cicchetto presso la Quevedo. Porto bianco per me, Porto rosè per Elisa. Sono quasi le 11 e prima di andare verso l’imbarcazione passiamo dalla sede della Sandeman, altra cantina in cui vorremo fare il tour. Ci prenotiamo per quello delle 12, tutto calcolato al minuto!

Il giro in barca sul fiume è sufficiente per farci prendere un po’ di freschino, ma è rilassante il giusto e ci godiamo il paesaggio. Alla fine queste cose, seppur turistiche, hanno un sapore particolare.
Scese dalla barca andiamo alla Sandeman, dove oltre al Porto finale che ci berremo (bianco e ruby, per non farci mancare nulla), scopriamo come nasce il vino caratteristico della città e famoso in tutto il mondo.

Uscite dalla cantina e dopo il 3 bicchiere di Proto della mattinata, necessitiamo di qualcosa da mettere nello stomaco, prima di procedere all’ultimo assaggio del Porto Cruz.

Ora, finita la visita alcolica, non ci restano che due cose da fare: salire sulla torre dos Clérigos e andare alla Casa da Musica. Ci rendiamo conto che però non riusciremmo a fare tutto e quindi, vista la stanchezza (e l’alcool) nelle gambe, optiamo per evitare i 260 scalini della torre, a favore di una più tranquilla visita della Casa da Musica.

Arriviamo semi stremate alla Casa da Musica, dopo aver recuperato le valigie in hotel. Grazie al ragazzo gentilissimo della biglietteria della Casa da Musica vediamo che abbiamo il tempo perfetto per fare la visita guidata e prendere poi l’ultima metro accettabile per non perdere il volo. Tour in inglese (per la non gioia di Elisa, eheh) e scopriamo la genialità del progetto di questa sala concerti. Avveniristica, ma ben calata nella città. Funzionale e perfetta per far apprezzare la musica in ogni sua forma. Rimaniamo soddisfatte della scelta fatta e non ci resta che andare in aeroporto.

Il nostro weekend è arrivato quasi alla fine, non ci resta che prendere un po’ di Pringles per tamponare la fame in aereo. Il viaggio scorre e gli occhi si chiudono. All’arrivo a Bergamo troviamo l’auto tutta ghiacciata; era prevedibile, ma passare da 12-15°C a qualche grado sottozero è stato un po’ uno shock. Soddisfatte da tutto rientriamo a casa e alla settimana lavorativa che ci aspetta, in attesa del prossimo viaggio insieme e del Natale che ormai è alle porte.

Amsterdam. Una città “rimandata” ad aprile, ma con un pizzico di romanticismo.

Tre giorni scarsi ad Amsterdam, così, quasi all’improvviso.

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Per la prima volta in vita mia parto senza avere un’idea di quello che farò…per me, che sono maniacale, quasi uno shock!

Prenoto il volo e decido che ho voglia di rifare il couch surfing (ho messo il link al sito, per chi non conoscesse questa originalissima idea di condivisione). L’esperienza non è stata delle migliori, ma va beh, almeno ho dormito gratis. Detto ciò: “pronti via!”

Il volo parte alle 6.30 e arrivo ad Amsterdam Schiphol, prendo il treno che mi porta direttamente all’Amsterdam Science Park (3,50€). Il vero motivo del mio viaggio era un colloquio di lavoro, presso un’azienda nel polo scientifico di Amsterdam. Che spettacolo di posto! Diversi palazzi che raccolgono dipartimenti universitari, laboratori, aziende, mense, biblioteche, centri sportivi…in più…c’è un cielo sereno che rende tutto ancora più bello.

Faccio il lungo colloquio e poi vado in città (sempre in treno, 4€), a godermi le ultime ore di luce di questa splendida giornata di sole. Passeggio qua e là, senza meta. Cartina alla mano decido di perdermi costeggiando i canali della città.
Si respira già un clima natalizio. In Olanda, infatti, si festeggia San Nicola (5 dicembre) e a metà novembre si svolge la parata di Sinterklaas con i suoi aiutanti (Zwarte Piet e qui…si aprirebbe tutta una questione sul razzismo più o meno celato dietro a questi personaggi, ma non è certo lo scopo del mio racconto).

Alla sera incontro il “couch surfer” che mi ospiterà per due notti. È un ragazzo italiano che vive ad Amsterdam da un mese abbondante. Una birretta veloce (6€) e poi ci dirigiamo verso il suo appartamento nel nord di Amsterdam.
Dopo aver mangiato una pastasciutta condita con un sugo olandese (!), decido che forse per me è meglio rimanere in casa…sono in piedi dalle 4 e le fatiche cominciano a farsi sentire.

Il giorno dopo, temprata da un’ottima dormita, mi alzo abbastanza presto e mi dirigo in centro città. Acquisto la carta turistica da 48h (52€) che dà diritto all’ingresso gratuito in alcuni musei e in alcune esposizioni, fornisce alcuni sconti presso negozi e ristoranti e consente l’utilizzo dei mezzi pubblici. È una carta conveniente se decidete di visitare almeno due musei (al di fuori dello Rijksmuseum, che non è compreso nella carta, ma per cui c’è uno sconto) e fare una crociera sui canali o qualche altra “attrazione” cittadina. Insomma…fatevi due conti prima di acquistarla e valutate anche l’acquisto del solo abbonamento dei mezzi pubblici.
Ah…a proposito dei mezzi pubblici…sui bus e sui tram, è necessario sia convalidare in entrata, sia convalidare in uscita.

Io avevo voglia di fare la turista, per cui decido di entrare prima al Rijksmuseum (con lo sconto, 7,50€), poi allo Stedelijk e infine al Museo di Van Gogh (il prezzo di questi due, senza carta, è di 15€ a testa). Diversi e belli ognuno a modo proprio, per me ne è valsa la pena. Nella piazza intorno a cui sorgono tutti questi tre musei, c’è anche la famosissima scritta “I amsterdam”. Il fatto di essere arrivata presto al mattino ha fatto sì che io la vedessi anche senza la moltitudine di turisti.
Dopo le visite museali ho preso il tram e sono andata nel quartiere De Pijp, in cui ci sono un sacco di negozietti e ristoranti carini. Nella via principale di questo quartiere c’è anche un famoso mercato: l’Albert Cuyp Market.
Per me era l’ora di pranzo ed ero anche parecchio affamata…passeggiando a caso per il mercato, sono stata attratta dalla scritta “burger”, da lontano non gli avrei dato due lire e invece…mi sono ritrovata in un fast food ben curato: The Butcher. Hamburger (ovviamente), patatine, fish&chips…tutto dall’aspetto invitante! Io ho optato per il pesce (11€), l’hamburger avevo già in mente di mangiarlo il giorno dopo.

Il pomeriggio lo perdo tra le vie della città: la zona sud e la zona est della città…per poi concerdermi un po’ di relax in uno Starbucks, in Rembrandtplein.

Per cena pensavo di incrociare il mio ospite, ma…niente…un po’ che non risponde al telefono, un po’ che fa il vago, non riesco a capire per che ora trovarci…decido di sedermi in un bar per bermi una birra e leggere qualche pagina di un libro, in attesa di eventuali suoi dettagli riguardo il proseguimento della serata.

Seduta a un tavolino di un bar inizio a leggere, sorseggiando una birra (3,50€). Di fianco a me c’è un ragazzo, anch’egli da solo, con la sua birra e una sigaretta fra le mani. Dopo una decina di minuti che eravamo lì seduti, interrompe la mia lettura per chiedermi se potessi guardare il suo zaino intanto che si recava in bagno, io ovviamente acconsento. Al suo ritorno iniziamo a parlare…
Scopro che è uno sviluppatore di software ed è ad Amsterdam per una decina di giorni per lavoro. Scopro che ha 28 anni. Scopro che viene dalla Serbia. Scopro i suoi gusti musicali, i libri che legge e i film che vede.
Così, egli scopre di me i corrispettivi.
Scopriamo che io amo più leggere e lui più guardare i film. Scopriamo che io non so praticamente nulla sulla Serbia e lui nulla dell’Italia. Sicuramente i suoi racconti sono più intensi, mi parla della guerra civile e dell’ormai ex-Jugoslavia.
Scopriamo che a entrambi Amsterdam non convince. Ci raccontiamo di Belgrado e di Milano.
Discorso dopo discorso, beviamo tre birre. Guardiamo l’orologio e sono le 23 passate…per tre ore abbiamo parlato ininterrottamente di noi.
Io devo raggiungere il mio ospite, sono fuori da stamattina e da lui so solo che stasera ci saranno due ragazze in più a dormire con noi e che sarebbe stato nei dintorni di Leidseplein.
È quindi giunto il momento di salutarci, ci alziamo dal bar, attraversiamo la piazza e scopriamo che le direzioni che dobbiamo prendere sono opposte. Ci dobbiamo salutare veramente. Lo ringrazio per la bella serata e per la bella chiacchierata, gli auguro dei bei giorni ad Amsterdam e a Belgrado. Egli fa lo stesso, ma…la frase rimane in sospeso. Mi bacia. Ci baciamo. Come se fosse del tutto normale, come se ci conoscessimo da tempo, rimaniamo abbracciati l’uno all’altra per dei lunghi minuti. Ci riguardiamo negli occhi e poi ci diciamo “Bye”.
Allontanandomi da lui, mi accorgo di non sapere nemmeno il suo nome. Ma tant’è, non ci incontreremo più, per cui questo tassello mancante, renderà questo ricordo ancora più affascinate.

Torno alla vita reale e raggiungo il mio ospite. Saluto le nuove ragazze i loro gruppo di amiche e dopo un’oretta a chiacchierare e fumare (loro), ci incamminiamo verso casa.
Nonostante la presenza di bus notturni (per cui, controllate sul sito dei mezzi pubblici en.gvb,nl, perché esistono bus a tutte le ore), il mio ospite decide di fare un po’ il galletto non ascoltandomi e decide di far camminare me e le altre due ragazze per 1h30 per raggiungere la parte nord della città.
Diciamo che quanto meno ero talmente stanca da dormire senza particolari problemi.

Domenica ultimo giorno. Mi sveglio, arrivo in centro e decido di fare la crociera turistica per i canali olandesi. Carina e rilassante, anche se non permette di fare chissà quale foto particolare, soprattutto perché era al completo, per cui non era possibile spostarsi da un lato all’altro.
Finita la crociera mi dirigo verso l’Hard Rock Cafè, mia grande passione, in cui decido di prendermi un bell’hamburger con pepsi grande (20€).
Finito il pranzo risalgo dalla parte sud del centro, fino alla stazione. Passeggio per il quartiere Jordaan, forse uno dei più famosi della città e forse di tutta l’Olanda. È il vecchio quartiere ebraico, lì c’è anche la casa-museo di Anna Frank. Io cammino senza particolare cognizione tra le viuzze. Il quartiere è pieno di negozi di moda, di accessori, di ristoranti tradizionali interessanti. Era però domenica ed era tutto chiuso.
Arrivo alla stazione nel primo pomeriggio, mi aspetta un treno per Leiden (8€), dove abitano due amici dell’università che sono in Olanda per il dottorato.
Mezz’ora di treno e ci sono. Leiden è una cittadina (paese?) carino. Ci fosse il sole, sembrerebbe un paesello delle fate: le mura racchiudono il centro, praticamente chiuso alle auto. Le case basse, con mattoni a vista e finestre con belle persiane in legno, qualche canale e qualche ponte.
Dopo una sosta in un bar nuovo, ma che ben si adatta allo spirito e alle caratteristiche della città, sono ormai le 18 e devo raggiungere l’aeroporto per tornare a casa (in treno, 5€).

Il weekend è terminato. Amsterdam non mi ha conquistata al 100% e non so se andrò a lavorare lì o meno…però…un viaggio in bicicletta in Olanda intorno al periodo di fioritura dei tulipani, non me lo toglierà nessuno e se poi “casualmente” sarà intorno al 30 aprile, concluderò il viaggio rivedendo Amsterdam colorata di arancione, per la festa della regina.

Islanda. Quando credi di aver visto tutto, giri l’angolo e scopri che il mondo è ancora tutto da vedere.

Tredici giorni in Islanda e tremilaseicento (a scriverlo in lettere sembrano ancora di più) chilometri percorsi in auto. 3200 guidati da me, gli altri 400 (se non di più) in escursione.

Prima di continuare a leggere: sedetevi, mettetevi comodi, il racconto sarà un lungo…ma non sarà mai sufficiente a raccontare questa terra.

L’Islanda cos’è?
Una nazione con poco più di 300.000 persone e 1 milione di pecore.
Un paese di origine vulcanica, con terreno lavico ovunque, che spesso è stato bonificato per consentire il pascolo.
Un paese al confine con il Circolo Polare Artico con parecchi, parecchi ghiacciai e vulcani che gli fanno da contorno e con un tempo e un cielo che variano a una velocità sorprendente.
Tutto questo per dire che in Islanda…strada che vai, colore che trovi.
Ci sono il bianco e l’azzurro del ghiaccio.
Ci sono il nero, le sfumature di grigio e ogni tanto anche il rosso delle diverse eruzioni che si sono susseguite nei secoli.
Ci sono un sacco di verdi: prati, licheni, muschi, arbusti.
Ecco, una cosa manca: la foresta. Non c’è quasi traccia di alberi.

Segretamente penso che ogni bambino prima di nascere passi dall’Islanda.
Lì ci sono le montagne a punta, come ogni bambino le disegna.
Lì (se non piove) c’è il sole in tutte le fotografie che si fanno, come ogni bambino mette il sole nell’angolo del foglio.
Lì ci sono i colori delle matite colorate, quelle presenti nell’astuccio di ogni bambino.

Quindi…chiudete gli occhi e tornate un po’ bambini, oppure…se siete più tecnologici e proprio non avete voglia di tornare indietro nel tempo…immaginate un mondo a “contrasto e saturazione +4” e potrete avere un’idea di quello che vi racconterò.
Per aiutarvi ad immaginare, qualche foto potrebbe aiutarvi:
https://www.facebook.com/media/set/?set=a.10151799226487225.1073741830.706922224&type=1&l=b533905903

ARRIVO A REYKJAVIK E GIORNO 1
Io sono partita da Reykjavik, la capitale. Una cittadina grande come Pescara. Qualche museo, una chiesa di strana architettura, costruzioni urbane di dubbio gusto. Il lungo mare, il porto, una sala concerti super avveniristica. Un laghetto in città e uno poco fuori su cui d’inverno si pattina e praticamente una sola, unica, grande via centrale.
Una notte lì e poi ho iniziato il mio giretto con me, me stessa e i miei pensieri.
Prima tappa, prima pioggia, primo vento: il Golden Circle.
Il parco nazionale di Thingvellir e il lago Thingvallavatn, il più grande d’Islanda, fanno da contorno a una bella chiesetta (la prima di centinaia!). In questo parco c’è un’enorme spaccatura verticale che segna il confine delle placche tettoniche europea e nordamericana e da lì partono numerosi piacevoli sentieri.
Una cinquantina di chilometri dopo incontro Gulfoss, una cascata dal doppio salto…probabilmente ancor più mozzafiato di quanto sia sembrata a me se ci fosse il sole. Una pioggia sottile e fitta me ne ha un po’ rovinata la magia, ma il rumore era veramente fragoroso. Poco più avanti Geysir, luogo simbolo dell’attività di geyser (nome derivante proprio dal luogo islandese) con il graaande soffione di Strokkur e gli altri piccoli geyser a fargli compagnia. Ogni 5/7 minuti Strokkur esplode in tutta la sua forza, con un getto di 20/25metri sopra le teste dei turisti pronti a fotografare.
Si riprende la macchina e si va verso sud, qualche stradina sterrata e…ta-daaa…lo pneumatico che esplode. Fortuna non pioveva quasi più, fortuna passava per caso una macchina di islandesi…fatto sta che per la prima volta in vita mia ho cambiato una ruota. Il panico c’è stato, ancor più al pensiero dei 100km che mi mancavano alla destinazione, con tre pneumatici in pessime condizioni e niente più ruota di scorta.
Arrivo a destinazione, Selfoss, dopo essermi comunque goduta il paesaggio che mi circondava anche grazie al sole che si faceva largo tra le nuvole.
A Selfoss faccio il mio primo bagnetto in una piscina geotermale. Il cortesissimo gestore della guesthouse (grazie a cui il giorno dopo cambierò l’intero treno di gomme a spese della compagnia di noleggio auto) mi suggerisce di rilassarmi un po’ dopo la giornata avventurosa.
Wow. Piccole piscine circolari di acqua a 38°C e con idromassaggio, in cui distendere tutti i nervi e far volar via tutti i pensieri.
Nota informativa: l’Islanda pesca l’acqua calda direttamente dal sottosuolo, per cui per avere l’acqua calda (e riempire le piscine) basta aprire il rubinetto. L’unico inconveniente è che ha un odore un po’ di zolfo, o di uovo marcio, come direbbero ironicamente gli islandesi.

GIORNO 2
Si cambiano le gomme, si fa benzina e si riparte, con un paio d’ore di ritardo sulla tabella di marcia. La strada è la numero 1, la strada principale detta Ring Road, che è costantemente a una corsia per direzione di marcia e che non è nemmeno asfaltata per tutto la sua lunghezza. Limite di velocità: 90km/h, un po’ bassino, soprattutto considerando che non c’è mai nessuno sulla strada, ma così ci si gode meglio il paesaggio.
Oggi si inizia con le cascate, quelle di Seljalandsfoss prima (dietro cui si può andare per una breve passeggiata umidiccia, ma tanto…già piove, chissenefrega di bagnarsi un po’ di più) e quelle di Skogafoss dopo (e qui si può salire fino all’altezza del salto, per ammirare la potenza della cascata e tutta la zona circostante…se non ci fosse foschia, eheh).
Tra le due cascate mi fermo per il tempo di una foto: c’è il vulcano Eyjafjallajökull alla mia sinistra, il vulcanino alto poco più di 1600m che abbiamo imparato a conoscere anche noi nel 2010, quando la sua eruzione bloccò il traffico aereo di tutta europa (e l’Inter così vinse la Champions, quando ricapita che il Barça deve farsi in pullman la trasferta?! Scherzo amici interisti, sapete che ero contenta per voi quell’anno lì!).
Prima di arrivare a Vik, uno dei piccoli paesi del sud d’Islanda faccio una deviazione: le scogliere a picco sul mare di Dyrhólaey su cui ho la fortuna di vedere appollaiati tre pulcinelle di mare, i puffin (in inglese), i lundi (in islandese). Che forza questo uccellino un po’ goffo! Sono uccelli migratori e di norma restano sull’Isola fino al 15 agosto, poi…via fino al giugno successivo! Per cui…dai, una piccola botta di fortuna doveva ripagarmi per la ruota forata!
Poco dopo, un’altra deviazione, per la spiaggia e la particolare scogliera di basalto di Reynir. Tante colonnine di basalto incastonate l’una di fianco all’altra, fan sì che questa scoscesa parete abbia un disegno unico, prima di raggiungere il mare.
Si riparte alla volta del parco nazionale di Vatnajökull. Prima di arrivarci attraverso la cosiddetta zona dei sundur del sud. È una zona in cui la lava si è fusa con la sabbia; una zona in cui i fiumi provenienti dai ghiacciai del centro dell’Isola si gettano nel mare; una zona in cui si crea un paesaggio che a tratti appare desolante, ma che racchiude in sé una natura magica.
Arrivata al centro visitatori del parco nazionale osservo le cartine dei percorsi da fare a piedi e decido di farne due da un paio di chilometri ciascuno.
Nel primo dei due sentieri si sale un pochino nella vegetazione e poi…un rumore d’acqua scrosciante…la cascata di Svartifoss. Piccola rispetto alle precedenti che ho visto, ma con dietro colonne basaltiche molto suggestive.
Nel secondo sentiero si cammina in piano. La terra del sentiero si fa sempre più scura. A destra in lontananza il mare, a sinistra le montagne e qualche rigolo d’acqua che scende dalla cima. La vista si apre. Il ghiacciaio di Skaftafellsjökull. Fa-vo-lo-so con questi colori bianco/azzurro che si mischiano al nero/grigio della cenere vulcanica. Il cielo grigio che minaccia tempesta rende il tutto più freddamente magnifico..
Tornata alla macchina con negli occhi 5 chilometri tanto belli quanto diversi, riparto per la Jökulsárlón, la laguna ghiacciata.
Ecco, qui nessuna parola potrà spiegare l’emozione. Gli iceberg. Il ghiaccio che si fonde con il mare. Il rumore del ghiaccio. L’ho vista alla sera, con il cielo grigio di nubi, sono tornata al mattino, per godermi il silenzio-non-silenzio e i colori della natura con le luci dell’alba. Un’esperienza indescrivibile.

GIORNO 3
La strada prosegue verso est. Passo da Hofn un piccolo villaggio di pescatori da cui è possibile ammirare tutto il ghiacciaio del Vatnajökull e poi si svolta verso il nord. La route 1 per lunghi tratti qui è sterrata. Si sale e si scende e si è sempre immersi nella natura più brulla.
Arrivata a Egilsstaðir svolto sulla route 94 per arrivare a Borgarfjörður Eystri. Un gioiello lontano da tutto il resto. 70km di starda sterrata (bruttarella) per poi scoprire questo tranquillo paesino. I fiordi orientali sono selvaggi, meno pubblicizzati di quelli dell’ovest, ma splendidi. Faccio una passeggiata fino al porto e fino alle scogliere per scattare qualche foto e per respirare l’atmosfera del posto.
Rientro alla guesthouse ed è presente una spa insieme alla piscina geotermale…vogliamo non sfruttarla? Prima un giro in sauna, poi un bagno caldo in riva al mare della Groenlandia, qualche chiacchiera con gli altri ospiti internazionali e poi, tutti a sfidare il freddo mare.
La sera mi concedo un’ottima zuppa di pesce nel ristorante del paese e poi vado a nanna, con gli occhi sempre più pieni di bellezze.

GIORNO 4
Rifaccio i 70km per tornare sulla strada principale e mi dirigo verso il lago Mývatn. Un lago molto poco profondo e molto particolare: è situato in una zona piena di piccoli vulcani e negli anni si sono creati pseudo-crateri, per le colate di lava incandescente a contatto con l’acqua, che si specchiano nel lago.
Poco lontano e ritornando un po’ sui miei passi, trovo la distesa di solfatare di Namaskarð. Fumo dal sottosuolo, roccia fusa e ribollente, puzza di zolfo. Fa parte dell’area vulcanica di Krafla, “sulla” cui caldera vado a farmi una passeggiata. Bellobello e con un’enorme centrale geotermica lì a fianco.
La tappa successiva è la cascata di Dettifoss, la cascata con la più grande portata d’acqua in tutta Europa. Piccolo inconveniente…per raggiungerla mi è toccato fare uno sterrato infernale: 26km a 20km/h al massimo, anche il più paziente degli automobilisti non ne potrebbe più. Arrivare alle cascate è quindi un sollievo oltre che a una meraviglia per gli occhi. Mangio rimirando la cascata e poi faccio un’altra passeggiatina verso la cascata di Selfoss, forse meno imponente, ma si estende per un lungo tratto del canyon ed è verametne affascinante.
Altro sterrato (meno provante) per tutta la lunghezza del canyon Jökulsárgljúfur e infine costeggio tutta la penisola di Tjörnes, prima di arrivare a Húsavik.

GIORNO 5
Dopo quattro giorni di lunghi viaggi in auto, oggi mi aspetta un po’ di relax anche perché i giorni successivi si prospettavano impegnativi.
Mi sveglio, mi godo la mattinata, faccio un giretto al museo delle balene e verso le 12 vado al porto: si parte per andare a vedere le balene! 3h di escursione in mezzo al mare (bardati come non mai, per proteggersi dal freddo) per osservare questi bei mammiferotti. Che belle!
Qui, ahimè, devo fare una precisazione sull’Islanda. Nel paese è legalizzata la caccia alle balene; ci sono persone a favore e persone contro, fatto sta che per quanto in teoria sia controllato, purtroppo la caccia alle balene è grande fonte di soldi (forse non sempre legali) per il paese.
Finita questa piccola parentesi seriosa, che però mi sembrava giusto fare, ricominciamo con il viaggio…
Purtroppo ricevo una telefonata della compagnia di escursioni che mi comunica che la visita del giorno dopo ad Askja (una zona vulcanica situata nel centro dell’Islanda, una delle parte più remote del paese, tanto che il paesaggio sembra quasi lunare) è stata annullata a causa delle pessime previsioni meteo. Un po’ sconsolata apprendo la notizia e decido che quindi il mio viaggio avrebbe subito anche una piccola variazione sulle tappe e con un giorno di anticipo rispetto a quanto pianificato, mi sarei mossa verso i fiordi dell’ovest.
Riprendo l’auto, faccio una deviazione per andare a vedere le cascate Godifoss e nel tardo pomeriggio arrivo ad Akureyri, la seconda cittadina d’Islanda. Cioè, loro la chiamano cittadina, ma ha 15000 abitanti…quello che sarebbe un paese in qualsiasi altra nazione, eheh!
Lì incontro Alessio e Laura, una coppia di Pesaro che sta facendo il giro in senso opposto al mio. Si chiacchiera un po’ e si va a cena insieme, scoprendo che poi ci saremmo ritrovati a Reykjavik una decina di giorni dopo, per rientrare in Italia.
Durante la serata conosciamo Gili, un ragazzo israeliano: quante storie di vita e di viaggi entusiasmanti! Ma questi sono tutti altri racconti e li tengo per me e per i prossimi viaggi che farò.

GIORNO 6
La tappa di oggi la comincio senza sapere dove finirà, decido di spingermi quanto più a ovest possibile. Dato che so che la route 61 che costeggia i fiordi dell’ovest è una strada un po’ sconnessa e che le previsioni danno neve per la serata, voglio portarmi avanti.
Prendo la mia amata route1 e proseguo il viaggio lungo la costa nord dell’Isola. Incontro verdi paesaggi, montagne a punta e una leggera nebbia che fa sembrare il tempo autunnale. Arrivo ad Hvammstangi, la città delle foche, faccio un rapido giro nel visitor center e dopo una piccola spesa riprendo l’auto per una stradina consigliatami dalla mia amica Serena. 10km di sterrato dopo e con una passeggiata tra ruscelletti, prati e pecore, arrivo sulla riva del fiordo, dal lato opposto ad Hvammstangi. Sssssh…silenzio…sulla riva ci sono le fochine: nere e bianche, splendide. Ma…mamma mia che udito che hanno! Il solo movimento dello zoom della mia macchina fotografica le faceva voltare!
Scatto qualche foto e poi riprendo la strada.
Lascio la route 1 per la route 61 e inizio la panoramica (e a lunghi tratti sterrata) strada dei fiordi dell’ovest.
Giungo a Hólmavík, il primo paesello con un centro informazioni e mi fermo per chiedere consigli su dove fermarmi a dormire. Qui mi dicono, senza esitazioni, di proseguire e di fare il “passo” che porta sull’altra sponda: la sera è prevista neve, per cui domattina sarebbe poco piacevole fare quella strada. Mi suggeriscono una guesthouse, publicizzandone la piscina geotermale e quindi prendo quella direzione.
Arrivo alla guestause Reykjanes sotto un diluvio universale, 2°C e un vento da volar via. Sono praticamente l’unica ospite di questo gigantesco ex hotel adibito ora a una più spartana guesthouse. Mi sembrava di essere in una sorta di film thriller: fuori un tempo da lupi e io chiusa dentro a questo edificio con 70/80 stanze, lontanto almeno 70km da qualsiasi altro posto abitato. Faccio praticamente compagnia ai soli proprietari, dei simpatici vecchietti che mi dicono “beh, ma la piscina è calda, valla a provare, ti facciamo passare dal retro, così prendi meno vento!”.
Io accetto la sfida! Costumino, asciugamano in vita e infradito per un bagno surreale e a suo modo speciale.
Post bagno e post doccia mi offrono la cena (e qui stendiamo un velo, ma mi sono comunque cibata!) e dopo una bella tisana calda vado in stanza per chiacchierare un po’ via Viber e per guardarmi un film.
Qui un’altra parentesi: in tutta l’Islanda, anche il posto più isolato che possa esistere ha la connessione wifi e il POS per la carta di credito. Incredibile (non solo per me, italiana retrograda, ma anche a dire di alcuni americani conosciuti lungo il viaggio).

GIORNO 7
Nonostante le previsioni fossero pessime anche per la giornata e non solo per la nottata, al mio risveglio trovo il sole. Carico l’auto e mi metto in strada.
Fiordo dopo fiordo scopro paesaggi diversi tra di loro e diversi da quelli dei giorni precedenti.
Faccio una piccola sosta a Isafjörður, per farmi suggerire dove fermarmi a dormire e riparto. Faccio un tunnel di 6km letteralmente scavato nella roccia e qui non mi è ben chiaro perché per 4km il tunnel è a due corsie e per gli altri 2km sia a solo una corsia con una piazzola ogni 50m per far passare i mezzi in senso opposto. Boh…quanto meno originale come scelta.
Sbuco dall’altra parte e anche qui, paesaggi diversi. La neve ha fatto sì che ci fosse quella spruzzata di bianco a me sempre cara. Ma…c’è un ma…neve, vento e strada sterrata (di montagna) non sono proprio grandi amici, aggiungiamoci che manca il guard rail…decido quindi di lasciar giù la macchina fotografica e concentrarmi sulla strada, forse è meglio.
Dopo un bel po’ di sterrato, arrivo alla cascata di Dynjandisfoss, la più grande cascata dei fiordi dell’ovest, che spicca nel verde delle montagne che la circondano. Faccio una passeggiata nei dintorni e dopo decido di tagliare un pezzo di strada che mi aspetterebbe. Sono già le 16.30, non so dove dormirò (e i fiordi dell’ovest non offrono chissà quanta scelta, sono proprio isolatini) e avrei ancora una trentina di chilometri di sterrato con saliscendi da fare. Diventerebbe troppo tardi e quindi scelgo di tagliare e fare solo 10km per arrivare alla costa a sud, a Flókalundur, dove mi concedo un bagnetto in una pozza naturale di acqua calda, in riva al sempre gelido (e salatissimo) mare.
Il tempo di asciugarmi e vado alla ricerca di un alloggio per la notte. Trovo una guesthouse, che però non ha ospiti e la proprietaria (che, diciamocelo, come tutti gli islandesi che ho incontrato, non è che abbia una voglia matta di lavorare) mi dice di andare nella guesthouse vicina. Arrivo, pago per la mia cameretta da utilizzare con il sacco a pelo e mi faccio una bella doccia per riprendermi dalla guida della giornata.
Decido di andare a prendermi un hamburger nell’unico bar/ristorante presente nei dintorni e poi rientro nella guesthouse per leggermi la guida e preparami alla giornata del giorno dopo, dato che avevo anche il traghetto da prendere. Neanche il tempo di entrare in camera e sento bussare alla porta.
Un simpatico ragazzo trentino mi saluta, si chiama Tiziano e mi dice che lavora lì nella guesthouse, ma che tra un paio di giorni deve rientrare a Reykjavik. Mi chiede i miei piani per i prossimi giorni e mi propone di viaggiare insieme, dividendo le spese, così che lui possa vedere un po’ l’Islanda.
Io accetto con piacere e ci diamo quindi appuntamento per la mattina successiva.

GIORNO 8
La giornata inizia con un timido sole che presto scompare per lasciare il posto a una pioggia a tratti torrenziale. Io e Tiziano ci mettiamo in auto e chiacchieriamo delle nostre vite, per conoscerci e condividere le ore insieme. Arriviamo fino a Látrabjarg, il punto più a ovest dell’Islanda, ma non di Europa…ci sono le Azzorre che sono ancora più in là.
Ci accolgono delle scogliere di 20m diritte sul mare. Il vento e la pioggia sempre presenti. Onde che si infrangono sulla parete verticale e si alzano di parecchi metri. Uccelli che ci volano intorno e il piccolo faro sulla punta. Facciamo una piccola camminata per goderci il panorama e poi torniamo in auto.
Una sosta anche a Patreksfjörður per recuperare qualcosa da mangiare per il primo “picnic on the car” e poi torniamo alla guesthouse. Tiziano deve recuperare tutti i suoi bagagli (io anche) e deve salutare la famiglia per cui ha lavorato per il mese di agosto.
Prima di prendere il traghetto per Stykkishólmur, nonostante la pioggerellina, il venticello e la temperatura sui 5°C propongo a Tiziano un altro bagno in riva all’oceano. Tiziano sgrana gli occhi e accoglie la mia proposta al volo! Veloce cambio in auto e poi pluff, nella pozza di acqua calda. Un po’ di relax ci vuole, sempre!
Alle 17 saliamo sul traghetto e attraversiamo la larga insenatura che collega i fiordi dell’ovest con la penisola di Snaefellsbaer. Un’unica fermata di neanche 5 minuti sull’isola di Heimaey (una minuscola isola di 13km² su cui qualcuno ci vive pure) e poi arriviamo dopo circa 2h45 a Stykkishólmur, giusti in tempo per la cena.
È l’1 di settembre, l’indomani sarà il mio compleanno e per quanto io non ami festeggiare, c’è Tiziano con me e ho dei regali da aprire la mattina successiva, per cui…prendiamoci un dolce!

GIORNO 9
Mi sveglio, Tiziano mi fa gli auguri e scarto i regali datimi prima di partire da un’amica speciale. Che tenerezza…una torta gonfiabile con su le candeline di buon compleanno, una maglietta da viaggiatore e un ciondolo con bassotto! Sorrido e Tiziano sorride con me!
Cartina alla mano e con l’aiuto del proprietario dell’ostello decidiamo il percorso della giornata. Vista la pioggia sempre presente, chiedo al proprietario dell’ostello come sono le previsioni e la risposta è: “un po’ di pioggia, ma poco vento”.
Le-ultime-parole-famose.
Capisco che uno dei detti islandesi è “non ti piace il tempo, aspetta cinque minuti”, ma…è forse stata la giornata più piovosa e più ventosa che io abbia incontrato in questo viaggio.
Visitiamo prima il museo dell’hákral (carne di squalo, un po’ molliccia, che sa più o meno di ammoniaca) e poi ci avviamo verso la punta ovest della penisola. Davanti a noi nera terra lavica, mare blu petrolio e schiuma bianca delle onde, strade sterrate…il cielo grigio fa sì che sembri di essere in un film in bianco e nero. Purtroppo però il brutto tempo non ci fa ammirare la cima del ghiacciaio Snæfellsjökull.
Dopo un altro pranzo in auto vista mare e con il riscaldamento a manetta in auto, proseguiamo lungo la costa sud della penisola per arrivare a Reykjavik.
Giro della città, hamburger al vecchio porto e poi direzione aeroporto. Io ho l’auto da consegnare, Tiziano un aereo da prendere la mattina successiva. Arrivati a Keflavik, infatti, passiamo le ultime ore insieme e poi io rientro in città, starò a Reykjavik tre notti.

GIORNO 10
Sveglia presto, colazione e vestizione per la giornata di trekking impegnativo che mi aspetta: 20km, 6-8h di cammino, 700-800 metri di ascesa. Il tutto condito da un tempo che è tutt’altro che soleggiato.
La destinazione è Þórsmörk, per poi salire sul vulcano Fimmvörðuháls, camminare sul suo ghiacciaio e osservare il vulcano/ghiacciaio Eyjafjallajökull.
Palli, la guida che ci accompagnerà fino in cima mi viene a prendere alla guesthouse e durante il tragitto spiega a tutti (siamo un gruppo di 7 persone) come sarà l’escursione. Purtroppo le previsioni non sono ottime, per cui vedremo una volta là cosa si riuscirà a fare.
Effettivamente le previsioni sono una lotteria, si passa da un timido sole a una sorta di tempesta di neve ghiacciata. Incredibile come vari il tempo ogni 5 minuti.
Per la nostra sicurezza Palli decide di fermarsi al primo ghiacciaio. Dopo quindi una splendida e non poco difficoltosa camminata su per la montagna, ci fermiamo in silenzio ad osservare la cascata di lava del vulcano Fimmvörðuháls. La neve è battente e fende il viso, ma la fatica è più che ripagata dalla vista. Senza parole.
Bisogna però rientrare a Reykjavik, per cui ripercorriamo il tragitto al contrario e raccogliamo qualche mirtillo. Arriviamo alla super jeep e ci rifocilliamo con un bel paninozzo, del succo di frutta e un dolcetto, per premiarci.
A Reykjavik arrivo distrutta. Luke, uno dei miei compagni di gita mi saluta e mi augura buona fortuna per l’escursione del giorno dopo…lui è ben contento di riposarsi in città, prima di rientrare in Australia.

GIORNO 11
Anche oggi la giornata comincia con una colazioncina tranquilla e con una chiacchierata in ostello. La guida per l’escurisione di oggi si chiama Æssi, arriva puntuale alle 8 e dopo aver recuperato i 3 compagni di viaggio, partiamo alla volta del vulcano Hekla e delle distese del Landmannalaugar.
Æssi ci racconta un po’ della storia islandese e ci porta sul vulcano. L’ennesimo spettacolo per gli occhi, grazie anche alla neve caduta nei giorni precedenti. Nero e bianco si fondono magicamente e poi, in lontananza, grigio, verde rosso e marrone fanno da contorno.
Non possiamo salire in cima al vulcano proprio a causa della neve sdrucciolevole, ma Æssi ci porta a vedere tutti i dintorni: montagne levigate dalle eruzioni secolari, crateri di vulcani in continua attività che accolgono acque lacustri. Distese di niente, ma che in realtà sono tutto.
Arriviamo nel Landmannalaugar, una fantastica terra geotermale. Riolite, lava, rocce solfuree, basalto si fondono e con esse una moltitudine di colori: rosa, marrone, verde, giallo, blu, viola, nero, bianco. Incredibile.
La ciliegina sulla torta sono le piscine calde naturali, in cui immergersi dopo il trekking di un’oretta (e quello di ieri ancora nelle gambe, eheh).
Ripartiti dal Landmannalaugar rimaniamo ancora un po’ in questa zona selvaggia, in cui scattare qualche altra fotografia. Si rientra a Reykjavik, dove passo la serata con Laura e Alessio (e per grazia divina un ristorante lungo il porto ci ha dato da mangiare anche alle 21.40, dato che il 99% dei posti chiude la cucina alle 21, un po’ assurdo per noi italiani).

GIORNO 12
Ultimo giorno in terra islandese. L’aereo è però in notturna, per cui ho tutta la giornata da dedicare a Reykjavik e dintorni. Dormo un pochino di più e preparo gli zainoni che chiedo di lasciare alla guesthouse.
Vado a farmi un giro della città. Fotografo i punti più turistici, i numerosi murales presenti nelle vie e mi dedico anche un po’ allo shopping. Si spende un po’…ma chissà quando ci ritorno quassù!
Infine…cedo alla tentazione…la Blue Lagoon! L’area geotermale più conosciuta d’Islanda. È una grande piscinona con la solita splendida acqua calda, ma in aggiunta ci sono saune, bagni turchi e fango di silicato da spalmarsi sulla pelle. Ora…non so se la mia pelle sia più bella e nutrita, ma i capelli ne sono usciti provati, eheh! Tra silicio e sale, chiunque abbia i capelli ricci può fare invidia al miglior rastaman jamaicano!
Detto ciò…mi sono riposata e rilassata per tutto il pomeriggio, proprio prima di andare in aeroporto (esiste infatti un servizio navetta che effettua il trasporto Reykjavik – Blue Lagoon – Keflavik, eccezionale per i viaggiatori).
Mi sono goduta l’ultima aria islandese, standomene un po’ fuori a guardare il cielo particolarmente limpido e a ripensare un po’ al mio viaggio in solitaria “into the wild”. È giunta l’ora di passare i controlli di sicurezza e di ricambiare le corone rimaste, prima di rientrare in Italia.
Salgo sull’aereo, mi sistemo vicino al finestrino e guardo fuori. Una leggera luce verde..sono le “northern lights”!
Sì, allora è proprio finita la vacanza e non poteva che concludersi così: un’aurora boreale e le poche luci di Reykjavik e dell’Islanda si allontanano sempre più. Il blu del mare si fa sempre più scuro, i miei occhi si chiudono e mi addormento.

Parigi. Encore une fois.

Eccolo qui! Il secondo articolo su Parigi, fresca, fresca di rientro dalla città.
Tutte le volte che vado a Parigi rientro con l’idea che dovrei fare un weekend là almeno una volta ogni sei mesi. Il medico dovrebbe prescrivermelo!

Si atterra; si prende la RER; si arriva nell’appartamentino tra République e Gare de l’Est; si lasciano giù le valigie.
Pronti-via, c’è la Fête de la Musique!
Pronti-via, c’è il compleanno di Marina, l’amica brasiliana con cui ho condiviso tante serate, tante chiacchiere, tante passeggiate.
Il delirio festaiolo assale Parigi in questa serata. Il numero di persone in giro per la città è impressionante. Gente che canta, gente che balla, gente che salta. I concerti sono quasi in ogni angolo della città; concerti di ogni genere: jazz, rock, classica, hip-hop, elettronica…

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La “Festa della Musica” sarebbe da importare in tutte le città italiane e da sponsorizzare molto, molto di più. Non tutto quello che fanno i nostri cugini galletti è da buttare!
Questa festa venne istituita in Francia una trentina d’anni fa. I musicisti dilettanti e professionisti furono invitati ad esibirsi gratuitamente, ovunque per la città, con l’obiettivo di farsi conoscere, far conoscere il loro genere musicale, diffondere la loro passione per la musica e aprirsi a nuovi luoghi e nuovi modi di fare musica.
Senza mai fermarsi troppo ad ascoltare i singoli gruppi e cantanti, abbiamo deciso di girovagare per la città per respirarne l’atmosfera.
Institut du Monde Arabe, Place de la Contrescarpe, Rue Mouffetard, Place Monge, Pantheon, Rue Soufflot, Luxembourg, Place de la Sorbonne, Rue de Cluny, Square René Viviani, Notre-Dame, Chatelet, Hotel de Ville. Il tutto rigorosamente a piedi! (questo più o meno l’itinerario: http://goo.gl/maps/eIGHi)
Un po’ di birre per dissetarci e rallegrarci e l’abbraccio di Marina per la crostata portatale dall’Italia hanno condito la serata.
Non ci restava che una bella dormita ristoratrice, per affrontare al meglio la prima delle due giornate turistiche.

Gli itinerari del sabato:
– Montmartre e Pigalle: http://goo.gl/maps/ETeyV
– Il Marais e il Centre Pompidou: http://goo.gl/maps/fO2XS con la mangiata di un ottimo falafel d’asporto sulle panchine di Place des Vosges.
– Rue Mouffetard (era la mia bella vietta, dovevo vedermela pure di giorno), Ile Saint – Louis e Notre – Dame: http://goo.gl/maps/4AE9q
La sera…crêpes! Salata e dolce, non ci si fa mancare nulla e li si mangia pure in compagnia di amichetti milanesi, casualmente a Parigi negli stessi giorni.
Giocava l’Italia, ma niente partita. L’abbiamo barattata con due mojiti al MojitoLab. Squi-si-ti!

Gli itinerari della domenica:
– Louvre, Tuileries, Orsay: http://goo.gl/maps/gLcsX con passeggiata sul Quai d’Orsay, dove sono presenti un insieme di giochi di strada installati e disegnati per i bambini. Anche in questo Parigi è eccezionale: ha un clima di caccolina, ma sprona sempre ad uscire e a vivere gli spazi della città.
Mangiatina di ostriche (poteva mancare) di fianco al Marché d’Aligre e a seguire una passeggiata nel Parc de la Villette.

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Puntatina all’Opéra Garnier e poi…REEEEEEEEEEEEELAX (nell’unica ora di sole) sotto la Tour Eiffel! La quiete prima della tempesta.
Passeggiata finale lungo gli Champs Elysées prima di rifare le valigie.
Ultima cena con un’amica sincera e poi direzione aeroporto.

“È giunta mezzanotte, si spengono i rumori, si spegne anche l’insegna di quell’ultimo caffè…”, c’è l’ultima RER da prendere e la nottata a Charles de Gaulle da affrontare.

È ormai già lunedì!
Una nuova settimana comincia, con l’atmosfera parigina che mi riempie testa, anima e cuore.

Piccole informazioni pratiche che mi ero dimenticata nel precedente articolo (e che mi riservo di aggiornare quando mi viene in mente qualcosa):
– il carnet di biglietti della metropolitana è formato da 10 biglietti separati ed è quindi utilizzabile da più persone (non come a Milano, per intenderci)
– per la colazione non fatevi problemi a prendere il croissant in una panetteria e mangiarvelo in un bar dopo aver ordinato il caffè…a Parigi nessuno si scandalizza per questo!
– la domenica (salvo periodi di saldi e di Natale) il 90% dei negozi è chiuso
– …

Ceci n’est pas Paris ♡

Blog e articoli su Parigi ce ne sono a bizzeffe, ma Parigi fa un po’ parte del mio cuore, per cui non potevo non dedicarle almeno un articolo.

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Descrivere Parigi in poche righe è pressoché impossibile. Passeggiando per le vie si respira un’aria particolare: o la sia ama o la si odia, ma è una delle città più visitate al mondo non per caso.

Lei e i suoi edifici Haussmaniani. Lei e le sue boulangerie ad ogni angolo di strada. Lei e questo spirito altezzoso che la circonda. Lei e la vita solitaria di chi ci è cresciuto. Lei e il suo essere multiculturale “da sempre”. Lei e i suoi monumenti.

A Parigi io ci ho vissuto e spesso mi trovo a suggerire agli amici cosa vedere e cosa fare nella città. …e siccome questo vuol essere un diario di viaggio personale, vi racconterò la mia Parigi, la Parigi che per me è imperdibile. La prima cosa che vi dico è: guardate il sito http://www.paris.fr/, lì troverete tutto ciò che viene organizzato a Parigi in ogni periodo dell’anno scegliate di andarci.

COME MUOVERSI IN CITTÀ

Arrivati in città verrete avvolti dalla frenesia delle persone. Che arriviate in treno o che arriviate in aereo, il primo step sarà prendere un mezzo pubblico che vi porti in albergo. In realtà anche i taxi non sono cari e se arrivate ad Orly e siete almeno in 3, il taxi conviene pure! Parigi non ha orari, ci sarà sempre un mezzo pubblico che vi porta dove desiderate…certo…magari alle 4 di notte dovrete camminare un pochino di più che alle 4 del pomeriggio, ma a destinazione ci arrivate tranquillamente e raramente sarete soli.
Il 90% degli abitanti della città si muove con i mezzi pubblici, per cui tutto è scandito dai loro orari. L’ultima metro sta per passare?! Il locale in cui sarete comodamente seduti comincerà a svuotarsi! Le biciclette (Vélib) sono utiliissime, fare su e giù per la città è semplicissimo e abbastanza sicuro (tranne forse quando ci si trova a dividere la corsia preferenziale con gli autobus, ma lì funziona così e gli autisti lo sanno bene).
Il mio consiglio: le metropolitane vi porteranno ovunque, ma sono sotto terra. Se non avete troppa fretta, usate i mezzi di superficie! Quando vi trovate in una stazione della metropolitana, richiedete il “Plan de métro”, ma anche il “Plan des bus avec les rues” e avrete tutto il necessario per muovervi in città…e considerate che spesso anche il camminare è un ottimo sostituto. Nelle grandi stazioni metropolitane di interscambio vi potrebbe capitare di camminare, camminare, camminare…e allora perché non farlo in superficie, con il naso all’insù?!

MUSEI

Se poi vogliamo parlare di musei e attrazioni varie, ce n’è per ogni gusto. Tenete presente che Parigi è grande, ma piccola al tempo stesso…molti musei sono uno di fianco all’altro. Bisogna solo fare i conti con i numerosi visitatori e con i giorni di chiusura. Se avete fino a 26 anni (anche compiuti), tutti i musei saranno ggggratis!
Un piccolo elenco dei musei più e meno noti, che secondo me meritano di essere citati.

  • il musée d’Orsay: è bello, niente da dire, controllate anche le esposizioni temporanee
  • il Louvre: è il Louvre, andare a Parigi e non entrarci forse è un po’ un sacrilegio, ma è talmente grande che è necessario fare delle scelte.
  • il museo Marmottan: è dedicato alla nascita dell’impressionismo, è carino e poco conosciuto e offre un biglietto cumulativo con la casa-museo di Monet a Giverny (raggiungibile in mezz’oretta di treno).
  • il museo Quai Branly: un gioiellino sull’arte extra europea
  • il Pompidou: dipende dall’esposizione temporanea che c’è, ma è sicuramente un gran bel museo di arte contemporanea (che però è da saper apprezzare). La salita al sesto piano merita.
  • il museo Jeu de Paume: è dedicato alla fotografia, se piace il genere, consiglio di controllare le esposizioni temporanee – il Musée de l’Orangerie: emozionante, se poi non c’è tanta gente si rimane estasiati dalle Ninfee.
  • la Cinémathèque: è dedicato al cinema. Vale quanto meno andare a visitare il Parc de Bercy nel quale è situato e osservare da fuoir l’edificio del museo, che è stato progettato da Gehry. Offre spesso delle esposizioni monografiche su qualche regista o genere cinematografico.
  • il musée Rodin: molto bello, sia il museo, sia il giardino.
  • presso l’Hotel de Ville ci sono sempre esposizioni gratuite, controllate prima di andarci, magari si trova qualcosa di vostro gradimento!
  • il musée Albert Kahn: è una collezione di fotografie dedicate al Giappone e ha un giardino molto bellino.
  • La Villette: qui c’è la Cité des Sciences et de l’Industrie (museo dedicato alle scienze e interattivo, con la possibilità di vedere un film documentario nella Géode) e la Cité de la Musique (museo dedicato alla musica che spesso ha mostre interessanti)
  • il Grand Palais racchiude spesso mostre con collezioni provenienti da musei esteri per cui ci si può trovare qualcosa di veramente unico.
  • il musée en Herbe: un museo pensato per i bambini, le esposizioni sono di artisti famosi (un esempio? Keith Haring), ma sono presentati a misura di bambino…tenero e interessante!

ATTRAZIONI VARIE

  • un panorama dall’alto: io escluderei la Tour Eiffel, Parigi non è Parigi senza vedere la torre e se ci sei su…non la vedi! Meglio scegliere la tour Montparnasse (da cui si gode di un panorama a 360°) oppure l’Arc de Triomphe (secondo me il più bello)
  • i cimiteri: il Père Lachaise è forse il più caratteristico con le sue tombe dismesse, quello tenuto meglio è quello di Montparnasse, quello più piccolino e con un suo perché è quello di Montmartre.
  • i giardini: non ne consiglio nessuno…sono tutti bellini e con un qualcosa di caratteristico, se passeggiando li si incontra, entrateci…ne vale sempre la pena, non foss’altro per allontanarsi dalle strade e osservare chi legge, chi gioca alla pétanque, chi scambia due tiri a badminton o a ping-pong.
  • i parchi: il Parc de Bagatelle con il suo roseto (quindi bisogna azzeccare la stagione per vederlo nel suo splendore); il Parc Floreal accanto al Chateau de Vincennes; Parc de Sceaux, un po’ fuori Parigi, ma raggiungibile con la RER; nel stagione calda presso il Parc de Saint-Cloud organizzano eventi musicali e con giochi di luci e acqua; Parc Montsours e la vicina Cité-Universitaire, tornerete studenti e vedrete il bel campus presente nella cerchia cittadina; Parc des Buttes Chaumont, bello e sulla collina di fianco a quella di Montmartre, salite in cima in cima e godetevi il silenzio e la vista sulla città.
  • la Statua della Libertà con dietro la Tour Eiffel…è un po’ fuori mano (zona Pont de Grenelle), ma è carino vederle una dietro l’altra, lì vicino c’è anche il Jardin André Citroen, se è una bella giornata ha dei giochi d’acqua carini
  • le piazze: Place des Vosges e Place des Victoires, le mie preferite
  • le chiese: anche di queste ce ne sono tantissime…Notre-Dame e il Sacre Coeur sono da vedere, non foss’altro per la loro notorietà. Dentro a Saint-Eustache fanno spesso concerti di musica (non sempre religiosa), mentre l’Eglise Americaine ospita spesso concerti gospel. Saint-Germain-des-Près è una delle più antiche, la Sainte Chapelle è un monumento a parte più che una chiesa vera e propria (e infatti è a pagamento e si trova spesso coda), se è una giornata con il sole, però, vale la pena: le vetrate sono spettacolari! Sainte-Geneviève (la patrona di Parigi) era quella del mio quartiere.
  • Shakespeare&Co, una delle librerie storiche di Parigi, di fianco a Notre-Dame
  • Invader e la street art: passeggiando per le vie, ogni tanto guardate a mezz’altezza…i muri di parigi regalano spesso stencil, mosaici e piccole opere di street art molto bellini.
  • Port de Bagnolet, “la campagne a Paris” arrivate alla stazione della metro di Porte de Bagnolet, uscite su  Boulevard Mortier e prendete le scale a destra, all’inizio di rue Géo-Chavez…non dico altro, vi sembrerà di essere in un borgo, altro che una città da milioni di abitanti.
  • se si conosce Maigret, una passeggiata lungo il canale Saint-Martin è da fare. Il canale è quello delle chiuse di Amelie, l’Amelie dello splendido film “Il favoloso mondo di Amelie”.

DOVE MANGIARE

Non vorremo però solo visitare la città! Dovremo pur divertirci e mangiare qualcosa, senza possibilmente incappare nelle fregature da turisti. Quindi…pancia mia fatti capanna! Se si sa dove andare, Parigi è molto più economica di Milano, certo bisogna sapersi “accontentare” e lasciare la voglia di pizza in Italia…ragazzuoli, siamo in Francia, godiamoci questa cucina che non ha nulla da invidiare alla nostra! Partiamo dal più caro:

  • Pramil, 9 rue du Vertbois (Metro: Temple) è un ristorante molto, molto semplice. I piatti uniscono la semplicità degli ingredienti (e alcune volte della preparazione), alla fantasia dello chef. Rimani sorpreso di come un piatto banale sia perfettamente cucinato e cotto.

Proseguiamo poi con altri ristoranti e posti dove mangiare qualcosa:

  • Bistrot du Passage, 14 Passage Geffroy-Didelot (Metro: Villiers). Si mangia discretamente e l’ambiente è giovane. La zona è proprio parigina doc con vie pedonali e pochi turisti
  • due creperie: Chez Imogene, 25 Rue Jean-Pierre Timbaud (Metro: Oberkampf) e Creperie Bretonne, 67 rue Charonne (Metro: Charonne)
  • Aux petits joueurs, 59 rue Mouzaïa (fermata Place des Fêtes o Pré Saint Gervais). E’ un ristorante tipico francese in cui c’è sempre musica jazz suonata dal vivo.
  • Bistrot Gladine, 44 boulevard Saint Germain (Metro: Maubert Mutualité). Ristorante basco, la loro specialità è l’escalope Motagnarde una scaloppina gigantesca con dentro di tutto, ma anche le altre cose sono succulente!
  • Heureux comme Alexandre (nella città ce ne sono tre, quello che frequentavo io è in Rue du Pot de Fer). Buon posto dove mangiare la carne rossa e delle succulenti patate.
  • De Clercq, 184 rue Saint-Jacques. Il “sotto titolo” del nome è “il re della patatine fritte”. C’è da aggiungere altro?!
  • Sugarplum , 68 Rue du Cardinal Lemoine, come va di moda chiamarli oggi è un cake-shop con i fiocchi (ma non è proprio economico)!
  • Oroyona, 36 Rue Mouffetard. Una creperie spartana, con crepes buone e che ha un ottimo prezzo.

Inoltre…visto che Parigi è super cosmopolita, qualche ristorante “etnico”:

  • Higuma, rue Saint Honoré (Metro: Palais Royal). Ottimo ristorante giapponese classico! Lì di fianco c’è anche il ristorante che fa solo sushi, ma se volete mangiare come nei cartoni giapponesi, questo è il posto che fa per voi.
  • Aki, rue Sainte Anne (Metro: Pyramide). Giapponese che propone okonomiyaki.
  • Pho 14, 129 Ave. de Choisy (Metro: Tolbiac). Vietnamita, nel quartiere orientale di Parigi, qui di ristoranti cinesi e vietnamiti ne troverete a bizzeffe.
  • Paris Hanoi, rue de Charonne 74 (Metro: Charonne). Vietnamita, un po’ più chic del precedente.
  • Miam Miam, 6 Rue Thouin (Metro: Place Monge). Coreano.
  • L’As du Fallafel, rue des Rosiers (Metro: Saint Paul), questo dicono essere il migliore fallafel di Parigi (moooolto spartano). Nella zona del Marais, ci sono un sacco di “ristoranti” medio orientali, tra cui Chez Marianne, altro abbastanza conosciuto.
  • Chez Ann, 36 Rue Mouffetard (Metro: Place Monge). Era la mia via…sono quindi un po’ di parte  in ogni caso è un ristorante cinese veramente buono e fanno i noodles al momento: fantastici!

LOCALI POST CENA

  • La Bellevilloise, 19-21 Rue Boyer (Metro: Gambetta) http://www.labellevilloise.com/ (qui fanno anche un brunch con musica jazz)
  • Le Piano Vache, 8 Rue Laplace (Metro: Cardinal Lemoine) http://www.lepianovache.com/
  • L’International, 5/7 Rue Moret (Metro: Menilmontant) http://www.linternational.fr (in tutta questa zona, da Menilmontant a Oberkampf, ci sono un sacco di locali.
  • zona Bastille: altra zona piena di locali (in Rue de Lappe e Rue de la Roquette in particolare). Ne cito uno per deformazione professionale, visti i miei studi di fisica: Mecanique Ondulatoire e poi…Bacardi Mojito Lab (28 Rue Keller)…il nome dice tutto.
  • Footsie, 10-12 Rue Daunou (Metro: Opera). E’ un locale particolare, nel senso che funziona come in borsa…il prezzo delle cose da bere oscilla in funzione della domanda. Sicuramente è una serata diversa dalle altre.
  • Café des 2 Moulins, 15 Rue Lepic (metro: Blanche): è il bar di Amelie! quello vero, nel senso che è stato solo riadattato, ma è stato usato proprio quello! Risalire da lì verso Montmartre è faticoso, ma incontri delle viette carine.

Dopo avervi forse annoiato, raccontandovi tutto questo in maniera un po’ distaccata e molto da guida turistica (ma ringraziatemi, altrimenti ci stavate 2gg davanti al monitor! Eheh). Voglio riportare qui una cosa che scrissi al mio rientro da Parigi.

“Twenty years from now you will be more disappointed by the things that you didn’t do than by the ones you did do. So throw off the bowlines. Sail away from the safe harbor. Catch the trade winds in your sails. Explore. Dream. Discover”. (Mark Twain)

Milano – Parigi – Milano. E’ passato quasi un anno e quante cose sono cambiate.
Il mio viaggio è giunto alla fine o per lo meno a una tappa intermedia. Sì, perché seppur io sia stata ferma in una città, di viaggio si è trattato. Un viaggio cominciato quasi un anno fa, salutando tutti in un bar sui navigli di Milano e approdando qualche giorno dopo ai piedi della Tour Eiffel. Un viaggio interiore. Un viaggio con me stessa. Un viaggio che lascerà ricordi incredibili e indelebili dentro me.
Sono cresciuta, sono cambiata, sono maturata, sono ingrassata (eh già, pure questo!).

Ho scoperto cosa vuol dire vivere da Sola, con la S maiuscola.
Ho imparato cosa vuol dire condividere.
Ho avuto modo di capire il vero senso di un’amicizia. Ho potuto apprezzare il mio carattere e criticarlo allo stesso tempo, vedendone i limiti.
Ho incontrato persone speciali e ho condiviso con loro ogni attimo possibile.
Ho avuto la conferma di avere degli amici speciali a Casa, che mi hanno saputo aspettare.
Ho riempito il mio cuore e la mia mente di sorrisi. Ho avuto l’opportunità di sentirmi libera, con un vuoto dentro positivo, da riempire con qualsiasi esperienza mi si fosse presentata davanti.
Ho vissuto in un modo completamente diverso un anno della mia vita.
Parigi per tutti è la Tour Eiffel, è Notre-Dame, è i musei, è Montmartre, è il Père Lachaise, è la Senna…ma Parigi per me è il mio studio di 25mq, è il Curie. Parigi per me è soprattutto la mia famiglia allargata, fatta di nuovi amici, che sempre resteranno nel mio cuore. Tornerò in Italia e sarò felice. Malinconica forse, ma felice: questa esperienza non ha fatto altro che arricchirmi, porterò con me un pezzettino di ogni persona che ho incorciato…uno sguardo, un gesto, una parola.
Grazie.